
Aldo Nove abita stabilmente a Milano da una decina d’anni.
Prima, da studente di filosofia alla Statale, era ospite del patronato cattolico («tra Bisceglie e Inganni») e si manteneva facendo il badante per anziani («oggi non avrei potuto più farlo, i badanti filippini costano molto meno»).
Poi, nel ‘93-94, dopo la laurea, Aldo Nove, nato a Viggiù ma deciso a non tornarci, trova casa al Gallaratese, nel complesso di Carlo Aymonino e Aldo Rossi («io sto nell’ala Aymonino»). Lì trova il suo prima lavoro, dall’editore Nicola Crocetti, che ha l’ufficio nell’ala Rossi dello stesso metafisico complesso, e da allora ha vissuto la città esplorandone i luoghi segreti, le periferie che aspirano a diventare zone residenziali, i 40 McDonald’s, i sexy-club per incontri privati, i centri commerciali («Bonola è fondamentale»), i cimiteri con le loro tombe più o meno monumentali, le metropolitane di cui è un affezionato e appassionato utente.
Lo incontriamo alla pizzeria di Largo La Foppa, luogo magico per lo scrittore: qui, un anno fa, acquistò da una venditrice coreana l’oggetto più prezioso della sua collezione trash, un accendino da tavolo con il fuoco che esce dalla testa di Osama Bin Laden mentre dietro si stagliano le Torri Gemelle con un aereo conficcato dentro.
«Anche Milano ha avuto un suo 11 settembre, ma in versione trash-apocalittica: ovvero, secondo la definizione di Tommaso Labranca, una emulazione fallita di un modello alto» osserva Nove.
E ricorda il 18 aprile del 2002 quando l’aereo da turismo guidato da Luigi Fasulo si schiantò sui piani alti del Pirellone. «Il presidente del Senato Pera lanciò subito l’allarme terrorismo, la città si sentì per un po’ come New York. Poi tutto fu ridimensionato. Ecco, in questo episodio tragico, colorato da un’involontaria, assurda comicità, c’è un po’ il senso e la cifra della Milano di oggi, quella in cui mi è stato dato vivere».
Vuol dire che la città è un bluff, che nel male e nel bene è tutto un voglio ma non posso?
«Prima di rispondere, vorrei fare alcune premesse. La prima, espressa dal titolo del libro, Milano non è Milano».
Che vuol dire?
«Che intanto è un cantiere perenne, in perenne cambiamento: il Duomo è sempre impacchettato come fosse un'opera di Christo; piazza Cordusio oggi è già un'altra cosa da quella che avevo descritto appena 4 anni fa in Amore mio infinito; è una città caratterizzata dai non luoghi, le metropolitane appunto, i centri commerciali, le periferie.
Da quando sono nato, ho sempre avuto la sensazione di essere arrivato in ritardo. Entrai alle superiori quando già il vento della protesta si era spento; lo stesso all’università. E la Milano in cui arrivai non era già più la Milano da bere, quella dell’edonismo craxiano degli anni 80, dei megaraduni al Palatrussardi, delle feste degli stilisti, del divertimento. Ho fatto a tempo a vedere qualcosa di Mani Pulite, sono andato a guardare Brosio che faceva i collegamenti davanti al Palazzo di giustizia».
Quindi, la Milano di Aldo Nove è stata la Milano berlusconiana.
«Sì, e lo slogan non era più divertiamoci, ma arricchiamoci. Però era una ricchezza da non condividere, ciascuno a godere la propria, magari nella villa recintata in Sardegna. Con questo si ribadiva una carenza assoluta di Milano, la mancanza di una dimensione sociale della creatività.
La Milano di allora creò molte aspettative e la gente arrivava in cerca di lavoro, dalle occupazioni più umili ai lavori creativi, intellettuali. Oggi, i lavori più umili li fanno gli extracomunitari e a prezzi di concorrenza. Tira un’aria di hard discount, perfino nella prostituzione: seguo attentamente tutti gli annunci, offrono massaggi completi a 25 euro. Per i lavori intellettuali, il discorso è più complesso: di cose da fare ce ne sono, basta non pensare a ricavarne uno stipendio. Milano oggi è diventata una città di stagisti, di collaboratori. Dove gli affitti sono regolarmente superiori ai compensi. In generale, in questi dieci anni a Milano il lavoro è svanito, è evaporato.»
Ma a lei, Milano cosa ha dato?
«Un ritmo accelerato, l’impressione di stare in mezzo a qualcosa di mobile, di energico, il sentirsi in mezzo a tanta gente e insieme di essere isolato. Non l’ho mai vissuta come la mia città».
Lo stesso per Edoardo Dezani, che domani torna a Milano, cosa gli dirà?
«Non ci vedremo, ormai lui viene una volta al mese (e si augura continui così) a sbrigare un po' di cose, e poi torna subito ad Asti. Resta ai margini, odia la metropolitana, passa una giornata in riva a Ripamonti, e gli fa pure piacere, ma perché sa già che verso sera ripartirà».
[dal 'Corriere della Sera']