Per ragionare sulle interessantissime osservazioni di Luigi Ramenghi in Frammenti su una poetica dell'improbabile, relative all'intervento che avevo pubblicato contro l'ideologia dell'invenzione e per l'improbabilità, sono costretto a impegnare un gergo filosofico, più che altro di matrice aristotelica e richiamato dallo stesso Ramenghi, una cui centrale indicazione è proprio mutuata dalle classificazioni del libro Lambda aristotelico: "Ne L'arcobaleno della gravità, Pynchon racconta di Roger Mexico, soldato statunitense che si occupa di statistica, ossia di probabilità, disciplina residente in un regno terzo rispetto a quello del vero e del falso, di ciò che si verifica e di ciò che non si verifica (e che evoca concetti aristotelici come mimesis e phronesis, ovvero percorsi gnoseologici alternativi a quello logico-scientifico dell'episteme)".
Qui Ramenghi coglie un punto centrale, per la prospettiva che intendo adottare.
Già tempo fa, sull'Unità, il poeta Lello Voce ironizzava su un'affermazione che avevo fatto e che non desiderava risultare minimamente provocatoria. Dicevo che "la letteratura non serve a pensare" e Lello Voce se la prendeva, pigliandomi per il culo perché, ripetutamente, definivo "ultrapsichica" la letteratura che interessa a me. L'osservazione di Luigi Ramenghi, che riprende Pynchon esattamente su un punto che nelle mie intenzioni concerneva Pynchon, mi permette di chiarire (insomma, chiarire: si fa per dire... ;D) gli statuti di quell'aggettivo, "ultrapsichico", che smodatamente (questa modalità è invece davvero provocatoria) utilizzo a proposito della narrativa.
Che differenza esiste tra il probabile e il possibile? Il probabile rimanda, proprio come sottolinea Ramenghi, a un'episteme: a una modalità del pensiero, cioè, che è calcolante. Un'ideologia del calcolo è implicitamente sempre un'ideologia del controllo. Il calcolo manifesta una reazione al caos. Tralascio l'evidente conseguenza politica di un simile atteggiamento mentale, bollabile come reazionario. Mi interessa, invece, specificamente il fondo emotivo che l'ideologia del calcolo non centra in consapevolezza. [ Che un'azione teoretica si appoggi su uno sfondo emotivo deve tra l'altro risultare l'ovvia premessa di tutto il discorso sulla poetica dell'Improbabile. ]Questa condensazione emotiva è essenzialmente paura.
Il caos spaventa. Non è regimentabile e, secondo le schematiche epistemiche, esso viene ridotto comunque a una variabile dell'ordine, al limite in una sorta di manicheismo che contrappone l'ordine stesso al caos, facendoli coesistere, ma sempre prendendo partito per il calcolabile. E' dal regno del calcolo che, infatti, provengono le attività di calcolo - non dal regno del caos. Indico, quindi, una preappartenenza al campo epistemico del pensiero calcolante. Questa preappartenenza non è fondata.
A cosa reagisce la paura che esprime l'ideologia del controllo (anche epistemico)? Si tratta di una paura che Blumenberg ha posto all'inizio della sua Elaborazione del mito: è una paura da adattamento. L'angoscia di base da cui sprigiona l'esigenza della sopravvivenza. In altre parole (perdonate il passaggio veloce e grezzo), il caos minaccia l'io. Controllare il caos minaccioso permette all'io di sopravvivere e crescere. La radicalità primaria di questo atteggiamento preconscio, che Blumenberg pone a fondamento dell'intera specie e, quindi, anticipa ogni attività della specie stessa, è totalizzante, anche se ha evidenti origini sociologiche. E' l'antico soprassalto di timore e tremore che starebbe alla base del patto sociale. Ma questa sarebbe filosofia politica, non metafisica - che è invece l'àmbito in cui vorrei inscrivere la poetica dell'Improbabile.
Da dove esce l'improbabile? Dal possibile. Il regno del possibile è un regno mentale? E', secondo la tradizione metafisica occidentale (ma, ancor più strutturatamente, orientale), un regno più-che-mentale.
Che cosa viene inventato? Sebbene io nutra parecchie perplessità rispetto all'etimologia, va ricordato che l'invenzione affonda le sue radici nel latino invenire, cioè trovare: l'invenzione reperisce qualcosa che già esiste. Cosa? Certo, residui materiali, storici, mnestici e pensativi, che vengono collazionati in nuove forme. Ma queste forme preesistevano in qualche modo all'invenzione? Cioè: l'invenzione trova nessi che sono già esistenti? Sì: esistevano nel regno delle possibilità. Possibilità dinamiche (Aristotele, per l'appunto, formula la celebre distinzione tra dynamis ed energheia) sono intercettabili da un'attività psichica. Sul piano dell'ontologia pura, la possibilità è indipendentemente dall'essere della psiche che se ne rende consapevole e che la trascina nel regno delle forme sensibili.
Il regno dei compossibili, il regno delle potenze: invisibilità agli occhi fisici e grossolani, oggetto di percezione invece di una vista interna, di una veglia interiore.
Quando mi riferisco all'Improbabile, intendo accostarmi a una poetica delle potenze - o, se risulta più chiaro, delle potenzialità. Non mi interessano i ritmi che assumono le strutture interne delle opere sensibili, bensì la possibilità di stare nell'apertura al potenziale che quelle opere permettono - il che è un compito quintessenziale della letteratura, dell'arte tutta. Questa per me irrinunciabile presa di parte ha anche una sua ricaduta in termini di filosofia politica. Pensare che sia corretto recludere l'invenzione nel regno del calcolabile è un riflesso di una pericolosa ideologia, che ritiene che, dietro la storia, c'è un soggetto. La storia è spiegabile: ecco l'estrema difesa, anestetica e idiota, di colui che svincola dall'apertura all'incertezza del regno totipotente.
Non esiste la possibilità di controllare e di lavorare, secondo tecniche dello sfruttamento e dell'usufrutto, la materia delle potenze. La potenzialità si fa storica, accade: accade la storia. Così come l'uomo ha una vocazione alla storia - vocazione necessitante, al punto che si sospetta l'esistenza di un destino -, la psiche ha una vocazione alla potenzialità. Però questa vocazione non si esplica nel rapporto soggetto/oggetto che sta alla base del lavoro (qui sto parlando in termini di marxismo benjaminiano). La potenzialità non è un oggetto, poiché è essa stessa un soggetto: la potenzialità siamo noi. La potenzialità siamo noi in una fascia in cui la consapevolezza è obnubilata: non sappiamo bene di essere quella potenzialità, quelle potenzialità. E' impossibile vedere se stessi come se se stessi fosse un oggetto - ancora Aristotele, nel De Anima: "L'occhio non vede se stesso". Tuttavia, noi sappiamo di essere, ne siamo coscienti. Così le possibilità, che sono noi stessi, non possono essere viste come si vede un oggetto, ma noi ne siamo ugualmente coscienti.
L'esotico pseudoinventivo è la forza che allontana dalla consapevolezza di se stessi in quanto possibilità indefinite. La "letteratura esotica" è lo zapping idiota che rende l'uomo dimentico di se stesso, a favore di una sorpresa (o di una suspense) antiumana.
C'è un momento, in America di Franz Kafka, in cui appare un casco di banane, profumato e luminoso: momento sconcertante. E' stata appena tentata una telefonata, ma nella cornetta si percepiva un fruscio continuo e sommesso, per il quale venivano evocati gli angeli. Quel casco di banane è l'esotico o ciò che chiamo l'Improbabile? Non è l'esotico: l'esotico conserva in sé il meccanico, il modulo ripetibile, cioè tutta l'imbecillità con cui si è tentato di etichettare il postmoderno come semplicistica tecnica di montaggio di materiali eterogenei. Il casco di banane, in quanto origine dello stupore in forma di immagine concreta ma inesplicabile, è l'Improbabile: è ciò che Kafka oppone allo stupore a bassa intensità degli angeli nella cornetta, poiché l'angelo non è più improbabile - è una figura consolidata, è anch'esso un'etichetta, una possibilità che ha assunto fin troppe e riconoscibili cristallizzazioni nella tradizione umana. Le banane del casco sono una rinnovata forma dell'angelico, che supera in improbabilità, cioè in verità, gli angeli che sussurrano al telefono.
Ha scritto il filosofo Giorgio Agamben: "Il messianico è l'istanza di un compimento che [...] fa segno verso un'esperienza della parola che si presenta come pura e comune potenza di dire, capace di un uso libero e gratuito del tempo e del mondo" [Giorgio Agamben - Il tempo che resta - Un commento alla 'Lettera ai Romani' - Bollati Borighieri - 2000].
Per destinazioni esotiche si paga un biglietto. Per destinazioni improbabili, no.
E' probabile che, nell'ottica della risposta alla paura di base, Antigone si sottragga alla morte. La sopravvivenza garantita sarebbe l'unica scelta. Ma Antigone muore. Il tragico fa perno soltanto sull'Improbabile.
Non è esotica la corte che Riccardo III fa alla vedova del cadavere che è steso a pochi centimetri dai due. E non è nemmeno probabile. E tuttavia ciò che è morto esprime anche dopo l'estinzione la sua incredibile, decisiva potenza, che entra nel regno delle comunità viventi.
L'America si deteriorizza nell'esotico, si propaga invece nell'improbabile, esattamente come ogni impero, cioè come ogni comunità vivente.