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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Ancora Lagioia e Occidente per principianti
di Marco Rossari

880616760X-thumb2.jpgEra da un po' di tempo che, parlando con i cosiddetti operatori editoriali, azzardavo pronostici favorevoli sul romanzo a cui Nicola Lagioia stava lavorando. Dopo il promettente esordio di Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (minimum fax, 2001), l'ottimo lavoro come curatore per la stessa casa editrice della collana di narrativa italiana Nichel, la presenza con uno dei racconti migliori su Patrie impure, l'antologia curata da Benedetta Centovalli per Rizzoli Sintonie, e su La qualità dell'aria, quella da lui curata insieme a Christian Raimo sempre per minimum fax, seguivo Lagioia con interesse crescente e sentendo maturare la sua voce. Occidente per principianti (Supercoralli Einaudi, euro 17, pagg. 297) non ha deluso le mie attese, al contrario. La trama: durante la fatidica estate 2001, un giovane giornalista fantasma, in procinto di soccombere tra il no future del co.co.co. e le sabbie mobili del demi monde romano, insegue per mezza Italia il miraggio di un inutile scoop (intervistare la prima amante di Rodolfo Valentino). Con lui, un regista velleitario e una studentessa di cinema tanto sbiellata quanto disponibile. Su questa parodia on the road, Lagioia imbastisce una delle più interessanti riflessioni sulla matrice mediatica di una generazione, quella nata dopo il '70, condannata a un immaginario preconfezionato, a un precariato senza rivendicazioni, a una abulia politica, sociale, sentimentale, famigliare, lavorativa, imbottita di riferimenti cinematografici e letterari che invece di liberarla l'hanno inchiodata a una croce virtuale. O, per dirla con Andy Warhol, che dopo aver visto le emozioni in una certa prospettiva, non è più in grado di ritenerle reali. Una generazione che assomiglia al Wolverine ripiegato su se stesso, in ginocchio davanti alle avanguardie, scelto per la copertina, e che vive in un mondo dove, a furia di repliche, le copie (come la moltiplicazione dei dvd tarocchi auspicata da Ciccio Fracanzano, il boss con cui hanno a che fare i protagonisti) hanno superato l'originale. Anzi, l'originale non è più distinguibile. (Ricordate una vecchia band anni '80, dal nome profetico: Pop will eat itself?) L'attualità, almeno fino al finale, sembra un varietà condannato alla parodia. Ogni fatto (anche privato) ha un suo doppio. Tangentopoli come la peste manzoniana, Genova come il Cile, Carlo Giuliani come Pecorelli, perfino l'undici settembre (che Nicola Lagioia vede come un utile, per quanto drammatico, ritorno al reale) ha avuto una immediata replica trash a Milano con l'episodio del Pirellone. Tutto ciò che resta è un guscio semiotico, dentro cui la nostra generazione (Lagioia è, come me, del 1973) si è accucciata a rodere l'osso del suo malessere (certo: colto, ironico, cinico quanto basta, ma pur sempre malessere), per vedersi deprivata di appartenenza e responsabilità.

Ripenso al mantra che c'era su Tolstoj: "Ogni volta che ho voluto dare una struttura solida a un mio scritto che superasse le tre pagine è finita malissimo". La frammentarietà del tuo esordio era allo stesso tempo una conferma e una confutazione di questo assunto. Sono passati tre anni dalla pubblicazione di quel libro e ora sei approdato a un vero e proprio romanzo. Bello, maturo, importante. Com'è andata la gestazione?

lagioia21b.jpgLe gestazioni dei miei libri sono sempre abbastanza problematiche. Non accade mai che fili tutto liscio dall'inizio alla fine. Al momento di iniziare a scrivere non devo sapere di essere in grado di portare a compimento il progetto che mi passa per la testa. Solo così, mi dico, sarò capace di strappare qualcosa di valido al ruminare del mestiere e della noia. Credo che l'inversione di rotta rispetto a Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj dipenda da questa febbre di addentrarsi per territori non ancora frequentati. Il che si traduce di solito in pagine e pagine buttate nel cestino tra un romanzo e l'altro.

Qualche tempo fa leggevo un brano di Giulio Mozzi in cui lui sosteneva che il Nordest non esiste, esiste un discorso sul Nordest. Hai avuto la stessa intuizione. Un tuo personaggio afferma che esistono due pianeti: il primo è la Terra, il secondo il discorso sulla Terra. E più il primo va in decomposizione, più il secondo si compatta. È un discorso, quello sul filtro mediatico, a cui tieni molto.

Carmelo Bene diceva che i giornali (quindi le notizie) informano sempre i fatti e mai sui fatti. La cosiddetta noosfera - il dominio umano esercitato sulla terra attraverso i mezzi spirituali (dalle scuole filosofiche e religiose fino alle chiacchiere da bar sport) - ha trovato nei media lo strumento per una crescita esponenziale. Una crescita mostruosa ma non priva di fascino, che ha fabbricato un "mondo sopra il mondo" sempre più compatto - in controtendenza, come si diceva, con una biosfera (mari, fiumi, foreste) sempre più oggetto di devastazioni. I protagonisti di Occidente per principianti sono composti di carne e sangue ma pure da questa componente immateriale che si travasa dai mezzi di comunicazione direttamente nel loro sistema limbico, e che ne popola l'immaginario più di quanto non facesse con i loro genitori, ne determina l'identità, i modelli estetici, le vere e proprie azioni. Il problema è se questo "mondo sopra il mondo" sia una minaccia, una gabbia dalla quale fuggire per tornare in contatto con una presunta massa originaria o invece un luogo particolare - un po' come l'ordo ad unum dell'alto medioevo - dove (perennemente scissi) abbiamo deciso di trasferire i nostri affari. A questo tipo di problema, il mio romanzo naturalmente non offre alcuna soluzione.

Questo riguarda perfino il mondo del sesso e dei sentimenti. Già in Tolstoj: "adagiavo Giulia sul letto (...) le sfilavo con accortezza le mutandine ed era come se la cosa riguardasse un altro, come se me ne stessi contemporaneamente addossato contro il muro, con le mani nelle tasche, considerando tra me e me: 'Non c'è dubbio, ho in casa due tizi che scopano'." E di nuovo in Occidente, quando il protagonista rimorchia Zelda: "Le luci del mattino scoprivano le nostre figure riempiendo la scena di un sapore che si sarebbe potuto gustare meglio se ci fosse stato qualcuno a spiarci". Anche qua sento l'eco di Warhol, quando diceva: "Dopo quella di vivere, l'altra gran fatica è il sesso". Pensi che siamo condannati a essere per sempre spettatori di noi stessi? Voyeur allo specchio? Con inforcati gli occhiali in 3D di tutti i film, le foto, gli spot, i programmi, i siti internet che abbiamo visto? (Letteratura compresa: "Potevo leggere ogni cosa come una lunga sequenza di note biografiche", scrivi sempre in Occidente.)

In tutta questa alienazione (voyeurismo, mondo sopra il mondo, virtualità, perdita del senso della realtà) non c'è però niente che non sia umano. La cosiddetta "Società dello spettacolo" è una forma apparentemente incruenta di totalitarismo e quindi se vuoi è al massimo contraria all'umanesimo, ostile a ogni vero individualismo ma non è propriamente antiumana. Niente di quello che facciamo o che diciamo o che proviamo è anti-umano. Confinare fuori dal recinto di ciò che è umano omicidi, rapimenti, guerre, decapitazioni è un'illusione per anime belle. Si considera antiumano tutto ciò che ci si illude non ci appartenga. E invece (sarà banale ma è così) c'è un omicida in ognuno di noi, un dittatore, un barbaro e perfino c'è in ognuno di noi una barbarie da prima serata come può essere quella del Gabibbo. Ogni Umberto Eco insomma contiene il proprio Mike Bongiorno. I ripetitori delle televisioni commerciali - che ci piaccia o no - sono una delle tante protesi della nostra umanità, magari non quelle di cui andare più fieri ma questo non cambia la sostanza del discorso. Con Occidente per principianti ho provato ad aprire una finestra su questo scenario. Non so se siamo condannati a "essere per sempre spettatori di noi stessi". Non so neanche se questo scollamento sia peggiore rispetto ai tanti altri che l'anno preceduto (rispetto a cosa dice "io" un monaco del XIII secolo? e un giacobino, un bolscevico, un ufficiale nazista?). Dal punto di vista strettamente letterario ho solo cercato di raccontarlo, che poi è quello che dovrebbe cercare di fare ogni romanzo.

Citando un noto massmediologo, a un certo punto dici: "Ogni cosa corrispondeva semplicemente al suo enunciato. Un segreto era 'un segreto', e un errore 'un errore'. (.) Il mezzo era il messaggio. Tutto diventava possibile". Credi che derivi da questo l'amoralità, l'ignavia, l'incapacità di sorprendersi tipica della nostra generazione? Tutto è possibile perché niente è possibile? Non so se sei d'accordo, ma ho la sensazione che stiamo vivendo una delle epoche più paranoiche della Storia. Le teorie complottistiche hanno gioco facile. Un amico pubblicitario, guardando il video di Enzo Baldoni prima della morte, ha sospettato oscenamente che fosse un fake, come dicono loro. Eppure un americano in uno scantinato ha davvero simulato un'esecuzione in stile iracheno. A pag. 208 di Occidente scrivi: "Tutto quello che vedevamo poteva essere falso". Ma si tratta della realtà, della vita che vivono. (Tra l'altro quando parli del piede della Fregna Secca come "creatura vermiforme" mi hai fatto pensare a un passo di Sartre dove una mano tesa pronta alla stretta assume i contorni di un verme orrendo.) Credi che il tuo protagonista sia un personaggio paranoico, confuso, alienato?

Confuso neanche troppo. Alienato e paranoico: senza dubbio. Dicevo prima che non esistono fasi storiche "inumane", ma esistono momenti in cui il concetto di individualità è particolarmente minacciato dal mondo che ci sovrasta. Ai tempi di Balzac era la società borghese al suo apogeo. Oggi ci siamo resi conto che gli strumenti di liberazione di cui parlava Timothy Leary all'inizio degli anni Novanta non sono poi necessariamente degli alleati della nostra autodeterminazione. È per questo che siamo costretti a fare i conti (ma anche a combattere) con il nostro continuo depotenziamento. Non la semplice minaccia di un depotenzionamento, attenzione, sto parlando di uno svuotamento in atto. Un'epoca satura di paranoia, hai ragione, e non soltanto a causa del terrorismo. Altrimenti non si capisce come mai L'arcobaleno della gravità sia stato scritto nel 1973. Per non parlare di V, che è di dieci anni prima.

Leggendoti mi è venuto in mente Vanilla Sky. Non sono mai riuscito a vedere l'originale spagnolo di Amenàbar. Il film di Cameron Crowe è riuscito male, ma c'è senz'altro qualcosa che spiega il tuo libro. Lì la vita di Tom Cruise sfigurato viene reimpostata oniricamente, di modo che tutti i riferimenti combacino con le cose che amava in vita. Mentre lo guardavo sono sobbalzato vedendolo camminare per il Greenwich Village innevato, abbracciato a Penelope Cruz, sullo sfondo un furgoncino Volkswagen, proprio come nella celebre copertina di Freewheelin' Bob Dylan. I tuoi protagonisti vivono lo stesso incubo. Ti cito: "Un motel resta il luogo ideale per farsi accoltellare nella doccia, pensò qualcosa al mio posto". Che cos'è quel qualcosa che pensa al suo posto, che lo riprogramma, per così dire?

Anch'io ho visto solo il remake di Cameron Crowe e anch'io sono rimasto profondamente colpito dalla scena in cui Tom Cruise si trasfonde nella copertina di Freeewhelin' Bob Dylan. Quel "qualcosa che pensa al posto" del protagonista è l'asse di rotazione di tutto il romanzo, è il principio attivo senza il quale non sarebbe valsa la pena scriverlo, è il demone nascosto in tutti i personaggi del libro (ognuno ha il suo), è tutto ciò che - dal XX al XXI secolo - ha sostituito l'inconscio così come lo intendeva Freud.

Nel tuo libro la fatidica estate del 2001 sembra l'imbuto dentro cui scivolano tutti i momenti estetici dell'ultimo secolo, da Céline a Lennon&Ono, da Hitchcock a Chaplin (se non erro, citi anche il Mereghetti). Tenendo un'apprezzabile distanza dai fatti di Genova e di NY, hai scelto il periodo in cui, secondo la vulgata giornalistica (in cui però qualcosa di vero c'è), si smentisce la Fine della Storia teorizzata da Fukuyama, un'ossessione che già era presente in Tolstoj. Mi spieghi la scelta?

È in effetti una mia ossessione, un nodo irrisolto e quindi una cosa su cui ritorno continuamente. Non credo possa mai esistere un'effettiva "fine della Storia" a meno che questa coincida con la scomparsa del genere umano. Esistono però momenti in cui si fa (o si cerca di fare) piazza pulita di un fardello diventato troppo pesante. La Grande Depressione liquida con la prima guerra mondiale la Belle Epoque così come la globalizzazione cerca di fare con le ideologie del Novecento. E' tutto nella "seconda inattuale" di Nietzsche ("Sull'utilità e il danno della Storia per la vita"). Un'eccessiva accumulazione del sentimento storico fiacca la vitalità ma una liquidazione ci lascia pericolosamente con le spalle scoperte. Non se ne esce. O almeno io non ne sono ancora uscito. Ed ecco forse perché in Occidente per principianti tutto il bagaglio estetico del Novecento non scivola nel nulla, ma verso la catastrofe.

Come mai Rodolfo Valentino? Un personaggio con un nome da parrucchiere e un cognome da stilista, come diceva un mio amico. L'hai scelto proprio come immagine svuotata? In America "valentino" è sinonimo di playboy, è stato sostantivizzato, ma nessuno sa una mazza di lui. Ti interessava un personaggio che è andato ben oltre la Marilyn di Warhol in quanto a rappresentazione di se stesso?

Mi interessava Valentino perché lo considero un mito fondante. È stata la prima vera icona della Società dello Spettacolo. Non è venuto soltanto prima di Marilyn o di James Dean: è venuto anche prima di Hitler e di Stalin. È stato il primo oggetto del desiderio creato dalla nascente società mediatica, il primo uomo capace di diventare - grazie al cinema e ai giornali - l'ectoplasma di se stesso e di ipnotizzare in questo particolare stato milioni di fan. Se è vero che l'11 settembre ha aperto una nuova epoca (la Storia che riprende a marciare sospinta proprio da un evento spettacolare) con Valentino ho cercato di tenere l'altro capo del filo: l'inizio.

Nel disordine emotivo, sociale, politico e citazionista del tuo libro c'è una cosa però grazie al quale tutto si tiene. Ed è la tua scrittura. Audace nelle associazioni, fitta di riferimenti, ironica quanto basta, precisa, divertente, mai banale. Credi che il caos del mondo possa ancora trovare riscatto nella letteratura? Che sia l'arte la roccia su cui gli stilizzati geroglifici mediatici resteranno a futura memoria?

Sì, credo di sì. La letteratura non è mai stata in grado di fermare la mano di un uomo alzata contro il proprio simile. Non è quello il suo compito. Però è capace, questo sì - dopo ogni Hiroshima, ogni Auschwitz, ogni 11 settembre - è capace, dicevo, di rimetterci in contatto con noi stessi. Di dare un senso alle cose. Il mondo dei media passerà a futura memoria anche senza l'aiuto della letteratura (diventerà modernariato, o archeologia, come le mostre con i primi manifesti pubblicitari in stile liberty). La letteratura o l'arte più in generale, però, sarà capace di trovare un posto e un senso nel mondo anche a quei geroglifici che oggi magari non riusciamo a decifrare per intero.

Domanda di rito. Per motivi diversi leggendoti ho pensato ad alcuni narratori atipici: Tom Robbins, Michele Mari, Tommaso Pincio. Sono autori che hai letto, che senti vicini? Hai altri riferimenti a cui tieni? (Hai letto John Berger? In Sacche di resistenza c'è un branetto che potresti avere scritto tu: "Ogni sera Goya porta a spasso il cane lungo le Ramblas. (...) Poi uomo e cane rincasano, Goya tira le tende e si sistema in poltrona a guardare la CNN".)

Non ho mai letto John Berger. Ma amo Tommaso Pincio e Michele Mari. Li ho letti. Li sento vicini. Aspetto con ansia i loro prossimi romanzi.


Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 28 Ottobre 2004

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