di Giacomo Coccolini
È molto
interessante che gli organizzatori di questi incontri abbiano scelto come
elemento di orientamento generale per queste serate la frase del testo
evangelico di Luca (5,38) - “Vino nuovo in otri nuovi” – allo scopo di
iniziare un percorso di riflessione sull'epoca in cui tutti ci troviamo a
vivere come inquilini, a volte, spaesati, colpiti dalle grandi
trasformazioni epocali, che non lasciano indenne nessuno, tanto meno il
cristiano chiamato ogni momento a vivere secondo quella legge
dell'incarnazione che è uno dei principi essenziali del cristianesimo.
Il mio
intervento avrà lo scopo di tentare una lettura critica del nostro tempo,
tenendo come filo conduttore una domanda che credo molto consapevolmente gli
organizzatori hanno pensato di sottolineare come leit-motiv e
preoccupazione dominante di chi oggi si trova a vivere in esso: siamo ancora
capaci di futuro? Cioè: esiste ancora la possibilità per l’uomo
contemporaneo, per ciascuno di noi, di vivere un pro-getto di vita
(etimologicamente: gettando davanti a noi un insieme di possibilità e di
idee attraverso le quali in certo qual modo ipotecare la nostra vita, quel
tempo che dobbiamo e vogliamo vivere non come sopravvissuti), aperti ad un
futuro verso il quale dirigersi carichi di speranza?
Oppure i sintomi della
situazione storico-spirituale del presente inneggiano sempre di più a quel
no future che il complesso dei Sex Pistols cantava in una celebre
canzone già alla fine degli anni Settanta[2]
e che l’anno scorso, il 27 gennaio 2002, Wafa Idris, la prima donna
kamikaze, ha drammaticamente evidenziato con la decisione di farsi esplodere
in una strada di Gerusalemme, uccidendo una persona e ferendone
centocinquanta?[3]
Quale scelta compiere tra la speranza in un progetto globale sulla vita e
sulle cose e un cinismo, anche filosoficamente motivato, sempre più diffuso,
prodotto dalla perdita d’innocenza delle utopie[4]?
Per tentare
di dare una risposta a questa domanda, vorrei previamente sottolineare due
problemi di fondo che stanno alla base di queste considerazioni:
<>
1.
Oggi, se intendiamo corrispondere al nostro
tempo, cioè, esserne pienamente responsabili, sembra che non sia più
possibile interrogarlo a partire da prospettive parziali, locali,
particolari! Il nostro tempo richiede analisi globali, modalità di rapporto
con esso che tengano conto della pluralità delle prospettive e delle
interpretazioni attraverso cui esso debba essere letto, interpretato,
analizzato però come un tutto!
È necessario, nell’interpretazione del tempo in cui viviamo, imparare a
passare dal particolare all’universale e dall’universale al particolare,
cioè: imparare ad analizzare l’universale concreto (Hegel) che lo
caratterizza. Le cose che noi apprendiamo dai giornali (per es., l’aumento
del numero dei suicidi; l’abuso di psicofarmaci ed ansiolitici per placare
ansie e depressioni o, per converso, aumentare le proprie prestazioni, come
nello sport - Ivan Illich ha chiamato questo fenomeno
medicalizzazione della società[5]
; la crescente mentallizzazione dei processi lavorativi; il bombardamento
semiotico della mente) vanno messe tra loro in relazione come parti di un
sistema più complesso che produce disturbi e tossine e colonizza la mente (mindscape
- panorama mentale), instillando stili di vita patogeni[6].
2.
Il Presente, non va dimenticato, è una
categoria teologica (kairos) ed é il luogo di riflessione densa nel
quale ciascuno deve ritrovare la propria identità, anche di cristiano. Il
Passato e il Futuro sono in qualche modo al servizio del Presente. In questo
senso, come ha affermato il sociologo francese Edgar Morin, «è necessario
che tutti coloro che hanno il compito di insegnare si portino negli
avamposti dell'incertezza del nostro tempo»[7].
Noi oggi, conficcati in questo presente, siamo posti di fronte a nuove
sfide, sia a livello macro-sociale (la globalizzazione; l'entrata in
un'epoca multiculturale; una sempre rinnovata rielaborazione delle
conoscenze a motivo dell'accelerazione conoscitiva avuta in ogni ambito del
sapere), sia a livello micro-sociale (l'urgenza di elaborare nuove modalità
di relazione con gli altri, in famiglia, tra i sessi, tra persone distanti
tra loro), anche se questi due ambiti (il micro e il macro)
sono oggi sempre più indisgiungibili. Molto spesso le religioni e le
filosofie, ma, più in generale le proposte culturali, si orientano verso il
passato o verso il futuro; o tornando indietro, verso un passato nel quale -
così si dice - si stava meglio, o verso il futuro, nel quale - si pensa - si
starà meglio. La scelta tra la Tradizione e l’Utopia, molto spesso non fa i
conti con il Presente, lo scansa e lo fugge come il luogo della routine.
È tenendo
presente tali principi orientatori, che vorrei toccare alcune questioni che
mi sembra stiano al centro di un’analisi critica del nostro tempo, tre punti
attorno ai quali oggi è richiesto un surplus di riflessione da parti
di chi, impegnato in vari settori, vuole intervenire a vari livelli:
a.
la questione dell’informazione o ‘Del sapere’;
b.
la questione della globalizzazione o
‘Dell’economia’;
c.
la questione del multiculturalismo o
‘Dell’altro’;
Sono tre
punti che si intersecano fortemente tra loro, ma che io tratterò in modo a
se stante.
a. La questione
dell’informazione o ‘Del sapere’
La questione
dell’informazione è quella che oggi ci tocca tutti quanti, in profondità e
per vari aspetti, e che sarà il banco di prova del futuro, se sapremo
incidere su di esso (‘Vino nuovo in otri nuove’ potrebbe tradursi anche
così). C’è infatti un nesso molto stretto tra informazione e sapere, come si
vede dal volto attuale della società postmoderna[8].
La domanda che potremmo porci è: chi (ci) insegna oggi? Quali sono le
agenzie didattiche che incidono sulla nostra vita? È forse la scuola? La
famiglia? O i mezzi di comunicazione? Se «l’educazione non ha luogo solo
nelle aule scolastiche, ma quando la famiglia è riunita a tavola e i suoi
membri cercano di dare un senso insieme agli avvenimenti della giornata, o
quando i bambini cercano di aiutarsi a capire il mondo adulto, o quando
maestro e apprendista interagiscono sul lavoro»[9],
allora si comprende come la questione dell’informazione/formazione abbia
profondamente a che fare con il sapere. Ribadito tutto ciò con una
domanda: quali sono i luoghi del sapere del Presente?
Vorrei leggervi a tale proposito alcune considerazioni di Ignacio Ramonet
direttore di Le Monde Diplomatique che hanno a che fare con il nesso
informazione-sapere-educazione: «In realtà non sappiamo più cosa sia la
comunicazione. E questo è precisamente il punto. Fino a quindici anni fa
comunicare significava trasmettere contenuti, mentre oggi é un fatto di pura
industria. Di recente il foglio statunitense The Nation ha pubblicato
una mappa che mostra a quali livelli di concentrazione siano arrivati i
media. Nella lista dei “Top 10” ci sono la General Electric, la Sony, la
ATT. I problemi sono evidentemente due: il gruppo di imprese che possiede e
controlla i media si è andato restringendo sempre più e si tratta di società
che non hanno nulla a che vedere con l'informazione. Sul piano pratico ciò
significa che la caratteristica principale dell'informazione è oggi quella
di essere una merce, un bene che non circola secondo le leggi
dell'informazione, ma secondo quelle del mercato, dell'offerta e della
domanda. Le informazioni che passano sono quelle che le imprese stimano più
richieste dal pubblico»[10].
Questa
citazione, lucida ma nello stesso tempo impressionante, ha il merito di
mettere in risalto alcuni aspetti assolutamente centrali dell’informazione,
che è un vero e proprio bacino collettore di problemi appartenenti ad ambiti
diversi (politico, educativo, cognitivo, ecc.):
-
la
parola d’ordine dei grandi conglomerati della comunicazione è
concentrazione (i colossi della telefonia, del cinema, della
pubblicità, del video e dell’informatica si uniscono tra loro per
spartirsi un’informazione);
-
tale
concentrazione è finalizzata alla mercificazione dell’informazione.
Le industrie sono nate con l’intento non di comunicare ma di vendere, non
di umanizzare l’etere, ma allo scopo di spartirsi un’informazione che
tende sempre di più a diventare merce, elemento di consumo e di
scambio, dove il profitto si fa valore unico di riferimento;
-
la
mercificazione dell’informazione tende a ridurre le persone a
consumatori ed è la cartina di tornasole che mostra in tutta la sua
radicalità un’idea ormai palese: la
cultura del consumo é il prodotto di una mercificazione che, dopo aver
invaso il mondo dei beni (dando benessere, tra l’altro, solo ad una parte
del pianeta), colonizza in misura crescente altri ambiti della vita che
precedentemente non avevano a che fare con il mercato: l’educazione,
l’arte, la politica, lo sport, la salute[11]
(andrebbe allora compiuta una riflessione radicale sull’idea di ‘consumo’
e sarebbe molto interessante leggere e discutere in questa prospettiva la
proposta di Legge Gasparri sul riassetto dei mezzi di comunicazione);
-
l’avvento
di questo “messianismo mediatico” si esprime sempre di più nella ricerca
del sensazionale e dello ‘spettacolistico’ all’interno di un quotidiano,
falso e iperreale, e la prognosi nietzscheana della ‘fabulizzazione del
mondo’ si evidenzia come l’unica possibilità comunicativa di un mondo
ormai ridotto a ‘spettacolo’ (Debord). (Qui si apre la questione
dei rapporti tra realtà e illusione nel tempo postmoderno)[12].
b.
La questione della globalizzazione o
‘Dell’economia’
In questo
senso, diventa palese l’importanza della problematica della globalizzazione
per il nostro tempo o, detto in termini più radicali, dell’Economico come
volto del nostro tempo. Sebbene con il termine di ‘globalizzazione’ si
intenda la forma tipica degli attuali processi capitalistici triadici
(in cui, cioè, le parti in gioco sono costituite da Usa, Giappone ed Unione
Europea) mirati ad integrare e
controllare il mercato e le risorse disponibili al fine di ottenere una
sempre più grande quantità di profitti su scala mondiale[13]
(Fondo monetario internazionale,
Organizzazione mondiale del commercio e Banca Mondiale), tale
concetto assume un’importanza decisiva all’interno di una messa in
discussione dei rapporti tra «Stato» e «Mercato», dove altrettanto centrali
concetti come ‘integrazione’, ‘interdipendenza’ e ‘mondializzazione’[14].
Tale questione può essere sintetizzata in questo modo: «In quanto
cittadini o sudditi, ma comunque membri di comunità politiche, rimaniamo
soggetti a leggi, convenzioni e usanze (un sistema di “giurisdizione”) che
determinano o condizionano comportamenti solo entro i confini dello Stato
nazionale, ma la cui funzionalità rispetto ai fini dichiarati è condizionata
in misura crescente da eventi e da decisioni rispetto ai quali il singolo
Stato e i suoi cittadini sono fondamentalmente passivi»[15].
Siamo cioè posti di fronte ad una mondializzazione dell’economia e,
per converso, ad un’economicizzazione del mondo che rende «i beni e i
servizi, il lavoro, la terra e, domani, il corpo, gli organi, il sangue, lo
sperma, l’affitto dell’utero» qualcosa di commerciabile[16],
dove (l’ambito de) il Politico ha sempre meno voce in capitolo. Secondo
Anthony Giddens, l’Occidente ha nel proprio DNA una forte spinta
globalizzante, che ha prodotto profonde trasformazioni sul piano
estensionale ed intensionale. Ha stabilito «forme di connessioni
sociali che interessano l’intero pianeta» e ha modificato «alcuni degli
aspetti più intimi e personali della nostra esistenza quotidiana»[17].
Queste trasformazioni sono state rese possibili da due fattori:
1)
una sempre più netta separazione del tempo e
dello spazio e una loro ricombinazione in «zone» spazio-temporali della
vita sociale assolutamente inedite;
2)
una disaggregazione dei sistemi sociali,
per cui i rapporti sociali tendono ad essere sempre più sganciati dai
contesti locali di appartenenza.
La
globalizzazione ha portato a favorire «i
rapporti tra persone assenti, localmente distanti da ogni data situazione di
interazione faccia a faccia”»[18],
rendendo possibile il non essere più legato ad un luogo e ad un tempo
determinati, ma a molti tempi e a molti luoghi contemporaneamente[19].
Dopo essere stati de-localizzati, la globalizzazione ci ha proiettati in un
universo sempre più grande, sempre più globale, nel quale sperimentiamo il
reale superamento dei nostri confini geografici e mentali ma,
contemporaneamente, cominciamo a percepire la grandezza di una realtà sempre
più smisurata e inquietante, quasi postumana, dove i rapporti
umani rischiano di diventare sempre più virtuali[20].
Grazie ad un’«organizzazione razionalizzata» della vita, abbiamo cominciato
a vivere in un mondo sempre più ampio ma, contemporaneamente, anche sempre
più pericolosamente astratto, dove le consuetudini, le pratiche locali e le
tradizioni storiche tendono, almeno in un primo momento, ad avere un peso
sempre minore[21].
La globalizzazione ha dato origine al fenomeno della «disaggregazione», al
distaccamento sempre più netto dei rapporti sociali dai contesti locali di
appartenenza e, di conseguenza, ad una loro ristrutturazione su scala
spazio-temporale sempre più ampia.
c.
Del multiculturalismo o ‘Dell’altro’
è
in questa prospettiva che la questione del multiculturalismo va intesa e
affrontata, intendendo con questo termine l’incontro conflittuale di
una molteplicità di culture, di etnie, di tradizioni religiose e visioni del
mondo tra loro eterogenee che caratterizza il volto dell’epoca attuale. Il
multiculturalismo è «l’indicazione di un problema»[22]
di enormi proporzioni che io vorrei sottolineare con una domanda aperta:
come far convivere tra loro persone culturalmente differenti in «quella fase
storica, in cui viene realmente riconosciuta la radicale pluralità della
costituzione basilare della società ed in cui diventano urgenti, dominanti e
obbliganti modelli di senso e di azione pluralistici»[23]?
L’entrata in
un’epoca multiculturale ha oggi a che fare con quella «occidentalizzazione
del mondo»[24]
dove il contatto tra due culture differenti «non si traduce in uno scambio
equilibrato, ma in flusso massiccio a senso unico». La società
multiculturale, prodotta da una globalizzazione economica spinta, mette a
disposizione degli individui nuove possibilità e prospettive di vita (per
es., una nuova identità, una nuova patria, nuove possibilità lavorative),
producendo però i cosiddetti «nomadi globali»[25].
Il tasso di anomia e di perdita di identità da parte delle minoranze
culturali ed etniche che si trovano a vivere sotto una sorta di
neocolonialismo[26],
fa nascere delle prese di posizione molto critiche nei confronti del mondo
tardo-moderno, il cui pericolo maggiore sembra consistere in una
frammentazione sociale senza precedenti. Queste minoranze, una volta venuta
meno la teoria assimilazionista espressa dal melting pot (secondo cui
gli immigrati avrebbero dovuto lentamente ma necessariamente seguire i modi
di pensare e di vivere dei paesi ospitanti), hanno cominciato, a partire
dagli anni Ottanta, a far valere proprio quelle differenze che concorrono a
definire l’identità dei singoli individui (siano esse razziali, religiose,
ecc.). Per questo motivo la teoria del melting pot (pentola in
fusione) ha ceduto il passo alla teoria della salad bowl (insalatiera),
secondo cui ciascun individuo è chiamato a mescolarsi con altre persone
differenti da lui, mantenendo però il proprio sapore.
Anche la
Chiesa (cattolica) si trova di fronte alla sfida di questo «policentrismo
culturale» i cui tratti biblici fondamentali sono:
a) una
ricerca di libertà e giustizia per tutti;
b) una
cultura del riconoscimento degli altri nel loro essere altri.
Un
cristianesimo culturalmente policentrico significa «rischiare a livello
storico-mondiale ciò che in nuce già è riconoscibile nella situazione
del giudeo-cristianesmo primitivo, ossia la reciproca assimilazione di
popoli e gruppi marginali diversi»[27].
Questa tensione policentrica del cristianesimo non chiede di sbarazzarsi
della cultura europeo-occidentale, ma rimanda alla necessità di assumere il
cristianesimo «nei suoi tratti più elevati e di ancorarlo ad essi», e
cioè il riconoscimento e la comprensione degli altri nella loro alterità,
nella loro libertà di esistere[28].
È quindi importante sottolineare come la questione del multiculturalismo ci
costringa a fare nuovamente i conti con quel «politeismo dei valori» di
weberiana memoria (le cui ascendenze nietzscheane già sono state ampiamente
evidenziate[29])
che rende l’epoca presente percorsa da etiche necessariamente e tragicamente
in conflitto.
La questione
centrale posta dal multiculturalismo riguarda quindi il tema della comunità,
il significato del vivere insieme - uniti, ma secondo le proprie differenze[30]
- quell’«essere in comune» che va ricercato «oltre lo spaesamento e lo
sradicamento di popolo e di classe»[31].
Bonomi ha preso le mosse dalla percezione particolarmente diffusa secondo
cui oggi la storia non è più un fluire di avvenimenti caratterizzati «dallo
scontro tra grandi ideologie e appartenenze», ma si mostra come l’apparire
di «una dimensione globale dell’economia e del vivere che stempera la
dimensione nazionale sia come incubatore d’identità sia come strumento,
attraverso lo Stato sociale, di regolamentazione e distribuzione delle
risorse»[32].
Questa entrata in crisi delle grandi ideologie, delle grandi
«metanarrazioni» (Lyotard), ha portato i soggetti a divaricarsi gli uni
dagli altri, facendo dell’«egologia» la forma privilegiata del vivere le
opportunità offerte dal presente[33]
e della storia un «futuro passato» (Koselleck). Vivendo effettivamente un
no future e, contemporaneamente, in una costante perdita del passato,
viviamo per così dire in un «eterno presente che toglie profondità
all’esistenza, affastellandone gli avvenimenti in una qualità sempre in
procinto di diventare storia senza mai riuscirci»[34].
Lo spazio che abitiamo è il prodotto di un «processo glocale» (in
cui globale e locale si incontrano e si mescolano in una sorta di meticciato
culturale), dove l’individuo rinviene la sua identità solo inventandosi
«appartenenze, luoghi e significati locali non più dati»[35].
«Nella ipermodernità la vita sociale si trova di fronte al molteplice; non
vi è più l’evento che informa di sè una generazione o una società (basti
pensare cosa ha significato per i nostri padri la seconda guerra mondiale o
per una generazione appena tramontata la bomba atomica), ma gli eventi e la
loro velocità, che depotenziano il “sociale-storico”»[36].
«La storia - ha scritto l’antropologo francese Marc Augé - sembra non avere
senso perché accelera e si avvicina. Il nostro proprio passato individuale
si scrive, appena vissuto, nella storia. Eventi come quelli che viviamo ogni
giorno contribuiscono a produrre questa sensazione. (...) In questa
sovrabbondanza di fatti trattati dai media che toccano la nostra storia (gli
anni cinquanta, gli anni sessanta, gli anni settanta, gli anni ottanta, il
Vietnam, il ‘68, il Muro di Berlino, la guerra del Golfo), ci è difficile
trovare un filo conduttore: abbiamo la storia alle calcagna».[37]
(corsivo nostro). Ma si può ancora parlare dell’esistenza di qualcosa
di ‘comune’, dal momento che questa in-differenziazione in cui sono immersi
tutti gli eventi crea una sorta di estraneità congenita? «Il senso del
familiare, del sentirsi a casa, del “comunitario”, non deriva più o non solo
dal luogo, dall’abitare, ma dai modi in cui si ricreano le particolarità e
le identità con le quali l’uomo entra in relazione con il mondo. Le identità
si formano nei modi, nel lavorare comunicando, più che nei luoghi che
conservano caratteri di familiarità, confidenza, comodità che si basavano
sulla routine quotidiana dei soggetti»[38].
La fine di questo secolo, quindi, dà fuoco ai filamenti delle appartenenze e
delle ideologie, mettendo allo scoperto il nervo delle identità che sono una
«costruzione sociale», da rimettere continuamente in gioco, da riaprire e
riscoprire nel «glocale» - «uno spazio fatto essenzialmente di relazioni e
competenze che permettono di stare in mezzo, in una dimensione intermedia
ove è possibile stare nella misura in cui si producono beni relazionali, che
fanno dello spazio vuoto tra il luogo e il mondo uno spazio da percorrere e
vivere»[39].
è qui che il soggetto potrà
ricercare una sorta di nuovo radicamento: «sulla sua capacità di essere non
in un luogo solo, ove ricostruire la comunità, ma in più luoghi. (...) Chi
ha come processo di socializzazione molteplici spazi da percorrere (locali,
regionali, nazionali, sovranazionali e mondiali) in questa simultaneità
deterritorializzata, ritorna al locale ricco di esperienza. Il localismo è
oggi figlio del cosmopolitismo e viceversa: in questo sincretismo stanno i
processi di socializzazione»[40].
Ma questo sincretismo comporta nello stesso tempo l’emergere di
comportamenti e stili di vita in cui l’anomia diventa la nota dominante. Se
per ‘anomia’ intendiamo la perdita di queli valori (anomos) che
avevano ‘integrato’ la società, la perdita di punti di riferimento condivisi
comporta - per gli abitanti di una società multiculturale - la
sperimentazione di forme e stili di vita individuali-comunitari in cui
diventa dominante «l’essere nomade, il fare esodo, la vita
mixta e il sincretismo»[41].
La società
multiculturale in cui noi siamo immersi, come ha stupendamente ricordato
Giorgio Agamben, è quella abitata dall’«essere qualunque» (quodlibet ens),
dove questa affermazione non significa «”l’essere, non importa quale”, ma
“l’essere tale che comunque importa”», per cui «il Qualunque che è qui in
questione non prende, infatti, la singolarità nella sua indifferenza
rispetto a una proprietà comune (...), ma solo nel suo essere tale qual’è»,
cioè, «la singolarità esposta come tale è qual-si-voglia, cioè
amabile»[42].
Come nella comunità degli amanti, così anche «noi altri»[43]
siamo chiamati ad imparare lentamente e con fatica a «vivere nell’intimità
di un essere estraneo, e non per avvicinarlo, per renderlo noto, ma per
mantenerlo estraneo, lontano, anzi: inapparente - così inapparente che il
suo nome lo contenga tutto. E, pur nel disagio, giorno dopo giorno non
essere altro che il luogo sempre aperto, la luce intramontabile in cui
quell’uno, quella cosa resta sempre esposta e murata»[44]
[1]
Relazione introduttiva tenuta a Parma agli incontri ‘I Martedì della
Missione’ (“Vino nuovo in otri nuovi”. Siamo ancora capaci di futuro?
– 14 ottobre 2003.
[2]
When there's no future / how can there be sin? (Quando non c'è futuro /
come può esserci peccato?)
[3]
L. Caminiti, No future. Dai Sex Pistols a Hamas,
http://www.rekombinant.org/article.php?sid= 2097.
[4]
Mi riferisco qui alle riflessioni compiute da P. Sloterdijk in
Critica della ragione cinica, Garzanti, Milano 1992, 71 dove dice:
«Vivere “da cani”, ma vivere, ridere e provvedere a che, dopo tutto ciò,
vi sia non disorientamento, ma lucida riflessione».
[5]
I. Illich, L’ossesione
della salute perfetta, Le Monde diplomatique 1999.
[6]
F. “Bifo” Verardi – L. Pignatti –
M. Magagnali, Errore di sistema. Teoria e pratiche di
Adbusters, Feltrinelli, Milano 2003.
[7]
E. Morin, I sette saperi
necessari all’educazione del futuro, Cortina, Milano 2001, 14.
[8]
Ci permettiamo di rinviare al nostro Le voci del tempo. Per un ethos
postmoderno, Libreria Bonomo Editrice, Bologna 2002.
[9]
J. Bruner, La cultura
dell’educazione. Nuovi orizzonti per la scuola, Feltrinelli, Milano
1998, 9.
[10]
I. Ramonet,
L’informazione in pericolo, in http://www.ilportoritrovato.net/ html/edicolaramonet1.html).
Dello stesso La tirannia della comunicazione, Asterios, Trieste
1999 e, ultimamente, Il mondo che non vogliamo. Guerre e mercati
nell’era globale, Mondatori, Milano 2003.
[11]
V. Codeluppi, Il potere
del consumo. Viaggio nei processi di mercificazione della società,
Bollati Boringhieri, Torino 2003.
[12]
G. Debord, La società
dello spettacolo, Baldini&Castoldi, Milano 2002. Internet, da questo
punto di vista, è una sfida di grande interesse. Ci permettiamo di
rimandare al nostro Teologia on line. Un percorso di avvicinamento,
in M. Tibaldi (a cura di),
Comunicazione e catechesi, Pardes, Bologna 2003, 109-130.
[13]
B. Amoroso, Della
globalizzazione, La Meridiana, Molfetta 1996, 65 sgg. .
Sull’argomento cfr. H.-P. Martin/H. Schumann, La trappola della globalizzazione,
Raetia, Bolzano 1997 e P. Hirst/G.
Thompson, La globalizzazione dell’economia, Ed. Riuniti,
Roma 1997.
[14]
M. M. Beber, L’interdipendenza. Produzione integrata e sovranità
nel sistema internzaionale, Jaca Book, Milano 1996, 7 sgg..
[15]
M. M. Beber, L’interdipendenza, 10.
[16]
S. Latouche, «La
perversione della mondializzazione», in Testimonianze 2(1997),
72.
[17]
A. Giddens, Le
conseguenze della modernità. Fidicia e rischio, sicurezza e pericolo,
Il Mulino, Bologna 1994, 18 sgg.
[18]
A. Giddens, Le
conseguenze della modernità. Fidicia e rischio, sicurezza e pericolo,
op. cit., 29. (corsivo nostro).
[19]
R. Bodei, Multiversum.
Tempo e storia in Ernst Bloch, Bibliopolis, Napoli 1982, 15-53.
[20]
R. Terrosi, La filosofia
del postumano, Costa & Nolan, Genova 1997.
[21]
é qui che si innestana
quella frammentazione propria della modernità, come ha mostrato M.
Tomka, «La frammentazione
del mondo dell’esperienza nella modernità», in G.
Ruggeri - M. Tomka (a cura
di), «La Chiesa in frammenti: verso quale unità?», in Concilium
3(1997), 18-36.
[22]
A. Gambino, Gli altri e
noi: la sfida del multiculturalismo, Il Mulino, Bologna 1996, 7.
[23]
W. Welsch, Unsere
postmoderne Moderne, Acta humaniora, Weinheim 1987, 5.
[24]
S. Latouche, L’occidentalizzazone
del mondo, Bollati Boringhieri, Torino 1992.
[25]
A. Dagnino, I nuovi
nomadi. Pionieri della mutazione, culture evolutive, nuove professioni,
Castelvecchi, Roma 1996.
[26]
La rivista DeriveApprodi ha dedicato il n.23 (2003) al tema
Movimenti postcoloniali.
[27]
J. B. Metz, In cammino verso una chiesa mondiale culturalmente
policentrica, 121.
[28]
J. B. Metz, In cammino verso una chiesa mondiale culturalmente
policentrica, 117.
[29]W.
Hennis, «Le tracce di
Nietzsche nell’opera di Max Weber», in
Id., Il problema Max Weber, Laterza, Roma-Bari 1991,
193-220.
[30]
A. Bonomi, Il trionfo
della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene,
Bollati Boringhieri, Torino 1996. Bonomi, direttore dell’istituto di
ricerca sociale AASTER (Associazione agenti sviluppo territorio, Milano)
e consulente presso il CNEL (Consigli nazionale dell’conomia e del
lavoro), lavorando su tre ipotesi di fondo (1 - più sulla simultaneità
che sui processi di lunga durata; 2: -sul primato del sentire più che su
quello dell’intendere; 3 - sul nuovo «intelletto generale» dato dai
processi di mondializzazione nelle interconnesioni con le identità
locali) ha dato vita ad un tipo di analisi sociale di grande interesse
per quanto riguarda la questione della società multiculturale.
[31]
A. Bonomi, Il trionfo
della moltitudine, 86.
[32]
A. Bonomi, Il trionfo
della moltitudine, 17.
[33]A.
Bonomi, Il trionfo della
moltitudine, 20.
[34]A.
Bonomi, Il trionfo della
moltitudine, 23.
[35]A.
Bonomi, Il trionfo della
moltitudine, 30.
[36]A.
Bonomi, Il trionfo della
moltitudine, 30.
[37]
M. Augé, Non-luoghi,.
Introduzione a una antropologia della surmodernità, Eléuthera,
Milano 1993, 29.
[38]A.
Bonomi, Il trionfo della
moltitudine, 32.
[39]
A. Bonomi, Il trionfo
della moltitudine,38.
[40]
A. Bonomi, Il trionfo
della moltitudine, 53.
[41]
A. Bonomi, Il trionfo
della moltitudine, 68.
[42]G.
Agamben, La comunità che
viene, Einaudi, Torino 1990, 3-4.
[43]
Che, come ricorda J.-L. Nancy,
Être singuliere pluriel, Galilée, Paris 1996, 23, si situa tra il
«noi tutti» dell’universalismo astratto e l’«io» dell’individualismo
miserabile. Sulla questione cfr. anche J.
Derrida, Le
monolinguisme de l’autre, Galilée, Paris 1996.
[44]
G. Agamben, Idea della
prosa, Feltrinelli, Milano 1985, 40.