di Michele De Mieri
Minuscola
e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali
a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota
Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano
diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna
scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in
Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto,
confessa che non scriverà mai più nulla di così
interessante come i tre libri della Trilogia della città
di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri
(firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento):
Troppo melensa e poi l'attrice non era in grado di dare
corpo al personaggio di Line, confessa di leggere
pochissimo e di guardare molto la televisione: prima amavo
molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera.
Timori,
crediamo, non d'ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile
immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure
le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per
sentire chissà quali, ben diverse paure.
Come
ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il
passaggio dalla sua lingua madre al francese?
Un
mio personaggio, in Ieri dice che è diventando
assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo
dire che quest'affermazione vale anche per me. Fin dall'infanzia
ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano
nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari,
diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho
preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo
concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla
macchina che io usavo in fabbrica c'era un foglio su cui scrivevo
i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo
di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto
pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo
lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo
bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi
quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte
orribili. Non tutte, qualcuna buona c'è. Erano gli anni
Settanta.
E
i tre libri della Trilogia come nascono?
Dopo
le pièces teatrali cominciai a scrivere delle
piccole novelle, volevo parlare della mia infanzia durante la
guerra, vissuta con mio fratello maggiore. Scrivevo sempre delle
scene corte, una o due pagine, poi queste scene, con il loro
titolo, diventavano capitoli del mio romanzo. Quindi cambiai il
mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in
due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo
di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai
l'autobiografia e riorganizzai quei capitoli per uno struttura
romanzesca.
Come
ha raggiunto questo stile essenziale, duro, secco?
All'inizio
non era per niente così. Anche quando scrivevo in
ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Le mie
prime cose in francese, quelle per il teatro, erano scritte in
una lingua normale, quotidiana. Solo quando ho cominciato a
scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho
cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile
di un libro scritto da dei bambini (i due gemelli n.d.r.), anche
se un po' speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i
dizionari com'eravamo io e mio fratello. Per la verità chi
mi ha messo definitivamente sulla buona strada è stato mio
figlio quando aveva dieci, dodici anni, io l'osservavo molto
scrivere, studiavo il modo e il contenuto, e cercavo di
apprendere quello stile, quel punto di vista. Il mio stile è
figlio di mio figlio.
Lei
sembra indicarci che solo attraverso il dolore possiamo avere
un'opportunità di comprendere gli altri, il mondo...
Questo
è vero, ma lo è solo per me. E' il mio modo di
mettermi in contatto col mondo, ma non posso dire che questo sia
valido per le altre persone.
Oggi
come vive la separazione col suo paese, con quella lingua? Legge
letteratura ungherese? Torna spesso in Ungheria?
Io
non volevo lasciare il mio paese. Lo rimprovero sempre al mio ex
marito: era lui che aveva paura dopo i fatti del '56, io non
avevo nulla da temere, lavoravo in fabbrica e amavo scrivere.
All'inizio non capivo cosa c'entravano per me la Svizzera, la
lingua francese. E' stata una separazione difficile, soprattutto
quella della mia lingua, ma non potevo continuare, come hanno
fatto alcuni altri scrittori dell'Est. A scrivere in una lingua
che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto
neppure lettori. E così scrivere in francese è
stata una necessità oltre che una sfida. Mi dicevo: come
può accadere questo, io che sto scrivendo in una lingua
che non è la mia. Era un po' un miracolo. Oggi mi
capita di ritornare in Ungheria, ho pure il doppio passaporto, ma
per brevi periodi, io vivo in Svizzera vicino ai miei figli. Tra
gli scrittori ungheresi conosco bene e personalmente Imre
Kertész, sono stata felice per il suo Nobel l'anno scorso.
Sa, è stato per anni povero e senza successo.
[da L'UNITA']