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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Pianto di Gilgamesh per la morte di Enkidu

gilgamesh.jpgQui non intervengo con alcun commento, se non sintetico, e composto di domande.
Di chi è il cadavere irrigidito da cui Gilgamesh è giocoforza dissociato?
Cos'è quella cosa che, irrigiditasi, non ascolta più la nostra voce e causa il nostro dolore e il nostro lamento? E ci fa stare male...
Cosa sta accadendo?
Chi sta piangendo davvero Gilgamesh?
Che cosa significa che il mondo, e tutte le immagini, scompaiono insieme a Enkidu?
Cosa sta accadendo quando si sta male?
O, come dice Gilgamesh, qual è il sonno che si è impadronito di te?
Che cos'è concretamente, psichicamente, tutto questo, rispetto a me stesso, ai momenti che di me conosco?
E cosa succede, dopo, quando Gilgamesh racconta questo lutto?


Pianto di Gilgamesh per la morte di Enkidu


dall'epopea di Gilgamesh, tavola settima, vv 1-55

Quando l'alba spuntò,
Gilgamesh così parlò al suo amico:
"Enkidu, amico mio, tua madre la gazzella,
e tuo padre l'asino selvatico ti hanno generato;

con il latte degli onagri essi ti hanno nutrito;
e gli animali della steppa ti hanno guidato per tutti i pascoli.
I sentieri, o Enkidu, alla Foresta dei Cedri
piangano per te, non smettano giorno e notte.
Piangano per te gli anziani della spaziosa città, Uruk l'ovile;
pianga per te colei che alza la mano, per benedirci dopo la morte;
piangano per te gli abitanti della montagna, della collina;
l'ampia steppa pianga per te come fosse tuo padre;
i campi piangano per te come fossero tua madre;
piangano per te i cipressi e i cedri,
in mezzo ai quali noi abbiamo infuriato la nostra rabbia;
piangano per te gli orsi, le iene, i leopardi, le tigri, le gazzelle
e i caprioli,
i leoni, i tori, i cervi, gli stambecchi, tutti gli animali della steppa.
Pianga per te il sacro fiume Ulaia, sulle cui sponde
noi orgogliosamente passeggiavamo;
pianga per te il puro Eufrate,
al quale noi abbiamo offerto acqua dai nostri otri;
piangano per te i giovani uomini della spaziosa città, Uruk l'ovile
che guardavano ammirati la lotta: noi quando abbiamo
abbattuto il Toro Celeste.
Pianga per te il contadino piegato sul suo aratro,
colui che esaltava il tuo nome con i dolci "alalà!".
Pianga per te il banditore della spaziosa città, Uruk l'ovile,
che esaltava il tuo nome nominandoti per primo;
pianga per te il bovaro, il capopastore,
che ti dava da bere birra e miele;
pianga per te la tua balia,
che usava cospargere di olio [ ];
piangano per te gli anziani,
che avvicinavano alle tue labbra il nettare;
pianga per te la prostituta sacra,
per la quale hai unto il tuo capo con olio buono;
piangano per te i tuoi suoceri;
pianga la famiglia della moglie, sigillo delle tue decisioni;
piangano per te i tuoi fratelli,
che, come sorelle, possano essi sciogliere
i loro capelli su di te.
Per te, Enkidu, tua madre e tuo padre,
ed io piangeremo amaramente nella loro steppa.
Ascoltatemi, o giovani uomini, ascoltatemi!
Ascoltatemi, o anziani di Uruk, ascoltatemi!
Io piangerò per Enkidu, l'amico mio,
emetterò amari lamenti come una lamentatrice.
L'ascia del mio fianco, l'arma del mio braccio,
la spada della mia guaina, lo scudo del mio petto,
i miei vestiti festivi, la mia cintura regale,
uno spirito cattivo è venuto e me li ha portati via.
Amico mio, mulo imbizzarrito, asino selvatico
delle montagne, leopardo della steppa,
Enkidu, amico mio, mulo imbizzarrito, asino selvatico
delle montagne, leopardo della steppa,
noi, dopo esserci incontrati, abbiamo scalato assieme la montagna,
abbiamo catturato il Toro Celeste e lo abbiamo ucciso,
abbiamo abbattuto Khubaba, l'eroe della Foresta dei Cedri,
ed ora qual è il sonno che si è impadronito di te?
Tu sei diventato rigido, e non mi ascolti!".
Ma questi non solleva la sua testa.
Gli accosta la mano al cuore, ma questo non batte più.
Allora ricopre la faccia del suo amico come quella di una sposa;
come un'aquila comincia a volteggiare attorno a lui;
come una leonessa, i cui cuccioli sono stati presi in trappola,
egli va avanti e indietro;
si scompiglia e fa ondeggiare la chioma fluente;
si strappa e getta via i gioielli come se fossero tabù.
Quando le prime luci dell'alba si affacciarono, Gilgamesh si alzò.

Gilgamesh racconta il lutto

dall'epopea di Gilgamesh, tavola decima, vv 51-73

"L'amico mio, il mulo imbizzarrito, l'asino selvatico
delle montagne, il leopardo della steppa,
Enkidu, l'amico mio, il mulo imbizzarrito, l'asino selvatico
delle montagne, il leopardo della steppa,
noi, dopo esserci incontrati, abbiamo scalato assieme la montagna
abbiamo catturato il Toro Celeste e lo abbiamo ucciso,
abbiamo abbattuto Khubaba, che viveva nella Foresta dei Cedri,
abbiamo ucciso nei passi di montagna i leoni
l'amico mio che io amo sopra ogni cosa, che ha condiviso
con me ogni sorta di avventure,
Enkidu che io amo sopra ogni cosa, che ha condiviso
con me ogni sorta di avventure,
ha seguito il destino dell'umanità.
Per sei giorni e sette notti io ho pianto su di lui,
né ho permesso che fosse seppellito,
fino a che un verme non è uscito fuori dalle sue narici.
Io ho avuto paura della morte, ho cominciato a tremare
e ho vagato nella steppa.

La sorte del mio amico pesa su di me:
per sentieri lontani ho vagato nella steppa.

La sorte di Enkidu, il mio amico, pesa su di me:
per sentieri lontani ho vagato nella steppa.
Come posso io essere tranquillo, come posso io essere calmo?
L'amico mio che amo è diventato argilla;
Enkidu, l'amico mio che amo, è diventato argilla.

Ed io non sono come lui? Non dovrò giacere pure io
e non alzarmi mai più per sempre?".




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 17 Gennaio 2005

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