di PIERO SORRENTINO
In uno dei suoi saggi più malinconici, nutrito da quel disincanto lucido che sempre l’ha contraddistinto e scritto con lo stesso andamento corto e denso che aveva il suo respiro quando parlava, Giuseppe Pontiggia fotografava uno degli elementi che più di ogni altro accomuna da sempre gli scrittori: “C’è una paura che segue il letterato come la sua ombra: quella di non esistere (…) L’attributo dell’inesistenza è però l’unico che i letterati concedono di buon grado ai loro simili. Il mondo dei letterati è popolato da uomini che non esistono, almeno per i loro concorrenti”. Lo scritto si concludeva con una frase altrettanto affilata: “Esistere per i posteri. Ma poi li si confonde sempre con i contemporanei”.
Di primo acchito non è facile non dargli ragione. Allo stesso tempo, tuttavia, trovare degli esempi che dimostrino l’esatto contrario non è un’impresa impossibile, soprattutto se l’inesistenza di cui parla Pontiggia è, purtroppo, da intendersi letteralmente. A leggere e ascoltare in questi anni i ricordi dolorosi, le commemorazioni sincere, gli aneddoti raccontati a proposito di Grazia Cherchi, Maurizio Salabelle, Antonio Porta, Sandro Onofri, oltre che di Pontiggia stesso, si ha la percezione di un sentimento onesto e straziante - nei confronti di scrittori morti più o meno prematuramente - che esula dai rovelli invidiosi e dai crucci vendicativi che pure fanno parte del dna dei letterati: e non perché de mortuis nihil nisi bonum.
Nella sua poeticissima sostanza Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza “Contromano”, pp. 124 con 14 pp. di illustrazioni fuori testo, € 9) si nutre fortemente, sia nel ricordo del poeta Pietro Tripodo che nell’esplorazione delle viscere di Roma nel corso della caldissima estate del 2003, proprio di questo sentimento. Apparentemente svagato e casuale, il titolo racchiude in modo molto efficace le anime del libro. Senza verso (intese come senza direzione) sono le passeggiate romane del flaneur Trevi, esploratore di sotterranei e musei, chiostri e strade, palazzi e appartamenti; ma senza verso sono anche le poesie di Pietro Tripodo (scomparso nel ’99 a cinquantuno anni), “brevi prose che avevano tutte le caratteristiche ritmiche, musicali, visionarie delle sue poesie precedenti, tranne la scansione in versi”; e senza verso, infine, è la forma stessa del libro, che come il precedente I cani del nulla è impossibile da incasellare in un genere codificato e riconoscibile. In questo senso l’onestà della quarta di copertina – che con la formula “Roma, veduta dal basso, luglio-agosto” si limita a suggerire l’idea di una lunga cartolina – si intreccia meravigliosamente con la scrittura di Trevi (col suo passo narrativo breve, in cui raramente le scene superano la lunghezza di tre o quattro pagine) e con l’uso che lo scrittore fa delle fotografie. Nell’apparato di immagini in fondo al libro (intitolato “Colpi d’occhio”) le mappe della Roma antica, le statue, gli affreschi e le incisioni conducono senza soluzione di continuità alla Roma del dopoguerra, per concludersi con gli scatti del luglio 2003 e con un’unica fotografia di Pietro Tripodo. Una scelta stilistica che potrebbe far pensare a W.G. Sebald, uno scrittore molto amato da Trevi, se non fosse per l’uso empatico e emotivamente struggente (piuttosto lontano dalla funzione razionalizzante e ordinatrice assunta dalle immagini nei libri di Sebald) delle fotografie in bianco e nero di Senza verso. Se un senso ha da consegnare al lettore, questo libro, al di là dei motivi che spingono un uomo a ricordare un altro uomo che non c’è più, vissuto in una città che per antonomasia è considerata eterna, è che in fondo un senso vero – alla morte, alla vita, alle estati roventi, alle coincidenze, alle atrocità della Storia - non c’è, o magari c’è ma non riusciamo a trovarlo, e quello che conta sta nell’aver vissuto, e nel ricordare, con le parole, le fotografie, anche, e soprattutto, dopo le parole e le fotografie, i silenzi: “In realtà, se uno potesse capire una storia qualunque, e ricavarne un qualunque tipo di utilità, come si ricava il succo dal frutto, nel mondo non ci sarebbero così tante storie e così poche illuminazioni (…) Non nel suo significato, insomma, ma nel puro fatto della trasmissione è possibile riconoscere un residuo calore umano, la vibrazione di un’intimità reale che è passata tra due persone, che si sono incontrate e sono state amiche”.
Intervista a Emanuele Trevi
di PIERO SORRENTINO
[L'intervista è tratta da Stilos, supplemento letterario de La Sicilia, curato da Gianni Bonina]
Per rendere un po’ più facile la vita ai librai partirei con una domanda “di servizio”: In quale scaffale va collocato il tuo libro? In quello dei romanzi, delle biografie, delle guide turistiche…?
Mettiamola così: la parola “libreria” non ha più senso, perché tra grandi e piccole c’è ormai un abisso, è una filosofia del tutto diversa. Io ovviamente vado bene e vendo in quel tipo di libreria piccola e molto curata nelle scelte, quelle librerie sempre dall’aria “di sinistra”, per capirci, dove tengono i libri di poesia e i saggi d’arte. Vendo anche nelle altre, qualche copia, ma lì sono soggetto a leggi impietose di mercato, fondate sul meccanismo delle rese. Adesso che nelle grandi si è affermato il sistema francese dell’ordine alfabetico, mi fa piacere essere capitato vicino al mio amico Vitaliano Trevisan, ecco tutto!
Ora proviamo a fare felici anche i promotori della casa editrice, che devono raccontare i testi di cui si occupano ai librai: vista l’assoluta laconicità dei paratesti, vuoi provare tu a raccontare Senza verso?
Insisterei sulla trama, sul semplice riassunto degli eventi: un uomo di quarant’anni che si ritrova al punto di partenza, come spesso purtroppo accade, non ha più una casa e un amore e nella sua città inizia una canicola soffocante, che dura settimane e settimane e assottiglia lo spirito, toglie le forze…e in questa situazione ai limiti della disperazione, cerca degli appigli, passeggia in un quartiere dove si sente, chissà perché, più al sicuro che altrove, va a trovare un suo amico edicolante, si ricorda di un altro suo amico, che adesso è morto, che abitava proprio lì, ma questo non è un ricordo triste, perché l’amico era una persona bizzarra e simpatica, per non dire decisamente buffa e comunque molto originale, un vero poeta “all’antica”, insomma, e questi luoghi, e il ricordo della forza di carattere dell’amico, confortano quest’uomo disperato nella calura estiva…
Quanto hanno influito i libri di Sebald sulla scelta dei “Colpi d’occhio” fotografici in fondo al libro?
Sebald è uno scrittore che mi ha influenzato in maniera addirittura imbarazzante, potrei dire che mi ha liberato, insegnandomi molte cose sulla rappresentazione di sé, del proprio mondo interiore e dei propri movimenti nello spazio. Il suo capolavoro, secondo me, è Gli anelli di Saturno. Detto questo, che ammetto a denti stretti perché si vorrebbe avere fatto tutto di testa propria, cosa che in letteratura è impossibile, devo però aggiungere che l’uso che fa Sebald delle immagini è suggestivo a prima vista, ma poco ragionato, e finisce, con il piazzarle sempre lì in mezzo al testo, per togliere forza alle sue stesse parole. Adesso sto pensando a delle nuove soluzioni per delle cose che voglio scrivere, vorrei usare alcune foto sui riti degli indiani Pueblos scattate alla fine dell’Ottocento da Aby Warburg, il grande studioso di Botticelli e del Rinascimento.
Sempre che si possa dare per scontata l’assoluta equivalenza biografica e esistenziale tra il personaggio che dice io e l’autore Emanuele Trevi, mi ha molto colpito la radicale solitudine del protagonista: gira da solo per la città, visita i musei e i sotterranei guardandosi bene dall’intrupparsi nei gruppi in visita guidata, si infila in chiostri silenziosi, dorme in grandi stanze vuote, passa il tempo osservando il salvaschermo del suo telefonino nuovo… è stato davvero un periodo così malinconico, quello di cui racconti? E se è così, quanto peso ha avuto questa solitudine sulla decisione di scrivere il libro? È come se avessi richiamato Pietro Tripodo per tenerti un po’ di compagnia…
Beh, come negarlo, la mia prima persona è abbastanza “doc”, nel senso che a me interessa scrivere quello che vivo, anche a costo di esporre lati di sé non esaltanti come, in questo libro, la mia tendenza periodica a lasciarmi andare a stati di depressione e disordine esistenziale. Ma la solitudine non è solo un argomento, è una tecnica, un principio di messa a fuoco narrativa fondata su un certo uso della prima persona nella quale sono maestri scrittori contemporanei come Houellebecq e W.G.Sebald, che ammiro molto. Ma lo “stile della solitudine” è difficile da descrivere e poi… ci sono dei trucchi del mestiere che mi tengo per me !
A proposito di “stile della solitudine”: ne L’invenzione della solitudine, Paul Auster a un certo punto scrive “Cominciare dalla morte. Procedere a ritroso nella vita per poi, infine, ritornare alla morte. O invece: la vanità del tentativo di dire qualcosa su qualcuno”. Assumeresti questa frase come scheggia di poetica del libro?
Beh, appartiene all’Invenzione della solitudine di Auster, quindi non so se può trapiantare nel mio. Il libro di Auster, senza dubbio il suo capolavoro e in assoluto un libro bellissimo, è centrato sulla relazione padre-figlio, mentre la mia è la storia di un’amicizia. L’amicizia, se posso esprimermi così, è atea, manca di verticalità. La vanità di cui parla Auster è, nella sua essenza profonda, una vanità tragica, che minaccia alle radici l’identità stessa di chi scrive, lo costringe fuori dalla vita, in quella solitudine che dà il titolo al libro. Anche il mio libro parla della “vanità di dire qualcosa su qualcuno”, certamente, ma all’interno di una relazione di amicizia libera e felice, non vincolata dai legami del sangue, esente da violenza e da dolore. Senza che per questo non si tratti di un affetto profondo e coinvolgente. Dunque il risultato di questa impossibilità di dire qualcosa su qualcuno, nel mio caso, è comico, o perlomeno tragicomico. C’è una terza forma di impossibilità di dire qualcosa su qualcuno, e riguarda la persona che amiamo. Qui forse tocchiamo con mano, per rimanere al vocabolario di Auster, la vanità della vanità. Trovo che la letteratura contemporanea sia molto carente di un grande romanzo d’amore, qualcosa al livello della Principessa di Clèves o del Diavolo in corpo. E’ un terreno per me molto interessante.
Escludendo Musica distante, i tuoi libri sono sempre comparsi presso editori di “rottura”, dai cataloghi sfrontati e diretti (Castelvecchi) o in collane (“Stile libero”, “Contromano”) che raccolgono testi veloci, spesso di esordienti, dall’alto tasso di sperimentalismo linguistico e strutturale. A leggerli, però, si resta sempre colpiti dalla scrittura estremamente sorvegliata, quasi ricercata, con quelle lunghe frasi bellissime… È come se riuscissi sempre a tirare fuori libri che si vanno a installare di soppiatto in territori che non gli spetterebbero, dotati di una green card posticcia costruita dal migliore dei falsari su piazza…
E’ una domanda o un’affermazione ? Comunque sì, non ci avevo pensato molto ma è così in fondo, e questo sai perché succede? Perché il pubblico è vario, e ce n’è una fettina anche per questo tipo di prosa divagante, come la mia, è un genere letterario indefinibile eppure è sempre esistito. Per carità, io che sono l’ultimo degli scribacchini non voglio paragonarmi a Montaigne, a De Quincey, a Henry Miller, ma insomma, la mia filosofia almeno è la stessa, e questa letteratura “divagante”, chiamiamola così, è sempre esistita e secondo me in qualche forma esisterà sempre, e quindi capisco che a un certo punto un editore alla moda o di tendenza mi chiami, come è sempre successo, e mi chieda un libro, Mondadori non fa eccezione perché Andrea Cane lavorava con la stessa filosofia, curava anche Ammaniti per Mondadori, insomma era un “modaiolo” pure lui, perché pensano che anche io, nella mia maniera assurda, posso andare un po’ di “moda” o perché comunque i miei libri hanno un po’ di recensioni ecc ecc. Però, se guardi i libri che ho fatto, ti rendi conto che ogni volta ho cambiato editore: vuol dire che non sono tanto un buon affare da chiedermi anche un secondo libro!