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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Iniziazione, Trinacria, Trauma:
Contrada Conca

di GIUSEPPE GENNA
003c.jpg[Questo racconto è stato incluso nell'antologia di letteratura sulla Sicilia curata da Gianni Bonina, direttore di Stilos, lo straordinario supplemento letterario del quotidiano La Sicilia. Nella foto che illustra il racconto, un treenne Giuseppe Genna guarda il sol dell'avvenir. Se ci cliccate sopra, la foto intera mostra, accanto al Piccolo Miserabile, due suoi cugini in pieno delirio estetico anni Settanta]

Quando atterro all’aeroporto di Palermo ho otto anni ed è Punta Raisi ancora.
Poi prendo per strane strade e non ricordo, arrivo ai Birgi dove atterrano aerei militari e l’erba è secca e gialla e tra l’erba vedo una carcassa di cane marcia. Lì c’era il piccolo lotto di terreno che la famiglia Genna ebbe. L’ebbe per poco perché fu acquistato dallo Stato apena avuto, Giuseppe Genna mio nonno vendette e andò a Milano.

Dai Birgi svoltiamo a sinistra e aggiriamo Marsala e c’è una stradina ed è la Conca, questo posto di nascita, questa cosa da cui germogliò l’albero, la specie, l’intera larga famiglia plantare. E’ una strada nel sole, con andatura collinare. Un panorama vasto azzurro nella calura verso il mare è, è dietro invece una montagna con un leone che lì si aggira da novant’anni a questa parte. Sempre lì è il fonte e le donne vanno vestite di nero, fasciate con brocche sui capi e sono morte. Prendono l’acqua, a volte i ragazzini, riportandola nelle case dove scorre un unico filo elettrico per tutto il paese, e prima erano solo lampade a petrolio, grasso nero viscoso, che illuminava poco la notte e non per leggere, era davvero buio, non si vedeva. La Conca digrada verso la sua schiena. E’ la zona ombrosa in discesa, verso l’ipogeo orizzontale, i campi verdi, l’aranceto e i vecchi, con i garage fatti tali per giocare a briscola con le carte coloratissime nella mano.
Molti zii, tante nonne.
Mio nonno Giuseppe Genna ha un occhio che vede e un occhio di vetro perso in guerra, che non vede. E’ un tralice umano coperto con un cappello in paglietta, la decorazione dei mutilati in guerra di ferro argentato che non si ossida, stracolma di foglie di vischio dell’onore conquistato e conferito. Cammina retto con un bastoncino di malacca in mano e gli occhiali. Mia madre è per tutti una puttana perché è bella e giunge dal Continente. Tutti la stuprano perché non accetta la corte. Mio padre non c’è e io e mia sorella scappiamo nella salita dietro la casa principale per noi e vediamo grandi vuoti e all’orizzonte farsi Levanzo azzurra.
Da lì c’è Mozia ma non ci vado, restando sull’albero di carrubbe a casa di Guglielmo mio cugino a preparare una fionda con un copertone. Quando tornano dicono che a Mozia esiste un biberon di pietra per i neonati fenici. Gli occhi entusiasti di Gisella mia sorella comunicano la sua magliettina azzurra come la maglia della nazionale nel torace fragile con le costole tenere in formazione e il caschetto di capelli sbarazzino sopra la goccia di saliva splendente sul labbro rosso inferiore. Giochiamo.
Lo zio Totò di lavoro pela fichi spinosi d’India e poi accoltella il figlio in una notte drammatica a casa loro, Ciccio del Tribunale. E’ del Tribunale perché pulisce i pavimenti antichi del palazzo di Giustizia a Marsala dove tutti i negozi e tutti i palazzi e tutte le famiglie si chiamano Genna. Lo zio Totò ha una canottiera povera e andava molto tempo addietro a vendere con il carretto le uova sode per i paesi, qui si viveva così, poi è andato nella clinica, nel manicomio.
Chiunque contrae debiti e fa cambiali per costruire palazzi enormi e ville con angoli a nicchie rotonde e i divani con la plastica avvolti e poi vivono tutti nella cantina dove si cucinano sempre maccaroni abbusiati con la salsa di pomodori messi a seccare sulle tavole di legno per la strada nelle mosche.
Di notte mangiano i ricci, e la bottarga.
Si chiamano i soprannomi.
Michele il Commissario è l’unico comunista e ci sono due gemelle nella casa dove mangiamo lumache vive con aglio e prezzemolo e poi un matrimonio. E’ una festa e mia madre, continuamente stuprata da Gaspare e gli altri, compie un risotto alla milanese con lo zafferano di un’unica bustina preziosissima che molto difficilmente hanno trovato per tutta Marsala. Il risotto è sciapo e tutti con ipocrisia e gentilezza assaporano che è buonissimo e lo sposo si infila la manina di Gisella mia sorella dentro la bocca e ciuccia.
Andiamo in una spiaggia verso San Vito Lo Capo dove mio padre è bambino ancora e si diverte e sente la vita felice una volta. Lì ci sono molte inspiegabili pagliette scure rotonde come dei ricci schiacciati e le cabine dietro e io entro nell’acqua. Esiste Submariner, è il suo tempo, e faccio vortici con le mani come rotori immensamente potenti, sono magro, molto magro.
Brigida tristemente osserva con gli occhi che sembrano pietruzze di vetro iridescenti in una tristezza tantissima e violenta, cosa vuole?
Una cugina con i dentoni ride sempre, ha i capelli del signor Pampurio, però sono biondi.
Io e Gisella mia sorella soffiamo con una pipetta gialla e rossa in plastica piena d’acqua dentro il tubo di scappamento della macchina di Giacomino e la macchina non parte, è colpa nostra, andiamo a nasconderci.
Giuseppe Genna muore tra dodici anni, il mio nonno, venuto di qui.
Io non muoio mai.
Nell’afrore carezzo con il polpastrello la falce che contiene il tetano e svengo e arriva una suora e mi perfora con la puntura la natica di destra con un male livido e profondo e svengo e sono salvo.
Mia madre è talmente stuprata da Gaspare e dagli altri, continuamente, nel segreto dei loro negozi di soprammobili a Marsala, che ha le coliche nei reni, la cistifelea, e viene condotta nell’ospedale arretrato, primitivo, con il sangue degli altri a schizzi ad arco sui muri imbiancati male.
Mio nonno è capotavola, sempre.
Dicono “agghio”, dicono “ojo” e io e Gisella mia sorella ridiamo per nove ore e trenta minuti continuamente, nessuno è in grado di farci smettere, nemmeno Pampurio che ci porta fuori, sono tutti offesi, nella casa dello zio Vincenzo che non si fa bene la barba e muore tra un anno, è diventato pazzo.
Lì scrivo la prima poesia vera dentro un quaderno con la copertina rigida fasciata nella iuta, dopo il giornaletto dei Fantastici Quattro che si lasciano per sempre e non ritorneranno mai più insieme e la poesia si chiama “Amici”.
Nello stradone c’è il curvone, in fondo, dove ci sta la gelateria della zia Rosa che ci dà i coni e accetta i biglietti del tram di Milano. Duecento lire sono tantissime, nuove, sembrano d’oro. Al bar Nico a Milano compro un gelato e qui due. Nel bar Nico tra quattro anni dalla figlia cicciona della proprietaria criminale nasce dal patrigno crinimale il bambino Lucrezio Michel, dal nome del poeta latino e di Platini.
Cresci, fondamento mobile.
Eleva la tua patria alla celeste.
Chiara donna, bianchissima, e luminosa: vieni.
Se abbandoniamo la mamma stuprata continuamente qui da Gaspare e gli altri, uno degli altri che sa il karaté ed è criminale non viene a Milano e telefona apposta.
Gisella, aiuto.
L’ombra della vedova morta nera nella casa abbandonata verso l’alto, di tufo, leggendaria, nella casupola dove nascondevano i rapiti.
Tristissima infanzia fatta di niente poco perfetto, poiché perfetto è niente, è qui.
Il callo sopra il pollice, che è il destro, di Gisella mia sorella dentro la bocca e ciuccia.
La bocca a ciliegia schifosa, i capelli vaporosi e biondi, radi, spumanti.
Contrada Conca di notte non è abbandonata “dint’a Conciada Conca”.
Paresi.
Psicosi.
Ipocondria.
Voi, mie dee, salutate la celeste, la terrestre patria, abitate nel mezzo tra qui ed Orione, dove starò io da adesso.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 7 Gennaio 2005

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