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Paul Auster: su 'La notte dell'oracolo'
di Antonio Monda
Il dodicesimo romanzo di Paul Auster ha un titolo che allude alla mitologia greca, ma è ambientato in una Brooklyn familiare al mondo creativo dell'autore, ed ha per protagonisti personaggi tipici del quartiere al di là del ponte, che ricorda orgogliosamente il tempo in cui era una città che sfidava per importanza New York. La notte dell'oracolo, in uscita in Italia presso Einaudi (pagg. 224 euro 16,50), ha il tono febbrile e sottilmente allucinato del recente Libro delle illusioni, e la dolente carnalità dei personaggi dei migliori romanzi dell'autore, ma ciò che ne caratterizza l'evoluzione narrativa e ne costituisce il fascino principale, è il senso di incanto che Auster prova ancora una volta per il mistero che alligna in una realtà quotidiana riscattata dalla solidarietà e dalla pietà.
Il racconto procede per immagini forti, evidentemente cinematografiche, e se alcune atmosfere ricordano quelle di Smoke, l'ingresso improvviso di elementi apparentemente incomprensibili riportano alla mente i misteri di Lulu on the bridge. Il protagonista del romanzo è un giovane scrittore di nome Sidney Orr, che dopo essersi ripreso miracolosamente da una gravissima malattia acquista in una cartoleria di Cobble Hill un taccuino azzurro che gli fa ritornare la voglia di scrivere, ma nello stesso tempo lo allontana dalla presa di coscienza sui valori più intimi ed importanti dell'esistenza.
Lo scrittore comincia ad elaborare un romanzo ed una sceneggiatura cinematografica, e scopre gradualmente che quello che scrive assume una dimensione profetica rispetto alla sua stessa vita. "Sin dai tempi degli antichi greci la profezia è stata considerata un dono tragico" spiega lo scrittore nel brownstone in cui vive a pochi isolati dai luoghi del romanzo, "ma credo che questo rappresenti soltanto un elemento della vicenda che ho voluto raccontare. La notte dell'oracolo è prima di ogni altra cosa una storia d'amore tra un giovane scrittore in crisi ed una donna che lo accompagna attraverso un itinerario etico e sentimentale che si rivela pieno di sorprese ed irto di difficoltà.
Il protagonista è uno scrittore: è difficile non chiederle quanto ci sia di autobiografico nel romanzo.
"Molto meno di quanto possa immaginare. Almeno a livello consapevole. Mi è capitato in passato di realizzare dei libri con dei riferimenti più o meno evidenti a qualcosa che ho vissuto in prima persona, ma in questo caso lo sforzo è stato tutto nella direzione dell'immaginazione e dell'invenzione".
Tuttavia ci sono degli elementi che sembrano molto eloquenti: nel 1982, anno in cui è ambientata la storia, il protagonista è uno scrittore trentenne che non ha ancora raggiunto il successo, ed ha un mentore di nome John Trause, che invece è un famoso scrittore di cinquantasei anni: si tratta dell'età che lei aveva all'epoca e quella che ha oggi.
"Questo è un dato che non posso negare, ma al quale non ho attribuito molta importanza: si tratta principalmente di uno strumento che mi ha aiutato ad avere dei precisi riferimenti anagrafici e psicologici. Posso aggiungerle anche che ho scelto il 1982 perché ha avuto per me una importanza particolare: è l'anno in cui mi sono sposato, è stato pubblicato il mio primo libro di narrativa e la mia antologia di poeti francesi. Fu il momento in cui passai dall'oscurità ad un po' di popolarità e cominciai a chiedermi se stavo cambiando anche come uomo. Ma nego con forza che Orr sia un autoritratto del sottoscritto trentenne come Trause una mia versione odierna: sono entrambi molto diversi da me anche come scrittori, sia sul piano dello stile che del metodo di lavoro".
Come è nata l'idea del libro?
"Ha una storia molto lunga, che parte proprio dal 1982. L'idea di un taccuino incantato, con delle virtù oracolari, è già in un racconto che avevo abbozzato in quel periodo. Avevo scritto una ventina di pagine che poi ho messo da parte per dedicarmi ad altri progetti. Otto anni dopo mi arrivò una bellissima lettera da Wim Wenders, il quale mi chiese di collaborare ad un film. Diventammo immediatamente amici, e quando mi propose una variazione del Mistero del Falco scrissi una scaletta, ma poi, come succede spesso nel cinema, i finanziamenti saltarono ed il progetto venne accantonato. Eravamo in una fase iniziale, al punto che non avevo neanche battuto a macchina la scaletta, ma ero rimasto sedotto da quello spunto, e dall'idea di lavorare partendo da un materiale preesistente. Passarono altri otto anni, e dopo Timbuktu decisi di riprendere in mano i miei appunti. Sentivo che poteva esserci qualcosa che legava le due storie, ma non sapevo ancora che strada prendere, e mi ritrovai ancora una volta con una ventina di pagine che mi intrigavano ma che non riuscivano a prendere forma. Soltanto dopo Il libro delle illusioni sono riuscito ad elaborare l'intuizione iniziale, trasformando l'idea della variazione sul Mistero del Falco nel libro scritto dal protagonista".
Elmore Leonard mi ha raccontato recentemente che considera Hammett uno scrittore sopravvalutato.
"Lo è certamente sul piano dello stile, che non è mai appassionante, e non è lontanamente paragonabile a quello di Raymond Chandler. Francamente neanch'io sono un suo fan, ma so bene che ha aperto delle strade nuove nella narrativa americana".
Cosa è rimasto nel libro di una idea sviluppata anche come possibile sceneggiatura?
"Soltanto la storia raccontata come il romanzo di Orr che ha protagonista Nick Bowen, che tuttavia ho volutamente scritto in forma abbozzata, come un progetto non ancora maturo".
Nella Notte dell'oracolo abbondano le note a piè di pagina.
"E' una tecnica narrativa che non ho usato certamente per primo, e che ho voluto sperimentare per consentire allo storia di non interrompersi, fornendo nello stesso tempo tutte le informazioni necessarie. Il libro ha la struttura da concerto da camera, con pochi personaggi ed un arco temporale limitato nello spazio di due settimane".
Lei scrive che "viviamo nel presente, ma il futuro vive dentro di noi in ogni momento"
"E' una verità persino ovvia, che tuttavia i personaggi vivono alla continua ricerca di un'armonia. Nel libro si rivisita costantemente il passato: ci sono riferimenti alle due guerre mondiali, all'omicidio Kennedy, ed anche ad elementi apparentemente misteriosi, come la guida telefonica della città di Varsavia. Il rapporto con la relatività del tempo è sviluppato anche nella sceneggiatura scritta da Orr, che è una rielaborazione della Macchina del tempo di H. G. Wells".
Ancora una volta sembra affascinato da elementi sovrannaturali...
"Che tuttavia rivelano a poco a poco una realtà perfettamente razionale. Spero di essere riuscito a creare le cadenze e la suspense di una vicenda poliziesca, ma ovviamente la soluzione del mistero appartiene alla sfera intima dei personaggi: alla loro coscienza e alla scelte morali che essi fanno".
Il libro può essere anche letto come una riflessione sull'ispirazione creativa.
"E' vero su un piano prettamente narrativo: se vogliamo seguire una strada che lascio volentieri ai critici parlerei anche di una riflessione sulle risposte che diamo alle opportunità, e su quanto si perde nel momento in cui si compie una scelta. Tuttavia continuo a pensare che il romanzo sia più di ogni altra cosa una storia d'amore".
Come la definirebbe?
"Più che una definizione, mi viene in mente una domanda: l'espressione più alta dell'amore è il perdono?"
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 6 Settembre 2004
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