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Letteratura extraletteraria: il caso Battisti-Panella
 Fuori dalla pubblicazione di libri: di romanzi, di poesie, di racconti, di reportage - infine, di etichette, di generi consolidati, di forme cristallizzate. L'esperienza della scrittura esorbita, ruota attorno a nuclei vuoti, si raddensa in significanti e significati soltanto occasionalmente, ma è anzitutto sostanza del ritmo (cioè: ciò che il ritmo ritma), forma inconoscibile, pack ineffabile su cui l'artista scivola. Quest'ultima immagine, che fa perno sul gelo e sul bianco e sulla carenza di ossigeno, definisce come letteraria la scrittura e l'esecuzione avocale dell'ultima produzione di Lucio Battisti (da Don Giovanni a Hegel), condivisa con il poeta Pasquale Panella, alla ricerca di un canto fuori del canto - probabilmente, l'eredità più evidente del lavoro sottotraccia compiuto fino a qualche anno prima da Demetrio Stratos, l'approdo all'ultravoce. Un'esperienza che è algida finché non si entra in empatia con il calor bianco sprigionato dalla voce di Battisti, da quel monocorde e buddhistico mormorio indistinto di mantra laici, da quelle variazioni che, per eccessiva ricchezza linguistica, respingono in uno spazio psichico interno al linguaggio eppure alinguistico. Pubblico, per celebrare questa incredibile esperienza di letteratura extraletteraria, un testo di Igino Domanin, Battisti Reload, e un'intervista a Pasquale Panella.
BATTISTI RELOAD di Igino Domanin
L'agonia e la morte del divo invisibile, dell'arcidemiurgo della canzonetta, dell'intangibile Lucio Battisti, gettò nello sgomento un popolo intero.
Il 9 settembre 1998, nel bel mezzo della rovinosa crisi economica del rublo, sparì dal nostro pianeta la forma antropica di Lucio Battisti. Dopo pochi minuti Enrico Vaime cominciò una lunghissima e funebre diretta radiofonica, una potente e immediata celebrazione spettrale dell'evanescente spirito di Battisti. Improvvisamente, tutti si accorsero di come la loro vita era stata cambiata dall'audizione dei microsochi su cui era tracciato il dettato canoro del genio di Poggio Bustone. Cominciarono i tentativi fallaci di elaborazione del lutto da parte dei milioni di fans. Lucio era già sparito da decenni. Solo poche foto. Poche traccie della presenza fisica di Battisti. I suoi ritratti recenti erano distanti dal portamento fricchettone e baldanzoso del Battisti campione dell'Hit Parade anni settanta. Era sparito dalle televisioni italiane da più di venti anni.
Aveva cambiato stile musicale. Aveva rotto con Mogol. Aveva intrapreso una strada siderale e refrattaria ai gusti del pubblico. Stava scrivendo una pagina essenziale dello sviluppo della musica pop. In molti non l'avevano capito. Boncompagni accusava Panella di aver corrotto il genio melodico di Battisti. Panella insultò Boncompagni sulle pagine del Corriere. Adesso, dopo sei anni, appare chiaro che l'ultimo Battisti fu il battitore della strada che conduce all'avvenire del Sound. La sua ultima incisione, dal titolo enigmatico Il Gabbianone, per molti versi l'epitome della sua arte, recita nel primo verso di Panella: "Scassinarmi da me...." Il percorso ascetico dell'artista Battisti perviene all'autoassolvimento dai ogni soggezione nei confronti del narcisimo dell'Io. Battisti ha distrutto Battisti. Per rendere libera l'affermazione pura del Suono. Attraverso una divaricazione irresistibile e melodica di suono e significato.
INTERVISTA A PASQUALE PANELLA di Gianfranco Salvatore
Come iniziò e come finì tra lei e Battisti?
Per quel che mi riguarda inizia come finisce, cioè forzatamente.
Parliamoci chiaro: parlando di canzoni io non sono affatto adeguato.
Per me scrivere le canzoni è come fare le rapine. Cè
un mondo abbastanza imbecille da farsi uscire i soldi dalle tasche,
senza nemmeno dover andar lì a mano armata. Io che nella
vita non ho fatto altro che pensare a scrivere, anzi non ho fatto
altro che non pensare a scrivere, so che basta appoggiare la mano
sui tasti della macchina da scrivere, come si fa su quelli di
un pianoforte, e fai uscire quattro parole. Ma se ciò non
è preceduto da una continua elaborazione della scrittura
precedente, non esiste scrivere. A me della canzone non me ne
è mai importato nulla. Mi sono avvicinato alla canzone
giusto per ascoltare quattro dischi, quelli che facevo, magari
nemmeno a casa ma in in studio di registrazione, mentre si elaborava.
Oggi sono molto annoiato, perfino dallascolto di me stesso.
Già a quel tempo, per me, scrivere era scrivere al di là
di una destinazione, era scrivere in prosa. Capitavano queste
occasioni abbastanza lucrose, e quindi lo facevo. Pur senza competenza
di quello che la produzione musicale italiana è o non è,
mi è sempre parsa unattività abbastanza cretina.
Mi vergognavo un pochino che il mio nome apparisse, usavo pseudonimi,
poi sfuggiva perché il mondo della musica leggera è
molto ciarliero. Ma è stato per me un mondo anche molto
affabile, gentile, affettuoso.
Anche i cantanti sono dunque un po angeli, come i parrucchieri.
Dicendo i cantanti libero queste creature di tutte
le scaglie imprenditoriali che le ricoprono. Quando diventano
imprenditori sono invece abbastanza ributtanti. Ma è bello
vedere un cantante che, nellesercizio delle sue funzioni,
risolve dei passaggi, trova il suo momento di voce.
Mentre registrava a Londra i dischi delle canzoni scritte con
lei, spesso Battisti le telefonava. Cosa le chiedeva?
Più che chiedere mi faceva ascoltare delle cose.
Le chiedeva modifiche ai suoi testi?
No, a volte capitava che gli proponessi dei tagli. Io preferivo
abbondare, però lo avvertivo: fa na cosa, vedi
tu quello che più ti occorre. A volte capitava non che
fossero tagliati di botto, ma che alcune parti fossero restituite
frammentariamente.
Con Mogol, Battisti preferiva modificare la propria melodia
piuttosto che intervenire sulla lunghezza o sulla metrica dei
versi. Faceva così anche con i suoi testi?
Come no, sempre. Salvo in casi rari, quando io stesso gli proponevo
delle varianti, delle frammentazioni. Battisti lavorava moltissimo
sulla melodia.
Si dice che lei e Battisti vi sentivate al telefono ogni giorno.
Anche più di una volta al giorno.
E cosa vi dicevate?
Di tutto, qualche volta era anche finalizzato alle canzoni. Poi
a volte anche le chiacchiere potevano essere utili.
Sembravate avere in comune una vocazione scientifica. Lucio
Battisti sapeva riparare tutti gli oggetti meccanici, lei li metteva
in versi.
Scrivere significa avere tutte le vocazioni, e dibattersi perfino
nella sconoscenza.
Ma perché ci sono tutte quelle macchine, e tutte quelle
macchinazioni, nei suoi testi scritti per Battisti?
Perché se fossi vissuto in altri tempi avrei parlato di
cose occorrenti nel passato. La canzone in fondo è molto
legata a tutto questo che si muove, vive un po di questa
sua prima ambizione che è il movimento. Ecco perché
nelle canzoni si vola sempre, il primo referente dinamico e primordiale
è quello, e nella canzone generalmente è teorico.
Come in Freud, è lanelito del mancante. Se uno parla
del volo o è perché vive tutti i giorni su un aereo,
o è perché si sta frustrando. Non è che io
perda tutta la notte per dire solo io volo, come scrissi
in un pezzo. Perché più astutamente osservavo la
frustrazione che a loro veniva, cantanti e autori, mettendo il
volo dovunque. La canzone è ingenua, una da poco arrivata,
una parvenue. Anche questo sposalizio di interessi tra
la parola e la musica
parola e musica non hanno niente a
che vedere tra di loro, la canzone esiste per puro amore dellorrido.
Le più sopportabili sono le canzoni di tipo comportamentale,
dove la musica è solo unenfatizzazione dei toni espressivi.
Quelle dove ad una splendida musica corrisponde una splendida
falsità testuale sono le migliori, le canzoni stupide-belle,
dove linteresse dellascoltatore è lo stesso
per il quale si sposarono parole e musica, perché per accoppiare
insieme le due cose ce ne vuole, di sforzo. Oggi è un interesse
potentissimamente commerciale, oggi per unire musica e parole
a volte si devono mettere assieme due colossi industriali. La
prima cosa che si chiede è se uno ci ha le edizioni. Poi
la canzone cerca sempre di creare la castità, sembra sempre
che uno produca la canzone di nuovo, la novia, la sposa, la nuova.
Dopo la vostra prima collaborazione, quella di Don Giovanni,
lei non scrisse più testi sulle melodie di Battisti, ma
fu lui a musicare i suoi testi. Perché invertiste il metodo?
Invertire il metodo è stata una mia richiesta, perché
in Don Giovanni la presunzione di canzone era ancora forte. A
me piaceva stabilire un diritto di prima notte, che una canzone
uscisse già fatta, che uno se la fosse già fatta,
in tutti i sensi, o signora, coi suoi difetti. Tutti quelli che
ascoltano canzoni sono puritani, mormoni, una cosa tremenda. La
canzone è piena di piccoli ma ferrei codici, molto morali.
La canzone è il tentativo di darsi una morale. Altri si
danno una calmata, questi una morale. Perciò la canzone
esiste sempre, e tutti i governi in fondo la tollerano, ed essa
ha con loro traffici illeciti. Una volta degli amici facevano
una festa con le canzoni di Dylan, era venti o trentanni
fa. Chiedo: ma che dice questo? Andai a guardare, e mi sembrò
un chierichetto. Noi italiani siamo abbastanza svezzati, gente
come napoletani e romani, gente che circonda il Vaticano: quelli
di Dylan mi sembrarono testi di uno scadente spiritualismo. Nessuno
era daccordo, tutti credevano che fossero gran cose. Solo
dopo trentanni, andandolo a rileggere, se ne rendono conto,
forse perché lo hanno visto piegarsi davanti al papa. Sembravano
canzoni di grande assalto, ma non era vero: canzoni mormoni, piegate,
molto moraleggianti.
Ma cosa vi dicevate al telefono, lei e Battisti? Parlavate
del vostro lavoro, o di cosaltro?
Allora parlavo un po così come adesso: per me parlare
significa monologare.
Ma vi vedevate?
A volte ci trovavamo insieme, e cera anche allora quella
Voglio dire, quando la stampa lamentava la sua sparizione, era
lei che la creava. La sparizione di Battisti era una comoda notizia
da scrivere seduti. Ma in fondo io apprezzo il giornalismo. E
vero, non siamo più ai tempi doro, non dico di Truman
Capote, ma del giornalismo iniziale, quello mosso, presente, di
ricerca, nel senso proprio del cercare. Tutti sono notizia, sotto
una certa specie. Ad esempio la bellezza, o lo scatenamento del
desiderio da parte di un personaggio molto bello, è notizia;
finché non arriverà alla decadenza, quando la notizia
sarà quella, la notizia della decadenza.
Lei tace le relazioni, non parla mai di sentimenti. Lei lo
ha amato, quel Battisti? Ricordo la violenza con cui scrisse a
Boncompagni dopo una sua battuta infelice in televisione, allindomani
della scomparsa del musicista.
Io me la son presa perché ci aveva messo dentro anche me,
me fisicamente. I testi sono come i quarti di bue, se uno non
vuole non li produce. A me risultano più approssimative
e più antipatiche le critiche benevole, perché non
dicono niente di vero. Poiché lastio, il livore,
è molto più lucido. Ricordo certe scivolate di Luzzato
Fegiz o di Zampa, che mi attaccavano: quando mi incontravano mostravano
unopinione di me molto più alta. Quello che dite
è tutto vero, mancava solo la firma, perché non
ci stava scritto Roland Barthes. Se si scrive Panella persegue
un progetto di insensatezza, ed è firmato Roland
Barthes anziché Fegiz, è questo che fa la differenza.
Detto da Fegiz vorrebbe essere un astioso insulso
volevo
dire insulto (ma detto da me va benissimo). Quando i benefattori
sparano qualche complimento, chi se ne importa.
Battisti rivelò un giorno a un amico una specie di metodo
per valutare quello che lei scriveva: I testi di Panella,
se non li capisco vuol dire che sono giusti.
Qualche testo sempre mi rimaneva fuori
Sì, vabbè,
ma era quello che chiedevo io, avrebbe fatto una brutta figura
a dire ho capito tutto, peggio che dire io sono
ignorante. Si sbaglia a mettere queste faccende sul piano
della comprensione delle cose. Si dovrebbe piuttosto rimanere
incantati di fronte a questo oggetto dal quale esce la musica.
Non capiscono nemmeno perché un disco messo in un posto
suona, poi vogliono capire cosè la musica? Mi sembra
troppo. Tra un uomo e una donna, non sia mai che uno debba dire
allaltro: fàmmiti sempre capire. Mi sembra
molto offensivo. E poi si parla di sentimento. Riconoscano prima
che il sentimento è una falsa sovrastruttura, e allora
poi parliamo di capire.
Quando lei e Battisti facevate assieme una canzone, cercavate
la stessa cosa?
No, non credo. Io non so neppure cosa cercassi. Non è
nemmeno che non cercassi niente. Mi trovavo quelle frasi davanti,
oggi sarebbero probabilmente diverse. Ma non per ragioni strutturali
o formali, perché le canzoni che vengono un giorno non
vengono un altro.
Per un Battisti che non scriveva più secondo la logica
della strofa e del ritornello, le melodie erano diventate unoperazione
di dispendio. Come la parola per lei. Unaltra affinità
fra voi due?
Io non scrivevo ritornelli, ma un percorso obbligato, nel quale
cerano però dei moduli tornanti. Ma quelle canzoni
nellinsieme sono dei ritornelli.
Ma sono anche come i quarti di bue, come lei stesso diceva
prima. Il pubblico compra le canzoni per mangiarle.
No, il pubblico mangia tutto, è quasi una discarica, riceve
i testi di tutto. Se uno pensa a quello che è lelaborazione
della canzone... Prendiamo un giovane autore o cantante, giovane
per offenderlo. Vive la sua vita giovanile, tutta fatta di speranze,
pulsioni compositive, aspettative, e la sua dotazione è
circa venticinque canzoni. Sono le canzoni migliori della sua
vita. A un certo punto cè questo ragazzo che sincontra
con altri ragazzi, produttori, discografici, e da questo gran
corpo bovino o suino ricavano qualcosa come una cistifellea, nella
quale gli antichi credevano ci fosse lanima. Una cosa assottigliata,
strofa-strofa-inciso, la cistifellea: qualcosa che normalmente
si butta. E la buttano, infatti, in pasto al pubblico. Non mi
pare che il pubblico riceva il meglio. Di tutto il corpo, bovino
o suino che sia, di una vita rivolta alla canzone, ricevono qualcosa
che veramente è stato sterilizzato da quel corpo. Lo ricevono
nei termini di una operazione discografica, si dice
così, no? Questo tampone pieno dalcol snaturato.
Quello che arriva. La canzone è qualcosa di molto levigato,
prosciugato, tagliato e ritagliato, una cosina così. Ma
nego che ci sia unaffinità tra musica e testi, che
ci sia stata o che ci sarà. E un matrimonio di interessi.
La parola non ha niente da condividere con la musica, né
la musica con le parole. Esiste un luogo comodo, che è
la canzone, con cui oggi la gente ritiene di aver assolto il compito
del consumo culturale. Una cosa composta, molto calata nel ruolo.
Si fanno seminari, ne parlano sul serio: questa è la più
grande offesa portata alla canzone. La canzone non va discussa,
perché è fuori da ogni discussione. Sennò
perde la sua caratteristica di figlia degenere di un matrimonio
dinteresse, ma bella, leggera, idiota. Perde quello che
veramente dovrebbe essere: inafferrabile. Non conoscendo e non
amando la canzone, le ho restituito quello che dovrebbe essere:
linafferrabilità. Se chiediamo a un amante della
canzone del passato cosa vuol dire Vola, colomba bianca
vola, diglielo tu che tornerà, lui non lo sa. Con
la canzone si entra in scemenza, uno esce dalla priorità
del tutto. Entra in scemenza, nellavulsione dal tutto. Ma
da anni vien fuori che bisogna essere problematici, che bisogna
farne un problema.
Stiamo scrivendo lennesimo libro su Battisti, nelleterna
speranza che sia quello vero. Lei trova sbagliato che in un libro
si racconti la vita di una persona?
Sì. La vita di una persona coincide con la vita di chi
lascolta, quella persona lì. Poiché esiste
uno standard esistenziale: anche se gli ascoltatori di canzoni
sono tanti, mediamente parlando, la canzone è la soddisfazione
della zona mediana: le apprensioni, le aspettative, i medi desideri
e le medie voluttà del medio. E tutto medio. Non
esiste una canzone di tipo tirannico, o criminale. E tutto
mezzo e mezzo. Un po autoritario, ma un po. Un po
vittima, un po no. Se uno dovesse ricostruire i rapporti
umani dalle canzoni, non ne verrebbe fuori quasi nulla. E
un mondo molle, perché è un mondo medio. E
un mondo di quella vita lì, che non prende posizione né
per un verso né per un altro. Non dà colpi né
al cerchio né alla botte: accenna. Alla canzone non è
chiesto di dire, ma solo di apparire. Ecco perché Lapparenza.
E un po un miracolo, ne ha tutte le caratteristiche,
salvo che non la fa troppo lunga, perché dura tre minuti,
se ne capisce lorigine, perché cè di
mezzo un oggetto. A differenza di Fatima può vendere anche
qualche milione di copie nel mondo, ma almeno non è così
invasivamente ecclesiale. La sua capacità invasiva è
epidemica, ma sempre meno di quellaltra. Di vantaggioso
ha che dura meno: la si può riascoltare, ma la sua durata
resta sempre quella. Da ragazzi si comprava un 45 giri, e il primo
giorno lo si metteva cento volte di seguito. Ma non è che
facendo così moltiplicassero i tempi: non riuscivano a
capirne il miracolo, per cui lo ripetevano. La canzone è
amabile perché finisce, presto.
E la vita di chi scrive canzoni?
Della vita, che dire? Sono vite normali. Uno si sveglia dopo essere
andato a letto il giorno prima, fa colazione. E vive come chiunque.
Io poi son poco attendibile. Poco mi ci trovo nei panni di chi
vive di ricordi, io so parlare solo di me, che vuole che dica
di un altro? Si può dire di Alfred Jarry, che col revolver
sparava ai bagarozzi, e li stecchiva pure. Ma son passati più
di cento anni. Ho letto di Graham Greene che era uno scrittore
mediocre perché parlava di persone. Obiettivamente è
uno scrittore medio. Un bravo scrittore, scrittore-scrittore,
di quelli veri, scrittore di professione, non certamente di vocazione.
Si interessava delle persone perché di meglio non sapeva
fare. Interessarsi alle vite è una noia, perché
le vite sono noiose.
Ma insomma, questo Lucio Battisti. Nessun dettaglio da ricordare?
Sono io che non mi trovo nelle parti di uno che ricorda, non sono
un memorialista, affettivamente parlando.
Un rapporto, dei sentimenti?
Io di natura non sono portato molto alla condivisione di nulla.
Penso a me, penso di me, non vedo perché debba penare trapassandomi
negli altri. Il fatto di mettere insieme queste due cose, la musica
e le parole, questa compenetrazione in realtà è
perfino un superamento, una sospensione dellamicizia. Non
vedo perché uno debba impegnarsi, dopo aver fatto qualcosa
del genere, che è perfino un po immorale, come qualsiasi
fondazione di una moralità: limmoralità dellestetica
è nel farle, le cose, non nellaverle fatte. Partecipare
di questa immoralità, come commettere una rapina insieme,
è più dellamicizia. Mi viene in mente Genet,
che non aveva amici, ma che perciò aveva ancora qualcosa
di più potente, con i suoi complici. Dellamicizia
non me ne importa nulla, anzi la detesto un pochino. Non la capisco.
Si è mai mosso di casa per incontrare Battisti?
Ho frequentato solo la sua casa romana, si figuri se io mi muovo,
certo non per andare a parlare di canzoni. Si parla meglio al
telefono.
Anche per comporre testi di canzoni?
Ci sono stati vari modi. Allinizio, dettandoglieli. Poi
i fax, poi ancora la prima Internet.
Battisti le ha mai fatto proposte di modifica, sui testi? Voglio
dire: non sulle metriche, ma sui contenuti?
Il problema sarebbe stato capire quali erano, i contenuti
Perché? Vuol dire che Battisti non li capiva?
In fondo questa cosa fu risolta prestissimo. La cosa che dissi
subito, e che subito lo persuase
Diciamo che probabilmente
io gliene ho parlato come ne ho parlato con lei, sulla canzone
come apparizione, sulla sua volatilità, la peste da una
parte e il miracolo dallaltro.
Dunque lui accettò subito questa sua posizione?
Immediatamente.
Lei è elusivo, nei suoi testi come nel racconto della
vita.
Ogni vita a raccontarla è assolutamente insulsa, salvo
che tu non lo faccia da giornalista, detto nel senso bello. I
fatti accaduti esistono solo in alcune pagine di questi giornalisti
qui, parlo di gente come Hemingway. Ma uno notevole sotto il profilo
esistenziale è Enzo Carella, perché non avendo vissuto
imprenditorialmente la vita che fa, vive una vita senza risorse,
che io ricordo e tengo presente come tutti gli altri. Ho un certo
affetto per il giornalismo, specialmente per il cattivo giornalismo,
che è ingenuo, perché è avventizio. Come
quando cominciarono a dire: è la loro fine, non vendono
più, eccetera. Per qualche motivo i discografici, vuoi
perché macinano musica, vuoi perché sono commercialmente
aggiornati, le garantisco che afferrano le cose molto più
dei giornalisti avventizi. Capirono subito che dietro quella cosa
cera un evento commerciale, come si dice nel loro lessico.
E quando leggevano quelle cose, le previsioni giornalistiche su
quel cantante che consideravano finito, i discografici ridevano.
Levento è stato talmente produttivo dal punto di
vista promozionale - tanto che noi oggi ne stiamo parlando - perché
le vendite superarono le previsioni e ci fu pure un richiamo di
vendita del suo passato, di tipo vendicativo. Senza che lavessi
fatto volontariamente, io partecipai di unottima operazione
commerciale. Ecco perché andava bene tutto. Lelemento
di novità attira le attenzioni, e la novità erano
quelle parole lì.
Perché finì?
Perché mi stancai. Mi pareva che cinque dischi fossero
già troppi. Si stava diventando troppo produttivi e continui.
Io non amo molto la continuità. Se mi dessero un miliardo
per posare nudo lo accetterei, perché mi metterebbe a rischio
e non me ne importerebbe nulla. Perfino Fegiz cominciava a parlarne
bene, si diventava consueti. Alcune cose io non le ho neanche
firmate, perché non volevo diventare un miserabile mito
della musica leggera, come dire: non cè altro, ti
devi accontentare. Diventare qualcosa in mancanza di tutto.
Mai pentito?
Assolutamente no. Anzi, in generale mi sto allontanando sempre
più dalla canzone. Ne faccio sempre meno, e cerco di farle
nella maniera più stupida possibile. Ma la cosa non era
riconducibile a un episodio.
Lui come la prese?
Credo non bene. Ogni disco finito io dicevo vabbè, abbiamo
fatto, ci possiamo dire appagati. Ma lui parlava subito del prossimo.
Da parte mia era sempre più evidente questo blando scostamento
dalla canzone. Da quella in particolare, perché stava diventando
consueta, stava prendendo piede, come si dice. La mia scrittura
per canzone è scrittura applicata alla canzone. Per me
la canzone non è il riferimento assoluto, ma nemmeno relativo.
Di quel passo avremmo fatto un disco ogni due anni per sempre.
Era tutto così ripetitivo. Due anni e tutto si ripeteva,
solite solfe, solito balletto, tutte finzioni da parte di tutti,
il pubblico finto. Per me quelle cose, a voler esagerare, avrebbero
dovuto vendere quindicimila copie. Il discorso più interessante
è proprio questo: lincidenza di queste cose nelle
faccende discografiche, negli interessi del pubblico. La vita
è bella quando te limmagini, perché se sei
bravo riesci a veder quello che non puoi vedere. Cosa vuole che
mimporti mettere a nudo una vita normale? Non importa nemmeno
a quello che lha vissuta. Le vite taciute è meglio
che lo restino. Le vite di cui non si conoscono grandi espressioni,
grandi barbagli, grandi abbacinamenti e grandi scivolate, grandi
uppercut e grandi record (della vita, non della musica leggera,
che qualsiasi imbecille è in grado di apportare) vanno
taciute, perché quelle grandi espressioni non furono espresse
proprio per non essere raccontate. Chi si esprime in maniera notevole
vuole essere raccontato in maniera notevole. Vite così
sono esistite, vite che volevano essere raccontate. Gente che,
sapendo di vivere in pubblio, viveva in pubblico godendo, e pagandolo.
Questo li pone di fronte alla violenta scelta di essere quasi
per sempre. Ci fanno pure i film, su Ciaikovskij, su Oscar Wilde:
gente talmente densa di racconto che questo racconto gli usciva
dai pori. Laltra gente ascolta le canzoni, e ascoltare le
canzoni significa farle. Non esiste un autore di canzoni che non
sia stato pubbblico della canzone. Chi fa canzoni è un
ascoltatore, e lo sarà per sempre. Io non ho mai ascoltato
canzoni, ho scritto in assenza di suono, come Beethoven. Ecco
perché ho scritto prima di ascoltare la canzone, perché
io non la sento. O si vivono vite notevoli, o si ascoltano (si
fanno) le canzoni.
Io sono elusivo perché son sordo.
E detesta gli aneddoti.
Alcuni fatterelli è bene che non si conoscano mai, perché
se la normalità vuol esser taciuta, è bene che sia
taciuta. Molte vite possono essere ricostruite sulle opere. E
tutto lì. Esiste unesposizione sfrontata, impavida
di sé, che può essere ricostruita come vita.
Mi vien da pensare che quella pretesa di Battisti, che diceva
di non essere più interessato a comunicare, forse glielaveva
suggerita lei.
La canzone non è necessaria, per cui nessuno può
dire di trovarsi scomodo in quei panni. Non è sartoriale.
La più concreta analogia è quella con il miracolo:
pura visione, puro nulla, però colorato. Non puoi infilare
le braccia in una nuvola. Durano forse uguale, la canzone e il
miracolo: per un miracolo un tempo di quattro minuti è
sufficiente. La noia, lusura, la sopravvivenza di una chiesa
su quel miracolo sono molto più durature. La canzone è
più astenuta: certo, sono un miracolo, ma non stiamo a
far tante chiacchiere, tanto poi ne apparirà un altro.
Son miracoli stagionali.
E poi?
Le canzoni sono vapori. La canzone dice: io sono un po falsa.
Ma il fatto che lo dica è grande. Sono un po falsa,
cioè sono un miracolo: un abbaglio nel quale puoi vedere
delle cose, puoi vedere lamore, cioè un abbandono
cantabile, una cosa falsa. Ad esempio, io ho giocato a lungo come
centravanti nella Roma, allenato da Zeman.
Davvero?
No, in teoria.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 7 Settembre 2004
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