Oggi va così: mi tolgo uno sfizio.
Lo sfizio è questo: desidero discettare dei libri che ho scritto.
Quest'atto è imbarazzante, per cui lo compio.
Non si tratta di autoerigere un statua a se stessi e nemmeno di promuoversi [nella foto, il Miserabile mostra la targa con cui un sindacato democratico di polizia gli ha conferito il terzo posto a un premio importante del noir italiano]. Se lascio fuori dalla produzione due titoli è perché uno, che è net.gener@tion, firmato con l'illegittimo pseudonimo Luther Blissett, è ciò che intendeva essere una critica pratica al LB Project che è stata in parte accolta, come era ovvio, alla stregua di una fetida speculazione; il secondo, è Il caso Battisti (composto con Valerio Evangelisti e Wu Ming 1), perché per altri motivi si presta a critiche dello stesso tenore, seppure su un piano ben più drammatico. Desidero stare al di fuori di ogni logica di valutazione extraletteraria, come risulterà chiaro nel corso della disamina.
Oggi va così, se vi irritate, cambiate canale e sbollite, che tanto quel che passa qui non è fondamentale per la vita dell'occidente.
Prima di iniziare questa che pretende di essere una autocritica, alcuni cenni sono necessari.
Ho iniziato a scrivere molto presto. Sono cresciuto immerso nel momento storico della poesia contemporanea a Milano, sotto il magistero di Antonio Porta (nella foto). Fino a metà degli anni Novanta, ho soltanto scritto poesia.
Un libro (intitolato Libro bianco) stava per uscire per i tipi di Crocetti, ma poi non è stato pubblicato (Crocetti, nella foto a sinistra, ha preso in eredità da Porta la formazione del sottoscritto, che, lavorando per lui a Poesia, ha succhiato tutto il latte che poteva succhiare).
Improvvisamente e del tutto inaspettatamente, ho vissuto un anno a Roma, in qualità di consulente del Presidente della Camera, Irene Pivetti, per la quale ho organizzato, in collaborazione con Crocetti, una manifestazione di letture di versi a Montecitorio. Lì a Roma ho fatto anche altro. Quest'altro che ho fatto, mi ha convinto che l'unico tentativo di narrare il mio presente, in connessione con il passato e in allucinazione del futuro, fosse la narrativa.
Rimasto disoccupato per circa un anno, sono passato a scrivere prosa, tra il saggistico e il narrativo. Ho cominciato a lavorare, in situazione di superprecariato, per Mondadori. Ho scritto i racconti di Assalto a un tempo devastato e vile, li ho fatti leggere ai mondadoriani Ferruccio Parazzoli, Antonio Franchini e Antonio Riccardi, ai quali parvero inidonei alla pubblicazione in Mondadori. Lo stesso parere mi venne comunicato da Einaudi e Feltrinelli. Michele Monina, ai quali piacquero, li passò a suo fratello Marco, che dirige le edizioni peQuod, per i cui tipi uscirono.
Nel frattempo, stando in Mondadori, ebbi l'agio di infilare un piccolo romanzo giallo, Catrame, nella collana da edicola. Stefano Magagnoli, ai tempi editor di quella collana, lesse il libro e decise di farlo. Antonio Riccardi ne scelse il titolo, che era originariamente Lopez l'oscuro (era poco prima che Ferrandino pubblicasse Pericle il Nero). Catrame piacque moltissimo a Carlo Fruttero, che ne parlò al grand commis della Mondadori, Gian Arturo Ferrari, il quale volle conoscermi e mi propose di fare un romanzo thriller di ampio respiro, e così nacque Nel nome di Ishmael, il cui titolo fu trovato da Ferruccio Parazzoli. Ishmael ebbe uno scarso successo di vendite in Italia, ma un'incredibile ricezione all'estero: venne acquistato in USA (una rarità), Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Olanda, Belgio, Russia, Giappone. Mondadori mi chiese di fare altri due libri che avessero come protagonista Lopez. Vennero dunque scritti Gotha (poi reintitolato dall'editore Non toccare la pelle del drago) e Grande Madre Rossa (questa volta il titolo fu deciso dall'autore). Nel frattempo, i racconti di Assalto vennero acquistati dagli Oscar (con integrazione di un racconto inedito, Questo è martirio del Santo Me). Con Michele Monina e Ferruccio Parazzoli scrissi I demoni per peQuod (la terza parte), che costituirono la massima delusione creativa che io abbia esperito finora. Poco prima uscì un libro firmato da me e da Igino Domanin, sempre per peQuod, col titolo Forget domani, e questa fu la più felice esperienza creativa che io abbia mai fatto.
Questa, dunque, in linea di massima, è l'esposizione del mio curriculum editoriale.
Ora entro (o deliberatamente non entro) nello specifico, e dico cosa penso sinceramente dei miei testi.
Assalto a un tempo devastato e vile
E' l'unico libro che io sento di avere scritto. Fatti salvi gli strumenti, le cautele, i sistemi di finzione e i filtri che è necessario adottare quando a parlare è "io", questo è l'unico testo che Giuseppe Genna abbia scritto secondo autenticità.
Il pezzo (ché non si tratta di racconto) Questo è il martirio del Santo Me (una citazione dal Palahniuk di Choke) è la cosa che mi convince di più tra tutte quelle che ho scritto. Mi riferisco alla seconda edizione del libro, quella uscita per i tipi Oscar Mondadori, che presenta per l'appunto il pezzo di cui parlo, non apparso nell'edizione originaria edita da peQuod (che tra l'altro è quella a cui personalmente tengo di più).
Assalto è l'unico titolo di cui potrei rivendicare una paternità affettiva, oltre che una fratellanza altrettanto affettiva.
Catrame
E' stato scritto in nove giorni, in omaggio a mio papà Vito, che è un cultore quasi feticista di Simenon e anche della serie Maigret, e a mio zio Egidio, che in quel periodo stava male (poi morì, si trattava in pratica di un secondo padre per me). Ho semplicemente utilizzato le gabbie del genere nero classico, distorcendole minimamente e attualizzandole. In coda, c'è una scoperta che anticipa il finale, e si tratta di alcuni sommari tratti dalla Relazione di minoranza della Commissione P2, nella versione dell'allora radicale Massimo Teodori, a cui sono stati sovrapposti alcuni appunti del giornalista Mino Pecorelli.
In questo romanzo, non esiste una pagina una che, a mio avviso, abbia valore letterario. E' un racconto, cioè, senza pretese di letteratura. L'insieme tiene o, come si dice nell'orrido gergo aziendal-editoriale, funziona, ma non esiste a mio avviso neanche un passaggio che sia memorabile dal punto di vista linguistico. Ciò è dovuto anche al fatto che, in narrativa, sempre a mio avviso, la lingua non è lo stile, ma la scansione delle storie, dove si avverte una totale indifferenza tra respiro contenuto e forma.
Tuttavia Catrame è il mio titolo più venduto e ai lettori che incontro è piaciuto molto.
Nel nome di Ishmael
L'editore si aspettava un romanzo piano e dunque vendibile, mentre la mia strategia commerciale era di colpire e aggredire l'estero, il che è stato. Non ho scritto, dunque, una roba alla Dan Brown, il che mi sarebbe risultato impossibile perché io sono incapace di fare una cosa del genere. I modelli erano: Ellroy, Melville e Hugo. La cosa per me più divertente, nella scrittura di questo romanzo, è stata la scelta delle citazioni a inizio di ogni capitolo.
Ishmael è stato composto in quattro settimane. Esso intendeva montare tutta la percezione che io ho della tradizione letteraria a cui mi riferisco, che ho studiato e amato, travestendola attraverso il modulo della spy-story (il titolo, per l'appunto, rimanda al "Call me Ishmael" con cui inizia Moby Dick). Mi interessava inoltre lo sviluppo di due personaggi, gli ispettori Montorsi e Lopez, in questo senso: che a distanza di quarant'anni risultassero la medesima melma umana. Il personaggio femminile, cioè la moglie dell'ispettore Montorsi, è stato messo in rilievo su richiesta dell'editore. Ammontano a circa un centinaio le pagine di appunti e citazioni che sono state occultate, a brandelli, nel testo. Il finale è stato scritto in modo che facesse deliberatamente schifo.
Alcuni documenti sono stati tradotti e occultati nel testo. Tra questi, un fake che appartiene a una storia processuale che vide coinvolta Scientology, non in Italia bensì negli Usa. Esponenti italiani di Scientology si fecero vivi, all'indomani della pubblicazione di Ishmael, per protestare - diciamo così - vibratamente contro il mio interesse circa la loro religione. Essi non si resero conto che in Ishmael sono occultati anche brani di documentazione controinformativa sul Vaticano. I problemi maggiori, all'estero, derivarono invece dal sospetto che con Ishmael io alludessi a sette islamiche. Ishmael, infatti, doveva essere pubblicato a fine settembre 2001, ma la sua data di uscita slittò in considerazione (del tutto editoriale e non da parte dell'autore) dell'attentato alle Torri e al Pentagono. In seguito, l'apparentemente bizzarra inclusione della città di Amburgo tra i set in cui si svolege il romanzo ebbe una strana conferma dalle indagini post-11 settembre: stava infatti ad Amburgo la più importante cellula europea di Al Qaeda, in cui militava Mohammed Atta.
Una delle trame di Ishmael, inoltre, riguarda una presunta lobby pedofila che occupa posizioni di rilievo intorno all'Europarlamento. Una recente indagine in Portogallo, che ha portato alle dimissioni di due ministri nel governo appena decaduto e che in Italia non ha ottenuto alcuna attenzione da parte dei media, conferma quell'ipotesi, che non è letteraria ma investigativa (del Belgio, naturalmente, si sa).
Quanto a letteratura, Nel nome di Ishmael mi sembra irrilevante, a parte un paio di eccezioni. Queste eccezioni sono: il capitolo che ha protagonista Enrico Mattei; il capitolo che ha per voce narrante Henry Kissinger; il capitolo inedito in Italia che ha per incipit: "Lui era Kissinger e la stava baciando", che nella traduzione inglese si è scoperto essere: "He was Kissinger, he was kissing her".
La convergenza delle due trame è una questione tecnica e strumentale che non ha a che fare con la letteratura.
Se dovessi rivendicare la paternità di Ishmael, non lo farei.
Non toccare la pelle del drago
Questo è il romanzo che meno è piaciuto a editore e lettori. All'estero, in Olanda Francia e Germania, invece, è molto piaciuto. Il titolo originario era Gotha, ma all'editore non risultava gradito in quanto troppo freddo e alto. La scelta del titolo finale cadde su una citazione dalle opere complete di Mao Tse Tung. Solo che questa citazione è inesistente. Un mio amico pittore, che vive in America, nel corso di una conversazione che verteva sul taoismo, citò a orecchio una frase che diceva: "Toccate tutto, ma non la perla del drago". Io sono un po' sordo, al posto di "perla" intesi "pelle". Poi mi inventai che, a pronunciare quell'aforisma, era stato Mao. La frase venne inopinatamente scelta come titolo del libro.
Al contrario di Ishmael, in questo romanzo non desideravo fare un esercizio di metaletteratura, nonostante abbia infittito il testo di citazioni letterarie (un giornalista olandese, che mi ha intervistato ad Amsterdam, ha per esempio riconosciuto parte del testo di High Windows di Philip Larkin, steso in prosa e riscritto in altra metrica). Intendevo invece parlare dell'alchimia e in particolare del congelamento che deve attraversare chiunque tenti lo scioglimento dei nodi psichici, il che costituisce la fase detta "nigredo". Il Drago è dunque un romanzo gelido e disincantato, che non ha pretese non soltanto quanto alla letteratura, ma neppure quanto a struttura e al racconto della storia. Il finale è stato scritto in modo da non concludere nulla. Letto come si legge una storia di avventura o un romanzo d'autore, non dice assolutamente nulla.
Il Drago sembra parlare della Cina, ma non è vero. La Cina del Drago è in realtà il Vaticano. Il romanzo è infatti costellato di citazioni occultate da documentazione relativa a fatti accaduti dentro e intorno al Vaticano. Per esempio, c'è un momento in cui l'ispettore Lopez è sulla scena di un suicidio, quello di un imprenditore brianzolo. Lopez arriva e determina trattarsi non di suicidio, bensì omicidio, grazie a un improbabilissimo esame autoptico improvvisato ed estemporaneo, di un tecnicismo che neanche quelli di CSI: infatti si tratta della citazione letterale delle conclusioni a cui giunse la perizia scientifica della difesa di Cédric Tornay, la giovane guardia svizzera che si sarebbe suicidata in Vaticano dopo avere ucciso il suo capitano e la moglie.
Tutti i dati sulla Cina sono ovviamente desunti da studi su testi specialistici e sono attendibili. E' che qui la Cina non è la Cina. Testi di geopolitologi americani e russi sono citati quasi alla lettera.
Dal punto di vista letterario, le uniche parti che mi sembrano, ma neanche tanto, degne di nota sono: la scena del ristornate cinese a Montecarlo, il China Down, col monologo del Cinese che beve acqua estratta da una trivellazione di 13km al Polo (però, nella finzione, ho invertito i Poli); la visita di Lopez nel reparto frigorifero di stoccaggio all'aeroporto Malpensa (ma è citata da A man in full di Tom Wolfe); la scena nella palestra privata a Montecarlo, dove la moglie occidentale del Cinese prende a calci un uomo nudo legato, reiteratamente, massacrandolo ma non finendolo.
Se dovessi reclamare la paternità su questo romanzo, mi asterrei dal farlo.
I demoni
La mia è la terza parte (quella più stroncata dai recensori), tranne il capitolo in cui si descrive, in slow motion e al contrario, il suicidio di un uomo (si tratta infatti di un pezzo scritto da Michele Monina). Il progetto Demoni mi ha molto deluso in fase di ideazione, di composizione e di aggiustamento. La scrittura collettiva non è uno scherzo, serve affiatamento e poca ossessione.
Dal punto di vista della letteratura, la parte dei Demoni a cui ho lavorato mi soddisfa per il montaggio e per l'inclusione del casuale e del contingente nel testo. Alcune visioni mi piacciono, ma non mi sembrano memorabili. Il catastrofismo e il complottismo che aleggiano in quella sezione sono ovviamente finzioni ed esorcismi, anche se spesso i lettori che incontro pensano che io sia un teorico delle cospirazioni e un apocalittico.
Di Dostoevskij non c'è nulla.
Dante Virgili nemmeno l'avevo letto e il personaggio che lì si chiama Dante Virgilio è desunto dalla parte scritta da Parazzoli e viene usato per punire il personaggio dell'Estensore, che è la figurazione narrativa che incarnava ai miei occhi Parazzoli e che poi è diventato Cuccia.
Il libro, a mio parere, doveva uscire da Einaudi o non doveva uscire. Non era un atto letterario, ma un atto estetico extraletterario.
L'unico punto che mi soddisfa in prospettiva letteraria è un passo di una telefonata delirante che Dante Virgilio fa all'Estensore e in cui parla degli scrittori italiani, in particolar modo dei poeti contemporanei italiani.
Forget domani
Qui c'è un racconto iniziale che, per me, non sta per niente sul piano di quelli di Assalto, anche se può sembrare così: è brutto. I racconti di Igino Domanin mi hanno letteralmente piegato il polso e sono, a mia detta, esilaranti e profondamente meditativi, deliranti e spiazzanti, molto migliori delle prose che io ho incluso nel libro. Comporre questo testo, discutere con Domanin, prendere insieme una deriva onirica estasiante è stata l'esperienza creativa più intensa che io abbia fatto finora.
La postfazione è l'unico mio pezzo che ha un qualche valore narrativo.
Il resto del libro è Domanin e solo lui. Il suo racconto in cui, durante un incredibile consiglio di amministrazione di una multinazionale negli uffici delle Petronas Towers di Kuala Lampur, si infrange un aereo in forma di Tigre di Fuoco, che sarebbe l'evenienza ulteriore di Sandokan, è stato scritto ben prima che avvenissero in fatti dell'11 settembre. Forget domani, secondo me, certifica l'entrata importante, sulla scena letteraria italiana, di uno che io stimo essere tra i migliori autori contemporanei, cioè Igino Domanin.
Grande Madre Rossa
Richiesto dall'editore di scrivere un libro con protagonista Lopez e con una trama ben precisa, che doveva girare attorno a una statua anonima realmente esistente al cimitero Monumentale di Milano, Grande Madre Rossa non fa nulla di tutto questo e mette in atto un Lopez ai limiti del disumano da quanto è svuotato e inattivo per tutto il romanzo. La prosa è secchissima, contratta, ben al di sotto dell'essenziale, in palese polemica con tutto ciò che è narrativamente superfluo: cioè, per me, la narrazione come storia. Grande Madre Rossa non vuole raccontare una storia (e nemmeno la storia), bensì il momento fermo in cui le storie nascono. Non c'è suspence, ma sospensione: il che è diverso.
Il racconto, che è tautologico e finisce nel momento stesso in cui inizia, è permeato di alchimia (qui si affronta l'ineffabilità della fase detta "rubedo"), di meditazione sul femminile (ma in senso creazionistico e distruttivo, quindi la donna non c'entra, mi occupo solo di una polarità), di controinformazione (in particolare, il ramo di indagine di certa magistratura che connetterebbe ambienti vicini al premier al cartello di Medellin e a proprietà edilizie in Colombia) e di purissima allucinazione con cui si cerca di distorcere schemi da fiction televisiva.
In particolare, c'è un momento apicale, nella percezione che ho io di Grande Madre Rossa, ed è l'assurdo gioco a bocce "profetico" praticato da Roberto Chen-Po Karmapa, lo strano meticcio romagnolo-tibetano, grazie a cui Lopez giunge a stabilire chi c'è dietro la setta terroristica Grande Madre Rossa, cioè "Io" e "Reincarnazione". Questa scena, che rifà un momento di Twin Peaks, mi è stata suggerita da un caro amico scrittore e si può dire che non è affatto mia.
I dialoghi sono palesemente imitati dalla scrittura scenica di Gilberto Squizzato, il regista dei film televisivi La città infinita e Atlantis, di cui sono presenti in GMR ampie citazioni.
Tutto Grande Madre Rossa, per quel che penso io, è letteratura.
E' anche il momento preciso in cui il seriale Lopez smette di esistere senza morire, non essendo mai nato.
Non è qui interessante l'interessante: non mi interessa, cioè, quanto interessi e piaccia questo lavoro.
Questo è l'unico romanzo (non libro: romanzo, è diverso) che io abbia scritto.
Nonostante i propositi, che sono antilineari e apparentemente antilibidici, GMR è il mio romanzo che ha venduto di più in prima edizione (finora intorno alle ottomila copie) e ha ottenuto più recensioni.