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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Piperno, D'Orrico e la strategia culturale: un elogio

dorricopiperno.jpgE' per chiunque imbarazzante tessere elogi, ma ho avuto l'accortezza di fare dell'imbarazzo una professione, per di più non pagata, il che mi scagiona da eventuali sensi di colpa.
Sono qui, dunque, a tessere l'elogio non tanto del romanzo di Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, di cui a breve la recensione sui Miserabili; quanto del suo primo recensore, Antonio D'Orrico, che sul Magazine del Corriere della Sera di ieri ha dedicato a questa straordinaria saga proustiano/romano/ebraica un servizio di tre paginoni, dando il benvenuto a un grande scrittore italiano contemporaneo.
Se tesso l'elogio di D'Orrico è perché D'Orrico è diventato, nelle opinioni apocalittiche e depistanti che appaiono in questi giorni sulle pagine del Corriere (in seconda di Cultura, taglio basso), una funzione manichea e non una persona pensante: D'Orrico, avendo lanciato Faletti, sarebbe il Male Assoluto Del Mercato Che Aggredisce La Vera Cultura.
Per me, non è così, quindi, senza malizia, rilevo alcuni esiti formidabili ottenuti da D'Orrico.

Che stenda questo elogio senza malizia è una precisazione quantomai necessaria. Siccome D'Orrico è un prestigioso recensore e io faccio anche lo scrittore, qualcuno potrebbe pensare che vado a mendicare attenzione dal critico giornalistico più potente di questi anni. Non è così. Ravvedo in D'Orrico un agitatore culturale che, almeno in tre casi, ha mosso le acque stagnanti del mare magno delle lettere italiane.
Analizzo i tre casi.

1. Faletti
D'Orrico lancia Io uccido di Faletti con una memorabile copertina su Sette (allora si chiamava così l'allegato al Corriere), definendolo "il più grande scrittore italiano". Se non si contestualizza (e gli apocalittici paranoici depistanti veteroadorniani non contestualizzano mai), non si comprende la spettacolare torsione che D'Orrico impone al decadente istituto delle recensioni.
E' ormai noto lippis et tonsoribus che la recensione è un esercizio accademico che sempre più spesso manifesta limiti in termini di promozione di un titolo e di un autore. Sempre più spesso esula dall'atto critico e diviene strumento di marketing, e sempre più spesso si rivela strumento insufficiente a fare decollare le vendite. Gli uffici stampa cercano recensioni non per aprire discussioni critiche intorno a testi che si ritengono importanti, bensì per fare sapere che un titolo è uscito senza che la casa editrice debba pagare alle testate un quadrotto pubblicitario (pratica inquietante e antieconomica, quella di mantenere uffici stampa squalificandoli in questo modo; generalmente gli uffici stampa sono preparati e, spesso, vi ho ravvisato competenze ben più acute di quelle detenute dagli editor).
Oltre al vortice pubblicitario, il recensore (che deve anche fare fronte alla nevrosi narcisistica degli autori) fa i conti con una situazione storica che egli non ha per nulla contribuito a creare. La confusione tra autentica letteratura (cioè creazione dell'immaginario collettivo che viene intercettata e messa in forma da scrittori secondo canoni non di sapere, ma di profondità dell'intercettazione stessa) non è stata creata dai recensori. La letteratura non è uscita da se stessa e non si è confusa con l'aura estetica di questa società per colpa dei recensori. Panorama mise in copertina la faccia di Oriana Fallaci e la definì "la più grande scrittrice italiana": non era certo l'opera di un recensore, quella era un'operazione politica. Nell'atmosfera di pessimo estetismo a cui si è ridotta l'esistenza italiana secondo i media, purtroppo, la letteratura è in stato di simulacro, e ciò che sostanzia il simulacro è sempre più spesso una nullità conclamata di ordine politico. Se, per fare un esempio recente, azzardassi che è un progetto politico quello a cui Baricco, Lucarelli & Procacci stanno lavorando con Fandango? Non soltanto perché si intuisce il veltronismo, lì dietro - sia chiaro. E' che l'impatto politico della letteratura autentica si manifesta sempre, e questo impatto è stato compreso, riposizionato e sfruttato da un sistema politico-mediatico. Alla luce di questa considerazione, e del tutto en passant, sottolineo che le vecchie accuse di berlusconismo a Mondadori sono di una cecità e di una malizia ingovernabili: pura idiozia.
Se si apre oggi il Corriere, si legge che viene ventilata la presenza di Baricco a Sanremo. Qualcuno avverte dei rischi di superficialità: gli scrittori non accetterebbero di essere commentati da chi li ha letti distrattamente, idem i cantanti da chi li ha ascoltati sovrappensiero. Che cos'è tutto questo? In che senso dovrei leggere attentamente Baricco? O un altro scrittore?
Ecco, dunque, qual è e qual era la situazione di partenza in cui si è trovato D'Orrico quando ha effettuato quella clamorosa operazione con Faletti. Faletti, come Baricco, era stato in tv (e a Sanremo), e come Baricco aveva scritto un libro. Di Baricco si diceva che fosse il più grande scrittore italiano. Però non c'erano motivi per dirlo, al di là dell'aura di successo di pubblico letterario e televisivo. E' infatti allucinante, come più volte ho scritto, che la critica non si impegni sui testi di Baricco. In questo vuoto pneumatico di pensiero, attenzione, sensibilità, desiderio di mettere le mani nel supposto fango della cultura di massa, D'Orrico fa strike: ci interroga, con una grammatica di massa, su cosa sia la letteratura.
Il risultato che ne ricavano gli "intellettuali neosnob" (che non sono autentici intellettuali, perché non si può essere tanto impreparati da non riflettere con un minimo di onestà e sapienza su tutto ciò) è che D'Orrico è uno stronzo. Tutti dicono che D'Orrico è diventato potente e, quindi, stronzo. In effetti sono loro i primi a stargli lontano o a leccargli le pudenda retrostanti. D'Orrico si autoeleva a un ruolo di potere soltanto se uno è più realista del re: D'Orrico svela per tutti noi questo giochetto che un intellettuale, che però si occupi anche di cultura di massa, conosce alla perfezione. L'intellettuale che non si occupa di cultura di massa, invece, tematizza alla cazzo la questione dei meccanismi, come se desiderasse protestare contro l'alfabeto e non si dedicasse alla sintassi e alla retorica.
Sfugge, ai ciechi, che, anche ammesso che D'Orrico, con quella operazione, ha accumulato una potenza, essa potenza va impiegata. I ciechi non si chiedono come D'Orrico impieghi quella potenza.

2. Avoledo
D'Orrico sa perfettamente come impiegare il potere che gli tributano. Passa pochissimo dal lancio sconcertante di Faletti e, sempre su Sette, D'Orrico, in risposta a una lettera di segnalazione di Giulio Mozzi, lancia il caso Avoledo. E' un successo. Certo, non con le cifre raggiunte da Faletti, però Avoledo va a costituire un caso editoriale assai importante: un esordiente, che pratica una letteratura che fa del fantastico e dell'ucronia i suoi nuclei pulsanti, va a vendere in poche settimane ventimila copie. D'Orrico ci segnala che sta utilizzando la potenza che detiene: in catenaccio, scrive: "Avete letto Faletti? Bene, adesso leggete Avoledo".
I ciechi pseudointellettuali dovrebbero essere accontentati. Macché: non si occupano assolutamente di Avoledo. Avendo attaccato Faletti (e continuando ad attaccarlo a tutt'oggi), non si preoccupano di sottolineare che Avoledo, che dovrebbe essere un nuovo "prodotto" di D'Orrico, non è un prodotto e ha un valore letterario superiore di migliaia di carati rispetto a Faletti. No, adesso questa genia da incubo ha scoperto un nuovo sport: siccome D'Orrico martella sempre su Roth (ed è così che bisogna fare: martellare), dice che D'Orrico dovrebbe smetterla di parlare di Roth, ha rotto i coglioni con Roth. Quindi D'Orrico ha rotto i coglioni con Faletti e li rompe anche con il massimo scrittore americano vivente, per cui dovrebbe esistere una pubblica petizione al fine di convincere Stoccolma a dargli il Nobel.
Sia chiaro: nel frattempo ci si occupa di tutto (no: di niente), sul versante della critica, tranne che di Faletti, di Roth, di Avoledo e di Baricco. La critica non va sopra questi soggetti eterogenei, la cui eterogeneità dovrebbe fornire garanzie perché almeno uno dei soggetti interessi ad almeno un critico.
Esce un libro di saggi su Pynchon e ce ne occupiamo in dodici. L'orrida genia degli apocalittici non va a occuparsi della collettanea su Pynchon: no, continua a berciare contro D'Orrico, esponente metonimico di macromacchine cospirative di chissà quale Potere.
Non si sa bene a cosa punti l'emetica genia pseudointellettuale. Desidera dodici pagine patinate a firma D'Orrico su chi?

3. Piperno
Passa il tempo e ieri D'Orrico compie un capolavoro nell'impiego delle potenze che ha accumulato col suo lavoro: segnala Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno. Fotografato in formato da celebrazione realistico-socialista, Piperno appare come il Proust italiano. Non so se è il Proust italiano, ma so che D'Orrico ha ragione, poiché spende entusiasmo per un libro eccezionale, anziché straparlare cita il romanzo per i tre quarti dell'articolo, ci piazza una chiusa che sfiora il commovente e che rimette in abisso la figura del recensore.
Il romanzo di Alessandro Piperno è strabico come il suo autore: è altissima letteratura ed è popolare. E', in pratica, come le narrazioni di Proust, di Bellow, di Roth: altissima letteratura letta da tantissime persone. Non c'è scandalo in ciò, tranne che per i sofismi neurotici di cui è perenne vittima l'allucinata genia degli intellettuali impreparati. Totò era arte ed era popolare. Dostoevskij era arte ed era popolare. Pavese era arte ed è popolare. Pasolini era arte e faceva la regia per la pubblicità Saiwa (sfornèscion!). Houellebecq è arte ed è popolare.

4. Chiusa in forma di elogio
Foss'anche una strategia, quella di lanciare in quel modo Faletti, si tratterebbe di osservare dove quella strategia conduce. Conduce, finora, al lancio di un grande scrittore, Alessandro Piperno, che nessun altro oltre D'Orrico avrebbe potuto segnalare con tanta potenza e sensibilità.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 11 Febbraio 2005

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