Ai Miserabili Lettori interessati, chiedo uno sforzo. L'ascesi è un'atletica, significa esercizio, in greco antico àskesis, ma non significa ascesa. L'esercitarsi a cadere e rialzarsi, poi a discendere e risalire, infine a essere così in alto come in basso - questo è l'ascesi.
Lo sforzo che propongo ai Miserabili Lettori è di leggere quanto segue: sono citazioni dalla prima metà de I miserabili, il ciclo epico di Victor Hugo che, tra l'altro, dà il nome a questo sito. Si tratta di citazioni mirate: sono tutti i passi in cui compare la parola OPERA. I miserabili è un testo epico foltissimo di figure di "operai": cosa fanno questi operai? Gli operai fanno questo: l'OPERA.
L'ultima citazione concerne il momento di massima crisi del protagonista dei Miserabili, Jean Valjean, un uomo che porta il suo nome nel cognome. Jean Valjean rubò dei candelabri di metallo a un vescovo, poi si trasformò: altro nome, altro destino, dal carcere ai miliardi. Quei candelabri di metallo sono la prova del passato e, per restare indenni dal passato, è necessario disfarsene. Jean Valjean sta per gettare nel FUOCO quel METALLO e pronuncia queste parole: "Completa l'OPERA!".
Nei rituali massonici, "abbandonare i metalli" significa intraprendere la prima fase dell'Opera: sciogliere i nodi psichici e risolvere la memoria e l'intelligenza, scendendo nell'inferno di se stessi.
Buono sforzo.
ESSERE ALL'OPERA NEI MISERABILI di Victor Hugo
Pochi mesi prima, nel momento in cui Fantine aveva perduto il suo ultimo pudore, l'ultima vergogna e l'ultima gioia, era l'ombra di se stessa: ora, ne era lo spettro. Il male fisico aveva completato l'opera del male morale; quella creatura di venticinque anni aveva la fronte rugosa, le gote flosce, le narici sottili, i denti scalzati, il colorito plumbeo, il collo ossuto, le clavicole sporgenti, le membra striminzite e la pelle terrea, mentre ai capelli biondi che spuntavano si mischiavano capelli grigi. Ahimè! Come fa presto la malattia ad improvvisare la vecchiaia!
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La batteria che, se terminata, sarebbe stata quasi una ridotta, era disposta dietro il muricciuolo d'un giardino, rivestito in fretta con una copertura di sacchi di sabbia e di grosse zolle di terra. Quell'opera non era finita: era mancato il tempo di cingerla con una palizzata.
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Se volete rendervi conto di quello che è la rivoluzione, chiamatela Progresso; ma se volete rendervi conto di quello che significa progresso, chiamatelo Domani; ora, il Domani compie irresistibilmente l'opera sua, e la comincia oggi, arrivando sempre al suo scopo, nei modi più strani. Si serve di Wellington per fare di Foy, ch'era solo un soldato, un oratore; Foy cede ad Hougomont e si rialza alla tribuna. Il progresso opera così e nessun utensile è cattivo per codesto operaio; adopera nel suo lavoro divino, senza sconcertarsi, l'uomo che ha scavalcato le Alpi e quel buon vecchio malato e male in gambe del padre Eliseo; si serve del podagroso al pari del conquistatore, questi all'esterno, quegli all'interno. Waterloo, troncando la demolizione dei troni europei per mezzo della spada, non ha altro effetto che di far continuare il lavoro rivoluzionario in un altro senso: gli sciabolatori hanno finito e viene la volta dei pensatori. Il secolo che Waterloo voleva fermare gli ha camminato sopra ed ha proseguito la sua strada; quella sinistra vittoria è stata vinta dalla libertà.
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Non v'era nulla che più rassomigliasse, mezzo secolo fa, ad un portone qualunque, quanto il portone del numero 62 del vicolo Picpus. Quel portone, abitualmente socchiuso nel modo più invitante, lasciava scorgere due cose che non hanno nulla di molto funebre, vale a dire un cortile, circondato da muri letteralmente tappezzati di viti, e la faccia d'un portiere in ozio; al disopra del muro, in fondo, si scorgevano alcuni grandi alberi. Quando un raggio di sole rallegrava il cortile, quando un bicchier di vino rallegrava il portiere, era difficile passare davanti al numero 62 del vicolo Picpus senza riportarne un'impressione ridente; eppure, s'era intravisto un luogo tetro. Se la soglia sorrideva, la casa pregava e piangeva.
Se, cosa non molto facile, anzi per quasi tutti perfino impossibile, poiché v'era un Sesamo, apriti! che bisognava sapere, si riusciva a superare il portiere; se, lasciato indietro il portiere, si entrava a destra in un piccolo vestibolo dal quale si accedeva ad una scala limitata da due muri e così stretta che poteva passarvi solo una persona alla volta; se non ci si lasciava sgomentare dalla tinta giallo canarino collo zoccolo cioccolatto, che ricopriva i muri della scala e se ci si arrischiava a salire, si sorpassava un primo pianerottolo e poi un secondo, giungendo così al primo piano, in un corridoio dove il colore giallo e il plinto cioccolatto vi seguivano con un sereno accanimento. La scala e il corridoio erano illuminati da due belle finestre, poi il corridoio piegava ad angolo retto e diventava scuro; se si doppiava quel capo, si giungeva dopo qualche passo davanti ad una porta, tanto più misteriosa in quanto non era chiusa. La si spingeva e ci si trovava in una cameretta di circa sei piedi quadrati, ammattonata, lavata, linda e fredda, tappezzata di carta gialla a fiorellini verdi, da quindici soldi al rotolo: una scialba luce biancastra pioveva da un finestrone a piccoli vetri quadrati, che a sinistra occupava tutta la larghezza della stanza. Se si guardava, non si vedeva nessuno; se si stava in ascolto, non si sentiva né un passo né un mormorìo umano. I muri eran nudi e la camera non aveva mobili; nemmeno una sedia. Se si tornava a guardare, si scorgeva nel muro in faccia alla porta una apertura quadrangolare di circa un piede quadrato, munita d'una inferriata a sbarre incrociate, nere, nodose e solide, che formavano tanti quadratini, direi quasi delle maglie, di meno d'un pollice e mezzo di diagonale. I fiorellini verdi della tappezzeria gialla giungevano con calma e in ordine fino a quell'inferriata, senza che quel funebre contatto li sgomentasse e li facesse turbinare nell'aria. Pur supponendo che un essere vivente fosse stato così meravigliosamente magro da poter tentare d'entrare ed uscire da quell'apertura, quell'inferriata gliel'avrebbe impedito; ma, se non lasciava passare il corpo, lasciava passare lo sguardo, ossia lo spirito, e pareva che a ciò si fosse pensato, poiché l'apertura era stata rinforzata da una lastra di latta, incastrata nel muro, un po' all'indietro, e forata da mille buchi più microscopici dei buchi d'una schiumarola. Nella parte inferiore di quella lastra era stata praticata un'apertura, simile a quella d'una buca per le lettere e un cordone di refe, attaccato al congegno d'un campanello, pendeva a destra del foro ingraticciato.
Se si scuoteva quel cordone, tintinnava un campanello e si sentiva una voce, vicinissima, che faceva trasalire.
«Chi è?» chiedeva. Era una voce di donna, dolce; tanto dolce, che finiva per essere lugubre.
Anche qui v'era una magica parola che bisognava conoscere. Se non la si sapeva, la voce taceva e il muro ritornava silenzioso, come se dall'altra parte vi fosse la paurosa oscurità del sepolcro; se invece si sapeva la parola, la voce rispondeva:
«Entrate a destra.»
Allora, alla propria destra, in faccia alla finestra, si notava una porta a vetri sormontata da un telaio pure a vetri e dipinta di grigio. Si sollevava il saliscendi, si varcava la soglia e si provava la stessa impressione di quando, a teatro, si entra in un palchetto, di quelli colla grata, prima che sia abbassata e il lampadario sia acceso; si era infatti in una specie di palchetto da teatro, a mala pena rischiarato dalla luce incerta che filtrava dalla porta a vetri, angusto, ammobiliato con due vecchie sedie e una stuoia dalle maglie disfatte, un vero palchetto col suo davanzale all'altezza dei gomiti, formato da una tavoletta di legno nero. Era munito d'una graticciata; solo, essa non era di legno dorato come all'opera, ma si trattava di un mostruoso traliccio di sbarre di ferro, incrocicchiate e fissate al muro con enormi impiombature, simili a tanti pugni chiusi.
Passati i primi minuti, quando lo sguardo incominciava ad assuefarsi a quella semioscurità da cantina, esso tentava d'oltrepassare la grata, ma non riusciva ad andare oltre sei pollici da essa, perché a quella distanza incontrava una barriera di imposte nere, consolidate e rinforzate da traverse di legno giallo cupo; ciascuna imposta era formata di sottili liste di legno articolate, che mascheravano tutta la larghezza dell'inferriata ed eran sempre chiuse.
Dopo qualche minuto, una voce vi chiamava dal di là delle imposte: «Eccomi. Che volete da me?»
Era una voce amata, talvolta adorata. Non si vedeva nessuno e a stento si sentiva il lieve rumore d'un respiro; pareva che vi chiamasse attraverso il muro della tomba.
In certe condizioni determinate, assai rare, la stretta lista d'una delle imposte si apriva dirimpetto a voi e l'evocazione diveniva apparizione. Dietro la grata e dietro l'imposta si scorgeva, nei limiti concessi dalla grata, una testa, di cui si vedevan solo la bocca e il mento, mentre il resto era coperto da un velo nero; s'intravedeva un soggolo nero e una forma appena appena distinta, coperta da un sudario nero. Quella testa vi parlava, ma non vi guardava affatto e non vi sorrideva mai: la luce proveniente dalla porta dietro di voi era disposta in modo che voi la vedevate bianca ed essa vi vedeva nero. Quella luce era un simbolo.
Pure, l'occhio si tuffava avidamente, attraverso l'apertura così praticata, in quel luogo chiuso a tutti gli sguardi. Un profondo vuoto avvolgeva quell'ombra vestita a lutto e gli occhi vi frugavano cercando quasi subito di discernere quanto circondava quell'apparizione; ma, quasi subito, ci si accorgeva di non scorger nulla. Si vedeva soltanto oscurità, vuoto, tenebre, nebbia invernale, vapore di tomba; era una sorta di spaventosa pace, un silenzio nel quale non si udiva nemmeno un sospiro, un'ombra in cui non si distingueva nemmeno un fantasma. Quello che si vedeva, era l'interno d'un chiostro; l'interno di quella casa tetra e severa che si chiamava il convento delle bernardine dell'Adorazione Perpetua.
Quel palco in cui ci si trovava era il parlatorio, e quella voce, la prima che vi aveva parlato, era la voce della monaca addetta alla ruota, che stava sempre seduta, immobile e silenziosa, dall'altra parte del muro, vicino all'apertura quadrata, difesa dalla grata di ferro e dalla lastra dai mille fori, come da una doppia visiera. L'oscurità in cui era immerso il palco ingraticciato proveniva dal fatto che il parlatorio aveva una finestra dalla parte del mondo, ma non ne aveva alcuna dalla parte del convento: gli occhi profani non dovevan nulla vedere di quel luogo sacro.
Pure, al di là di quell'ombra, vi era qualche cosa: vi era una luce. E in quella morte, una vita. E sebbene quel convento fosse il più murato di tutti, noi cercheremo di penetrarvi e di farvi penetrare il lettore per dire, in breve, alcune cose che i narratori non hanno mai viste e quindi mai raccontate.
***
Ancora poche parole.
Noi biasimiamo la chiesa quando è satura d'intrigo, disprezziamo lo spirituale legato al temporale; ma onoriamo dappertutto l'uomo pensoso.
Salutiamo chi s'inginocchia. Una fede è necessaria all'uomo; disgraziato chi non crede in nulla!
Non si è disoccupati, solo perché si è assorti. V'è lavoro visibile e lavoro invisibile. Ora, contemplare è lavorare e pensare è agire; le braccia incrociate lavorano e le mani giunte operano. Fissar gli occhi al cielo è un lavoro.
Talete rimase quattr'anni immobile e fondò la filosofia.
Per noi, i cenobiti non sono oziosi, come i solitarî non sono fannulloni. Pensare all'Ombra è una cosa seria.
Senza nulla infirmare di quanto abbiamo detto testé, crediamo che un perpetuo ricordo della tomba s'addica ai viventi. Su questo punto il prete e il filosofo sono d'accordo: si deve morire. L'abate della Trappa risponde a Orazio.
Frammischiare alla propria vita una certa presenza del sepolcro, è la legge del saggio e dell'asceta; sotto questo rapporto, il saggio e l'asceta convergono.
V'è la crescita materiale e noi la vogliamo; v'è pure la grandezza morale e noi vi teniamo. Gli spiriti irriflessivi e superficiali dicono: «A che servono, quelle figure immobili dal lato del mistero? Che scopo hanno? Che cosa fanno?»
Ahimè! Al cospetto dell'oscurità che ne circonda e ne attende, senza sapere quel che l'immensa dispersione farà di noi, rispondiamo: «Forse, non v'è opera più sublime di quella che compiono quelle anime,» e aggiungiamo: «E, forse, non v'è lavoro più utile.»
Ci voglion bene coloro che pregano sempre, per coloro che non pregano mai.
Per noi, tutta la questione sta nella quantità di pensiero che si unisce alla preghiera. Leibnitz che prega, è una cosa grande; Voltaire che adora, è una cosa bella. Deo erexit Voltair.
Noi siamo per la religione, contro le religioni. Siamo di quelli che credono alla meschinità delle orazioni e alla sublimità della preghiera.
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Abbracciò il piede rugoso dell'elefante e in un batter d'occhio, senza degnarsi di adoperare la scala, giunse al crepaccio; v'entrò, come un colubro che s'insinui in una fenditura, vi si sprofondò e un momento dopo i due fanciulli videro vagamente apparire, simile ad una forma biancastra e scialba, la sua testa pallida sull'orlo del buco buio.
***
I diamanti si trovano soltanto nelle profondità della terra; la verità si trova solo nelle profondità del pensiero. Gli sembrava, dopo esser disceso in quelle profondità, aver a lungo brancolato nel più folto di quelle tenebre, d'aver finalmente trovato uno di quei diamanti, una di queste verità e di stringerla in pugno; e rimaneva abbagliato a guardarla.
«Sì,» pensò «è così. Sono nel vero, ho trovato la soluzione. Bisogna ben finire col decidersi a qualcosa, e il mio partito è preso: lasciar fare! Non vacilliamo più, non indietreggiamo. È nell'interesse di tutti, non nel mio; sono Madeleine e resto Madeleine. Tanto peggio per colui che è Jean Valjean! Io non lo sono più, non conosco quell'uomo, non so nemmeno chi sia: se ora si trova che qualcuno è Jean Valjean, se la cavi come può! La cosa non mi riguarda. È un nome fatale che fluttua nelle tenebre: se si ferma e s'abbatte sopra una testa, tanto peggio per essa!»
Si guardò in uno specchietto collocato sul camino e disse:
«To'! L'aver preso una risoluzione m'ha sollevato! Ora mi sento un altro.»
Fece ancora pochi passi, poi si fermò.
«Suvvia!» disse. «Non si deve esitare davanti a nessuna conseguenza della risoluzione presa. Ci sono ancora dei fili che mi legano a quel Jean Valjean: bisogna romperli! Qui, in questa stessa camera, vi sono oggetti che m'accuserebbero, cose mute che potrebbero essere testimoni. Ho deciso: debbono sparire!»
Si frugò in tasca, ne levò la borsa, l'aperse e ne tolse una chiavetta; la introdusse in una serratura della quale si scorgeva a stento il buco, nascosto nelle tinte più scure del disegno della tappezzeria, e un nascondiglio s'aperse. Era una specie di finto armadio, praticato fra l'angolo del muro e la cappa del cammino, nel quale v'erano soltanto pochi cenci: un camiciotto di tela turchina, un vecchio paio di calzoni, un vecchio zaino e un grosso randello di pruno, ferrato alle due estremità. Coloro che avevan visto Jean Valjean nell'epoca in cui attraversava Digne, nell'ottobre 1815, avrebbero facilmente riconosciuto tutti i capi di quel miserrimo vestiario.
Egli li aveva conservati, come i candelieri d'argento, per ricordar sempre il suo punto di partenza; solo, aveva nascosto i cenci, che venivan dalla galera, ed aveva lasciato in vista i candelieri, che venivan dal vescovo.
Gettò un'occhiata furtiva verso la porta, come avesse temuto che si aprisse, malgrado il catenaccio che la chiudeva; poi, con gesto vivace e brusco, in una sola bracciata, senza un'occhiata a quelle cose che aveva tanto religiosamente e pericolosamente conservate per tanti anni, prese tutto, cenci, bastone e zaino, e li gettò nel fuoco.
Richiuse il finto armadio e, per eccesso di precauzione ormai inutile, poiché era vuoto, ne nascose la porta dietro un grosso mobile che vi spinse contro.
In capo a pochi secondi, la camera e il muro dirimpetto furono rischiarati da un gran riflesso rosso e tremolante. Tutto bruciava; il bastone di pruno scoppiettava sprizzando scintille fino in mezzo alla stanza.
Lo zaino, consumandosi coi luridi cenci che conteneva, aveva messo a nudo qualcosa che scintillava nella cenere. Chi si fosse chinato, avrebbe facilmente riconosciuto una moneta d'argento: senza dubbio i quaranta soldi rubati al piccolo savoiardo. Ma egli non guardava il fuoco e camminava, su e giù, sempre collo stesso passo.
Ad un tratto, lo sguardo gli cadde sui due candelieri d'argento che il riflesso faceva vagamente brillare sul camino.
«To'!» disse. «Jean Valjean è ancora tutto dentro lì: bisogna distruggere anche quelli.»
E prese i due candelieri. Il fuoco era ancora abbastanza forte perché si potesse deformarli rapidamente e farne una specie di verga irriconoscibile.
Si chinò sul focolare e vi si riscaldò per un momento, provando un vero benessere. «Che bel caldo!» disse.
Rimosse la brace con uno dei candelieri. Ancora un minuto ed essi sarebbero stati nel fuoco; ma in quel momento gli parve di sentire una voce, che gridava dentro di lui:
«Jean Valjean! Jean Valjean!»
Gli si rizzarono i capelli in capo, simile a chi ascolti una cosa terribile.
«Già, proprio così» diceva la voce. «Completa l'opera! Distruggi questi candelieri, annienta, annienta quel ricordo! Dimentica il vescovo! Dimentica tutto! Perdi quel Champmathieu! Benissimo! Applauditi! È convenuto dunque, è stabilito: v'è un uomo, un vecchio che non sa che cosa vogliano da lui, che forse non ha fatto nulla, un innocente, tutta la disgrazia del quale sta nel tuo nome, quel tuo nome che pesa su lui come un delitto, che sarà preso per te, che sarà condannato, che finirà i suoi giorni nell'abbiezione e nell'orrore! Benone! Quanto a te, sii onesto; resta il signor sindaco, resta onorabile ed onorato, arricchisci la città, nutri gli indigenti, alleva gli orfani, vivi felice, virtuoso e ammirato! E in questo frattempo, mentre tu sarai qui nella gioia e nella luce, ci sarà qualcuno che porterà il tuo camiciotto rosso, che porterà il tuo nome nell'ignominia e trascinerà la tua catena nella galera! Oh sì, tutto è ben sistemato, così! Oh, miserabile!»