
E' uscita l'antologia
Intoxication (Tropea, € 12), a cura di Toni Davidson, con racconti di Jeff Noon, Irvine Welsh tanti altri. Tra i quali,
Michele Monina (
Mantra per piccole prede) e il sottoscritto (con una narrazione del
Ciclo di Calvairate). Pubblico qui il mio racconto, del quale la milanese Scuola Civica di Cinema sta realizzando una versione cinematografica [particolari più avanti...]
PUNTE DI SPILLO NELLE PUPILLE DI GIUSEPPE GENNA
Come sia e cosa sia il mondo, io, non lo so e terribilmente.
Siccome non lo so (ho ventidue anni a pena), io, mi espongo. Che il mondo non sia queste catene di perle nere: gli sfratti esecutivi recapitatimi dai carabinieri alla mia porta le sette del mattino, i protesti inevasi degli erogatori (luce, gas, elettricità), i pagamenti mai pietanzati delle collaborazioni occasionali presso istituti di ricerca telefonica, le tasse universitarie insolute e gli infiniti, infiniti bollettini dell’istituto autonomo case popolari retto da un socialista di cognome Collio – questo, sì, io, so.
Il resto, no.
Il residuo azzurrino e livido di ciò che resta.
Lo scarto, l’immondizia.
L’epidermide raffreddata, il tappeto sbrecciato. Le emozioni mai tradite. Il tradimento.
Quindi si avanza. Si fa aderire il palmo della mano a ogni tronco corrugato: un albero per ogni anno, andando all’indietro.
Posso permettermi tutto, non so niente.
Il 29 agosto 1993 inizia il giorno di ferro.
E’ l’estate che va, questa. Il mondo che va, questo.
Alle sei e trenta del mattino ci si sveglia nel letto matrimoniale dei nonni. Lì dove avvenne la copula, il sogno. Dove nacque mio padre. Che sono io. Due materassi logori, singoli, accostati in un matrimonio che resiste nonostante la separazione. Le mistiche nozze (unisci ciò che è diviso) qui non hanno risoluzione alcuna: i due materassi stanno lì, inerti, sfondati, lanosi, senza disunirsi e neanche fondendosi in un’unica larga piazza. Di notte, quando affronto la riva nera, mentre io non so niente, i materassi si separano, facendo una larga fossa al centro del letto, e io affondo fisicamente in questa vagina notturna, quest’utero che mi comprime, e mi accorgo soltanto, di questo, la mattina quando riemergo nella luce profonda, l’albedo, Milano la Tossica che inizia a tossire verso l’alto, dà avvio alla convulsione sotterranea, orizzontale.
Scusate: qui, io, parlo, parlo, perché le parole, le parole... Le parole…
E, quindi: la luce, i piccioni. Si installano sul cornicione dell’antica casa popolare, periferia sud, dove caddero gli ordigni e i bambini si stiparono nella cantina umida calda, satura di polvere dei calcinacci. Ed esplose. I piccioni, qui, non sono tali. Ad alcuni un’ala manca. Ad altri, la zampa. Che termina in un moncherino breve, rugoso e rosa, unto. Unte le piume, si intravvedono nei buchi dei muri fatiscenti. Impropriamente detti piccioni, intossicati, assalgono i micetti della gattara le sei del mattino, beccano loro le zucche, li allontanano dai vassoietti in polistirolo dove la gattara stipa bambini di cibo, pupazzetti che fanno venire i calcoli e il cancro alle reni dei gattini. E i piccioni invadono l’aria, a stormi, neri e unti, calano dai cornicioni e sottotetti, picchiate precise, picchettano il capo dei mici, sbattono le ali residue, fanno fruscio. I gatti piangono come neonati, come bestiole in calore, neonate. E allora i piccioni fanno così: beccano il cibo. Si cibano del cibo dei micini. I pupazzetti Friskies se li portano nei nidi d’accatto nelle sbrecciature verticali tra le pareti, dove vedi a volte il cotto dei mattoni medievali di questi casamenti, eretti nel ‘921.
(Questi piccioni pirateschi, a volte immensi a volte magri allo stremo e feroci come homeless, ho dovuto, una volta, sterminarli, io. Non riuscivo più a dormire. Grufavano tutta notte, accoccolati nel caldo del mio cornicione, rubando il tepore poco dalla finestra attraverso la grata della persiana. Gorgogliavano, sembravano bambini. Perdevo il sonno. Avevo comperato tappi per orecchie in una scatoletta di plastica rossa alla base e trasparente nel coperchio: tappi rosa, carini. Li mettevo, pressando il cerume. Mi erano sfuggiti, una volta, cadendo sul pavimento da cui la terra grossa ormai era impossibile da dilavare. Un pavimento arcaico, sporco, da cinquant’anni sporco, mai lucidato. Poi avevo rimesso i tappi dentro il canale auricolare e avevo contratto l’infezione nel canale auricolare. Tecnicamente detta ‘dermatite bilaterale’. Infettata, l’epidermide prudeva e si scagliava in pellicole, in frammenti di pelle corrosa, bianca, quasi forfora. “Incurabile” aveva detto il dottore dell’orecchio, “cronica”. Allora avevo sterminato i piccioni.
Per sterminare i piccioni si fa così: si prende un pentolone, possibilmente largo, di alluminio, sapendo che dopo l’operazione si dovrà gettare via; si mette a bollire acqua, quando è in ebollizione si getta il contenuto di una confezione di Niagara dentro, schiuma, immensamente, è corrosiva, dopo bisogna buttare via il pentolone. Dentro la pozione, si fa bollire un’ora il riso. Poi si scola, con attenzione, il riso, nella ciotola. Si mette la ciotola sul cornicione. I piccioni vengono, mangiano. Nessuno sa che i piccioni non avvertono il puzzo ammoniacale del Niagara. Mangiano. Hanno le convulsioni, muoiono. Sono morti a frotte, hanno chiamato l’Istituto di Igiene, sotto la mia finestra.
Io, non ho buttato via il pentolone, e dopo ci facevo la pastasciutta. Questo, per anni).
E non sapendo bene niente del mondo – di residui, carne, ossa, denti, cose che si fanno, chiamate notturne nel cuore del sonno, all’apice del sonno senza sogni -, tremavo. Io quel 29 agosto ‘993 tremavo.
Sono andato alla Pinacoteca, quella di Brera, laddove prestavo il Servizio Civile.
Come custode, aiutando, appendevo le borse dei turisti, cui davo la medaglietta in plastica numerata, alla parete di sughero nel sottoscala lercio. Minacciavo di chiamare l’Istituto di Igiene, io. Ma tremavo e la gente mi diceva cose e io faticavo a capire. Tra i custodi a Brera, quelli assunti, più che trecento, nelle sale incustodite chiuse al pubblico, c’era uno di Acerra che faceva per i colleghi il parrucchiere, ma anche non solamente per i colleghi. Venivano, salivano la scalinata neoclassica della Pinacoteca di Brera, senza biglietto si infilavano nelle alte ampie gallerie curve, superavano i quadri di Morandi Sironi e la pala di Beato Angelico, procedevano per percorsi interdetti ai turisti, nelle Sale Napoleoniche, e nella Sala Napoleonica, con i quadri al restauro, si mettevano lì, seduti, con il custode di Acerra che era vestito da parrucchiere, su una sedia in legno neoclassica, e stavano lì: gli tagliava i capelli. Anche a me. Duemila lire. Con il Servizio Civile guadagnavo cinquamilaseicento lire il giorno.
I custodi della Pinacoteca di Brera, temendo il sovrintendente Petraroia che c’è ancora, ancora adesso, mi infilavano illegale tra di loro così rubavo il pasto alla mensa della Fondazione Feltrinelli. Carlo Feltrinelli: io gli ho tolto, tremante, il mangiare dalla bocca, dei suoi.
Studiavo la logica matematica, lo Shoenfield. Il teorema di completezza, poi chiestomi da un professore della Statale, cui mancava un dito, il mignolo: mi chiedeva di dimostrare il teorema. Capivo la logica matematica del manuale Shoenfield (dispense di cinquanta pagine in una cartellina bianca, la mascherina vuota per il titolo). I passi del teorema. La teoria è un’enorme ‘T’ capovolta a novanta gradi, nella logica matematica. Sotto quella ‘T’ va la ‘T’ più piccola dei teoremi, giusta, non voltata, come neonati tenuti in braccio da un’enorme madre.
Il problema del continuo mi atterriva perché mi chiedevo chi era che vedeva l’idea di continuo e di vuoto. Chi vede, vede qualcosa che è simile, quindi chi vede continuo e vuoto è continuo e vuoto. E chi è?
All’improvviso c’è, alla sbarra del sottoscala, io penso sia un turista, un inglese per di più, c’è il volto di un ragazzino anglosassone ed è Maura, che mi ha lasciato solo il 21 marzo ‘993.
Tremavo.
Allora, dopo, sono andato a casa, nel letto non infossato e ho visto prima di tutto i golfini ròsi dalle tarme. L’acqua calda non c’era, in quella casa. Il telefono, appeso alla parete, non squillava.
Nella notte è esploso un sottotetto gremito di egiziani.
Le quattro del mattino, sveglio, i fotemi nel buio degli occhi chiusi a forza, ero sotto la pioggia degli aghi neri incandescenti che è per me un’ansia incontenibile, solitaria, autoctona e morivo. Allora adesso mi butto dalla finestra, ma non potevo farlo, perché la mamma della mia mamma si era buttata dalla finestra del nono piano nel ‘950, causando un grave trauma alla mia mamma che ne aveva visto il cadavere sul suolo dietro viale Lucania. Allora, come Lallo, il bambino suicida di Calvairate, nella tromba dalle scale, ma era come dalla finestra, non potevo. Allora con il riso cotto dentro il Niagara, ma non bastava, secondo me, non lo sapevo. Allora il sangue, tutto il resto, il fundus oculi invaso dai fotemi, allora sono andato in Guardia Seconda, reparto psichiatrico del Policlinico, a piedi, alle cinque, a Milano.
Mi hanno dato gli psicofarmaci.