
Leggere Lolita a Teheran, dopo un successo inaspettato negli Stati Uniti, è sbarcato col medesimo successo in Italia; Radio Radicale, nel giorno della presentazione del libro in Italia, ha intervistato l'autrice, Azar Nafisi. Iraniana, dopo aver insegnato in diversi atenei della capitale, Teheran, ha scelto nel 1997 di emigrare negli Stati Uniti; oggi insegna Letteratura inglese alla John Hopkins University ed è direttrice di The Dialogue Project, per il Foreign Policy Institute.
D. Si è detto del suo libro: "Un incubo per ogni persona che debba decidere su che scaffale metterlo all'interno di una libreria." Tra i testi di critica letteraria forse? Oppure nella sezione "femminismo"? E' una biografia o un semplice romanzo? Dove lo posizionerebbe lei? Come vorrebbe che i lettori lo leggessero?
R. Mi fa così piacere che il mio libro non rientri troppo facilmente in una categoria ben determinata. Spero solo che possa in qualche modo rientrare nella cosiddetta "Letteratura". Perché anche se gli argomenti trattati sono di vario genere, soprattutto per i diversi punti di vista che ho scelto e che ho voluto evidenziare, tutto in fondo ruota attorno alla sovversione e all'importanza dell'immaginazione.
D. I nostri ascoltatori si potrebbero chiedere perché, tra le tante opere letterarie che nomina nel libro, lei e le sue "ragazze" abbiate scelto proprio Lolita. Qualche motivo particolare?
R. Ho voluto mostrare ai miei lettori che un racconto non deve essere esplicitamente politico, o contenere un messaggio politico, per essere sovversivo. Credo appunto che la figura di Humbert, che vuole imporre la sua volontà ad un altro essere umano, Lolita, possa rappresentare l'essenza stessa del totalitarismo. La lezione contenuta in Lolita è e sarà sicuramente più duratura che quella di un fatto più ovvio e di attualità.
D. Lei nel libro l'ha specificato: Humbert non è l'Iran degli Ayatollah (o non solo), Humbert è l'essenza del totalitarismo. Nella situazione odierna, crede più nello scontro tra civiltà o in uno scontro tra democrazia e totalitarismi?
R. Io non credo assolutamente nello scontro di civiltà tra mondo islamico ed occidentale. Credo che le civiltà debbano sempre portare avanti un dialogo genuino, pur nelle loro differenza che comunque bisogna apprezzare. Credo che lo scontro nel mio paese sia tra coloro che vogliono una società più aperta e democratica e quelli che vogliono una società chiusa. Per quanto riguarda l'Occidente, si può essere atei e totalitari allo stesso tempo, oppure cristiani fondamentalisti. Cosa dovremmo pensare di quei cristiani fondamentalisti? Forse loro non sono dei totalitari?
D. Ha completamente ragione. Ancora oggi qui in Italia, date per scontate le differenze con la teocrazia iraniana, siamo spesso in presenza di rigurgiti fondamentalisti. Il Partito Radicale ad esempio si batte per la laicità delle leggi e della Costituzione, contro quelli che vorrebbero fare leggi secondo il loro credo. Crede che anche nel mondo occidentale abbia ancora senso, oggi, battersi per delle istituzioni laiche?
R. Decisamente! Non credo che la battaglia contro la tirannia ed ogni imposizione avrà mai fine. E' una battaglia a tutto campo e senza limiti geografici. Certo qui in Occidente abbiamo una società molto più aperta e laica, e per questo dovremmo mostrare apprezzamento... ma c'è sempre il pericolo. Proprio nel cuore della civiltà occidentale abbiamo avuto un genocidio, qualcosa di terribile ed inaudito. Chi ci avrebbe pensato: nella Germania dei filosofi e degli scrittori. Dobbiamo continuare, sempre: la battaglia per la libertà è una battaglia anche contro noi stessi, una battaglia da dentro noi stessi. Sicuramente. Dove è la fine? Non c'è mai una fine.
D. In una intervista a The Atlantic lei ha detto di aver provato a spiegare ai suoi amici americani, come i terroristi che hanno colpito le Torri Gemelle non avessero solo paura dell'America. La loro paura, ben più grande, era quelle di vedere i loro popoli vivere in società più democratiche. Ci può dire qualcosa al proposito?
R. Ne sono profondamente convinta e spero che le elites negli Usa lo abbiano capito. Abbiano capito che il pericolo sono i regimi che in Arabia Saudita, in Afghanistan o in Iran temono i loro stessi popoli che desiderano la libertà; allora le elites autoritarie provano a convincerci che il concetto stesso di libertà appartiene all'Occidente. Se accettassimo questa visione, saremmo complici dei regime nell'oppressione della gente. Ma è una visione distorta e falsa: se i Talebani fossero stati veramente così graditi, che bisogno avrebbero avuto i Talebani di tutte quelle carceri?
D. C'è da dire che a volte, anche qui in Occidente, ci sono persone che considerano libertà e democrazia come nostra esclusiva. A proposito di questo, si sarà fatta una opinione sul piano per il Grande Medio Oriente presentato da Bush, piano che si basa anche su documenti di alcune conferenze intergovernative, come la conferenza di Sana'a. Una conferenza con governi, Ong e dissidenti, tutti a confrontarsi su temi come la promozione della democrazia e dei diritti umani. Cosa pensa di queste iniziative politiche? Che margine di successo possono avere ancora gli strumenti della politica?
R. Dipende soprattutto da quanto le dichiarazioni finali di queste conferenze siano effettivamente seguite e messe in atto. Dire "Vogliamo la democrazia" non è abbastanza; piuttosto si dica come vogliamo realizzare questa democrazia. Ottime quindi le conferenze politiche, ma voglio vedere i risultati.
D. Crede che i media, pensiamo ad Al Jazeera, possano avere un ruolo nel diffondere i lavori di queste conferenze, aiutando così una realizzazione pratica di alcuni obiettivi? E cosa pensa, visto che l'abbiamo nominata, di Al Jazeera? E del possibile ruolo dei media per l'apertura delle società mediorientali e la destabilizzazione dei regimi autoritari?
R. Credo che Al Jazeera di per sé sia un segnale positivo. Il tentativo di creare dei media nel mondo musulmano, un tentativo di creare dibattito e diffondere informazione. C'è però un pericolo, e cioè il tentativo si trasformare i media, arma così potente, in un mezzo per fare della propaganda antioccidentale. Al Jazeera, ed i media in generale, si dovrebbero limitare a creare dibattito e non dovrebbero cercare di forzare le persone a pensare in un certo modo, per fargli prendere una posizione sfruttando l'ignoranza. Non abbiamo proprio bisogno di ulteriori divisioni, piuttosto, come già detto, di un dialogo schietto.
D. Crede che una strategia nonviolenta per aiutare a promuovere la democrazia possa essere il supporto per la creazione di Radio, siti Internet, televisioni indipendenti nel Medio Oriente.
R. Ti dico la verità. Credo fermamente che oggi, nel nostro mondo, visto che ne abbiamo i mezzi, la nonviolenza è l'unico modo per la promozione della democrazia. Pensiamo al Sud Africa, alla Serbia, alla Georgia. Ci sono diverse associazioni, ad esempio il Centro per la Risoluzione nonviolenta dei conflitti negli Usa, che cercano di promuovere e supportare la democrazia dall'interno. Non possiamo diventare come i nostri oppressori, e se usiamo i loro stessi mezzi gli assomigliamo sempre più. E' vero, qualche volta le persone devono ricorrere alla forza, ma quella è l'estrema ratio.
D. Quindi lei crede sia importante supportare i gruppi democratici che già esistono all'interno dei paesi retti da regimi autoritari. Radio Radicale ad esempio ha spesso ascoltato la voce di studenti dissidenti dall'Iran. Questi ragazzi sembra ci tengano a far capire la differenza tra un "cosiddetto movimento riformista" in Iran, e il vero movimento popolare e riformatore.
R. Riguardo al movimento per le riforme in Iran, trovo che in Occidente si faccia spesso l'errore di voler ridurre tutto alle sole elites. Khatami non fu certo l'ispiratore del movimento, al massimo fu il sintomo di un regime che in quel momento era arrivato ad un bivio. Credo che il movimento per i diritti civili in Iran non sarà sicuramente fermato da quelli che chiamiamo i "riformisti di regime", come non fu cominciato da loro. Il fatto che all'interno del regime iraniano vi siano costantemente divisioni mostra quanto le stesse elites siano vulnerabili, e mostra che le persone sono veramente stanche di questa situazione. Ma su questo sono d'accordo con gli studenti: Khatami certamente non rappresenta il movimento che si batte per una società più aperta e democratica.
D. Qual è oggi la situazione degli studenti iraniani? Ne abbiamo sentito parlare per la prima volta nel '99, poi ancora l'anno scorso negli anniversari delle manifestazioni represse nel sangue. Troppe volte sembra che i media e la politica occidentali se ne dimentichino. Lei ha vissuto ed insegnato lì, qual è la situazione nelle università oggi?
R. Il movimento studentesco, per suo merito, si è mostrato sempre più aperto e fermo nel supportare i diritti per tutti i gruppi più differenti e per la secolarizzazione dello stato in generale. E' molto spiacevole e triste il fatto che in Occidente non si sia riportato il modo in cui le loro manifestazioni sono state represse. Solo nell'ultimo anno parliamo di 4.000 arrestati di cui non abbiamo notizie. Credo che il movimento studentesco stia ancora maturando, crescendo, e non credo che sia quel tipo di movimento che potrà essere fermato con l'incarcerazione di alcuni studenti.
D. Per finire. Avrà forse notato come in questi giorni a Roma, ma credo ovunque nel mondo, questo libro abbia toccato nel profondo molte persone. Anche tante ragazze e ragazzi che forse si rendono conto di non aver mai vissuto situazioni così dure, ragazze e ragazzi che magari staranno pensando al fatto di non aver mai fatto troppo per i coetanei iraniani e per tutti gli oppressi da regimi autoritari. Vuole dare loro un consiglio, lanciare un appello...
R. Non mi sento all'altezza di dare un consiglio, ma un appello da fare lo avrei. Provate a capire, e provate a capire le persone e le loro storie. Non fermatevi alle elite. Siate curiosi. Grazie mille.