
L'anno scorso la rivista Granta ha incluso David Peace tra i migliori 20 scrittori anglosassoni contemporanei.
E, ora, la recensione. Che inizia secca e continua lunga, motivata e articolata.
Ecco l'inizio: David Peace è uno degli scrittori più geniali di questi anni e Millenovecento80 è un capolavoro.
E' dai tempi in cui lessi Lovecraft che io non provavo tanti brividi grazie a un libro. L'ultima volta che mi era capitato di avere così paura a stare in casa da solo è stato dopo la visione de Il sesto senso. Eppure Millenovecento80 non è un libro horror e neanche un noir - è la storia dello Squartatore dello Yorkshire, serial killer che operò davvero in Inghilterra tra i Settanta e gli Ottanta. Però è anche la storia degli uomini, di tutti gli uomini, e di quella del Male: del Male assoluto.
Millenocento80 è un romanzo pazzesco, allucinato e allucinante, che si legge di un fiato e anche lo mozza, il fiato. E' un'unità indissolubile di eventi e spettri e alte maree di sangue nero. Ed è proprio da questo punto, dalla solidità inscalfibile del romanzo, che si può iniziare ad apprezzare il genio di David Peace: poiché Millenovecento80 è in realtà il terzo romanzo di un ciclo di quattro, il celeberrimo Red Riding Quartet, che include 1974, 1977 (questi due pubblicati da Meridiano Zero) e l'esplosivo finale Millenovecento83, che sarà prossimamente edito da Tropea. E David Peace è anzitutto un genio perché soltanto con Ellroy si è visto un arco temporale così ampio, scansionato attraverso romanzi che sono capolavori di per sé e pure sono legati in un ciclo: un ciclo epico.
Il nome di Ellroy è da sempre legato all'opera di David Peace, ed è naturale che sia così. Gli amanti di Ellroy devono leggere Peace: ascoltino il consiglio, usciranno entusiasti dall'esperienza. Potrei anche scrivere fiumi di parole per distinguere le ossessioni, le strutture e gli stili che sono propri di Ellroy e di Peace. Non mi pare un lavoro da fare qui. Quando esisterà una critica seria che si occupi della letteratura planetaria contemporanea, allora sarà il caso. Al momento, ciò che voglio è concentrarmi soltanto su Peace e soltanto su Millenovecento80.
Parto con la trama, che in Peace è un aspetto più che primario e meno che secondario. In questa tappa della saga dello Squartatore, il protagonista (voce narrante in prima persona) è il vicecapo della polizia di Manchester, Peter Hunter. Così come Peace, che ha un cognome irenico e invece è una delle menti più tempestate dal male che si conoscano, Hunter stesso è un omen in contranomine: in inglese, Hunter è il cacciatore, e ovviamente, secondo lo schema epico adottato da Peace, diviene preda.
Millenovecento80 è la storia della caduta in terra e poi agli inferi del non tanto angelico Peter Hunter, chiamato a costituire un pool d'eccellenza per fermare lo Squartatore dello Yorkshire, che dopo un periodo di silenzio è tornato a farsi sentire: siamo ad altezza 1980, e lo Squartatore ha portato a termine il suo tredicesimo omicidio. Le vittime sono tutte donne, spesso prostitute, devastate in maniera che, da principio, può sembrare granguignolesca, e invece no: qui non si fa splatter, qui è tutta storia avvenuta e fatta di prove provate. La devastante sequenza di omicidi dello Squartatore ha un controcanto identico: intorno al caso dello Yorkshire, gli uomini e le donne muoiono come mosche, e con le stesse metriche dell'orrore degli omicidi compiuti dallo Squartatore. Peter Hunter ha una moglie, Joan, con la quale non riesce a fare figli; e ha colleghi amici, finiti amici, infidi nemici - tutta la gradazione dell'intero spettro delle relazioni umane.
Impossibile descrivere di più. La trama di Millenovecento80 è il romanzo: la scrittura secca, vertiginosa, chirurgica (molta precisione in un'alta marea di sangue nero) di David Peace non ammette divagazioni rispetto alla trama. A ogni frase, succede qualcosa, ed è sempre qualcosa di tremendo.
Entrate nel tremendo.
Al culmine del pericolo, sorge ciò che non salva.
Nell'inversione del verso di Hölderlin, accade di trovarsi nel pieno della poetica di Peace. Poiché quella di Peace, come quella di Ellroy, è una poetica - il che distingue il Red Riding Quartet dai noir, dai thriller e dalle varie cazzate poliziesche degli ultimi vent'anni. Qui siamo in pieno Dostoevskij: il problema è il Male e tale problema viene affrontato, nell'impossibilità di risolverlo e nella possibilità di attraversarlo, con le uniche armi messe a disposizione dalla letteratura.
Ulteriore richiamo di comodo Ellroy, poi basta. In Sei pezzi da mille, Ellroy affronta una sfida titanica: scrive un capitolo dell'epica contemporanea con una scansione ritmica e stilistica degna dell'epica, appunto, sia essa Omero o il Ginsberg di Howl. Le prime cento pagine di Sei pezzi da mille sono quasi illeggibili, tanto la scrittura è spezzata, è a singulti, è idiosincratica e neuroscossa, è rap. Poi, da pagina cento in poi, si vola. Lo stile non cambia: è cambiata la percezione da parte del lettore, di qualunque lettore.
La stessa cosa accade con Peace. Mi spingo un po' oltre: sul piano meramente stilistico, Peace mi sembra addirittura più scrittore di Ellroy - cioè, scrive meglio. E' come leggere un immenso poema, senza accorgersi che si sta leggendo un poema e continuando a pensare che si sta leggendo un libro di genere. Peace è molto consapevole di tutto ciò. Questo stile epico è uno stile scritturale, nel senso delle Sacre Scritture, e Peace inserisce delle spie naturali per evidenziare che questa è la prospettiva stilistica in cui si colloca. Per esempio, il faldone personale dell'inchiesta, a cui Hunter fa riferimento in continuazione, si chiama Esegesi. Certo, poi entrano anche elementi con cui è chiaro che la contemporaneità sente, in occidente, lo Scritturale: ed è la declinazione spirituale secondo lo schema dell'Esorcista cinematografico (però senza mai sfondare nel paranormale, senza vomiti verdi o teste che ruotano su se stesse, e senza abbandonarsi al genere religioso-horror: questo non è uno di quei pararomanzi lì!).
Questa Scritturalità che David Peace impegna in Millenovecento80 e negli altri suoi romanzi è, anche, russa. Il profluvio di nomi, il pregiudiziale rifiuto da parte dell'autore di descrivere fisicamente i personaggi, questa raffica di notizie che inizialmente sembrano atomi impazziti e poi via via si configurano in struttura molecolare - tutto ciò l'abbiamo già visto in Dostoevskij. E' la celeberrima "difficoltà dei russi", per cui, alle prime cinquanta pagine, "non si capisce niente". Sicuri di volere davvero capire? perché alla fine avrete capito, e non vi piacerà quello che avrete compreso. O meglio: vi sarà piaciuto moltissimo, poiché non ho dubbi che, se un umano legge Peace, Peace diventa uno dei contemporanei che quell'umano amerà per sempre; però la comprensione che esiste il Male (quindi non la comprensione del Male) è un'esperienza iniziatica che riserva spiacevoli sorprese. I brividi, appunto, soprattutto.
Oltre allo stile, ci sono le cose che Peace racconta. Queste cose sono anzitutto storie: storie a migliaia, a milioni, ogni personaggio nasconde e partecipa a decine di storie, e i personaggi qui sono moltissimi. Sono tutte storie demoniche e arcangeliche: sono, secondo dettato tradizionale, Troni e Dominazioni.
Sono le storie della follia e della ragione e del calcolo e del calcolo impazzito.
Sono le storie dell'amore tradito e dell'amore fedele e dell'amore senza oggetto d'amore.
Sono le storie dei corpi e della compattezza fisiologica e della devastazione anatomica.
Sono le storie dell'ordine legale e del disordine metafisico.
Sono le storie degli "io" e dei traumi e delle dissociazioni.
Sono le storie di piccolissimi e soprattutto di immensi segreti.
Sono le storie di una società dominata da e in cui è intronata Margareth Thathcer.
Sono le storie del "no future" punk e dell'apocalisse e del messia e dell'ultima speranza.
Sono le storie del bene e del Male, nel bene e nel male.
Sono le storie degli oggetti e dell'oblio in cui cadono le storie e gli oggetti.
Sono le storie del dio cieco e amorfo che gorgheggia idiota nel centro dell'universo - per comprendere da vicino il riferimento iniziale che facevo a Lovecraft.
In pratica: c'è tutto.
Io mi chiedo cosa un lettore può desiderare di più da un libro.
Niente, appunto.
Fare desiderare il niente è il perno centrale dell'intera opera di Peace: un perno esterno all'opera stessa, che non sta nei suoi romanzi, poiché questi sono romanzi per nulla nichilisti e parecchio più che allegorici (più di quanto intendano l'allegoria alla facoltà di italianistica in ogni università del nostro Paese).
Millenovecento80 è stato tradotto tenendo presenti, con consapevolezza anche inconscia, tutti questi parametri necessari. Ne esce una sinfonia irta di schiaccianti spezzature, di bianchi e neri violenti che sembrano non appartenere al regno della percezione dei colori (come l'infrarosso e l'ultravioletto: qui possiamo parlare di infrabianco e ultranero).
Questo è un capolavoro. Datevi del piacere e del dolore, nell'Era dell'Anestesia: leggete David Peace, e poi mi direte...