"Vedi che allora oggi comunque esiste un'estetica condivisa, anche se non esiste per il momento una consapevolezza diffusa di questo fatto?" mi dice ierisera l'amico con cui ho appena visto Collateral, cioè il capolavoro di Michael Mann con Tom Cruise.
Si era entrati nella sala già delusi. Avevamo incrociato per coincidenza Antonio Moresco che usciva dal cinema e che ci aveva detto come il film gli fosse piaciuto e però l'aveva detto così: "A me piacciono questi film qui". Eravamo preventivamente distrutti in massa da "questi" e "qui", io e il mio amico. La forza del pregiudizio è notevole: tu concedi credito per motivi di cui il supposto creditore non è responsabile. Tu ammazzi il creditore che non aspira ad essere tale.
Poi siamo entrati al cinema Maestoso e abbiamo visto: non abbiamo visto più nulla. Abbiamo visto il nulla.
Abbiamo visto la casualità, lo spreco narrativo, l'imponderabile, la struttura storta e slogata, l'accenno alla milionesima potenza che permette di fottersene dell'accenno, la sparatoria impossibile, la suspence inutile e creata con un nonnulla, il cerchio che finisce dove iniziò e nel frattempo è accaduto tutto e non è accaduto niente, le visioni dall'alto che non è mai stato così basso e a pelo di grattacieli, le luci e le geometrie sbilenche esattamente come sbilenco è tutto il resto,
le parole inutili e quelle ripetute con una potenza retorica che il cinema sembrava avere perduto da parecchio, le simbologie impazzite, la similarità con il plausibile che però si divarica insistentemente fino a spezzare qualcosa di interno e decisivo, il vuoto, la morte affrontata continuamente vedendo che tu non muori anche se continui a morire, il male e il bene e il bianco e il nero e l'angelo e lo sterminatore, la mamma malata, la cartolina con le Maldive, la pennina che perde inchiostro e il prosciutto smangiucchiato, la storia di amore che non è irrisa e non è una storia di amore bensì la storia di amore e che perciò non esiste, la polizia che deve chiamare la polizia, il computer buttato nel fiume che risorge in un tassametro, le persone che sono senza posa intercambiabili, le stesse medesime battute pronunciate da personaggi diversi in momenti diversi in contesti diversi o uguali, la coincidenza inesplicabile, Darwin e l'I-Ching, il tumultuoso volto di Cristo che coincide con uno sterminato territorio urbano, il complotto che diventa ridicolo e che sprizza verità soltanto quando diviene ridicolo, il trauma che non arresta la corsa vuota e la falcata spirituale degli eroi, l'ipnosi televisiva vista da fuori dell'ipnosi televisiva ma in un'altra ipnosi, il duello insostenibile e non vero che è più vero che se fosse vero, l'irruzione dell'animale predatore e arcaico nel centro della metropoli urbana più moderna del pianeta, Wenders Fincher Lynch Tarantino uno dietro l'altro ma non ridicolizzati, l'inesistenza dell'ironia e l'emersione di un comico primigenio di cui sembrava essersi perduta memoria, Shakespeare citato a sproposito e per questo motivo più Shakespeare che mai, lo specchio che deforma e quello che nasconde e quello che riproduce perfettamente ciò che si para davanti, frammenti isolati di dialogo che fanno saltare il legame causa-effetto e però ne impongono uno di altro tipo, il silenzio assoluto, lo scialo di caratteri e dialoghi memorabili più incredibile della storia del cinema dell'ultimo decennio, l'imprecisione nemmeno voluta ma accaduta, la fine del genere thriller e quello che viene dopo questa fine, la bellezza cristallina che non è rappresentata in nessuna sequenza e scorre impalpabile ovunque, battute che significano se stesse e altro e niente nel medesimo istante in cui vengono pronunciate, cataclismi privati inenarrabili e perciò non narrati, l'onnipervadenza tecnologica rimpiazzata da un diverso tipo di onnipervadenza, e continuamente il niente in forma di tutto, il rumore per sentire il suono ultrafisico del silenzio, l'immagine che va al grado zero, il nulla che viene visto da chi sa che c'è il nulla.
In pratica, un film che si erige su un'estetica di tipo diverso: quella dell'improbabile.
Cioè: un film che è la letteratura.