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I Miserabili
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David Leavitt: su 'The Body of Jonah Boyd'
di Paolo Mastrolilli

davidleavitt.jpg«Certe volte vorrei poter pubblicare libri anonimi. Così ci sarebbe il testo e basta, senza tutto il bagaglio pesante che uno si porta dietro quando scrive».

Sembra inevitabile che una conversazione con David Leavitt cominci in questa maniera, alla presentazione del suo ultimo romanzo, The Body of Jonah Boyd. Perché il «caso Leavitt» è un romanzo in se stesso, che forse un giorno qualcuno finirà per scrivere.

Nel 1982, quando era ancora uno studente alla Yale University, aveva pubblicato il suo primo racconto sul New Yorker, che poi era anche il primo racconto apertamente gay uscito sulla rivista più prestigiosa d'America. Nel 1985, a 24 anni non ancora compiuti, lo aveva doppiato con la raccolta Ballo di famiglia, ed era subito nata una stella. I critici, i media, i pubblicitari, gli editori, sempre a caccia di qualcosa con cui attirare l'attenzione, lo avevano messo insieme a Jay McInerney e Bret Easton Ellis per inventare il minimalismo, il movimento dei ragazzi prodigio della nuova letteratura americana: giovani, ricchi, sarcastici e un po' disperati.

David aveva vinto premi e venduto un mucchio di libri, e qualche anno dopo la seconda opera, La lingua perduta delle gru, era diventata un film per la Bbc. Poi il crollo. Veloce come era arrivato il successo. Nel 1995 il poeta inglese Stephen Spender gli aveva fatto causa, accusandolo di aver plagiato la sua autobiografia World Within World per scrivere While England Sleeps. Leavitt aveva dovuto pubblicare un'edizione riveduta e corretta, ma Spender era morto prima che la disputa potesse essere risolta.

1582341885.01.LZZZZZZZAdesso David, che ha vissuto per diversi anni in Toscana, si è trasferito in Florida dove insegna all'università. E torna in libreria con The Body of Jonah Boyd, che racconta la relazione pericolosa della giovane segretaria Judith «Denny» Denham con il suo datore di lavoro, l'esimio professore di psicologia Ernest Wright, intrecciandola al rapporto quasi filiale con la moglie del proprio amante, l'isterica Nancy, e soprattutto alle follie di Jonah Boyd, celebre scrittore amico di famiglia che perdendo il manoscritto del suo capolavoro innesca tutte le sorprese della storia.

Come si fa a rinascere, dopo aver vissuto almeno due vite letterarie nel giro di quarant'anni?
«Se il riferimento è alla vicenda del plagio, si rinasce scrivendone. Ho scritto di quell'episodio, incorporandolo nel mio lavoro, e solo così ho potuto superarlo».

Dunque la scrittura è una forma di terapia?
«Esattamente».

Le viene facile come a Denny, che pensa solo di battere a macchina quando in realtà riscrive i libri del professor Wright?
«Per nulla. Scrivere è l'inferno. Come diceva qualcuno, è attraversare l'oceano mentre costruisci anche la scialuppa per navigarlo. Questo è stato il libro più difficile della mia vita: ci ho messo tre anni e mezzo a finirlo. Almeno due volte sono stato sul punto di buttare il computer dalla finestra, e ho stracciato centinaia di pagine. Però raccontare storie resta la cosa che mi piace di più. Vale tutta questa pena? Non lo so, suppongo di sì».

Come si rinviene da una sbornia di celebrità a vent'anni?
«Quel successo iniziale è stato molto positivo, perché mi ha dato una reputazione e un nome che non ho più perso. Certe volte, però, vorrei poter pubblicare i miei libri senza firma, per evitare che si portino dietro tutto il bagaglio accumulato. Mi piacerebbe che venissero letti per quello che sono, senza necessariamente paragonarli a tutto ciò che ho fatto prima».

Che fine ha fatto il minimalismo?
«Non lo so, perché non l'ho creato io e non ho scritto il suo manifesto. E' stata una moda che aveva preso piede soprattutto in Italia, ma in America non è mai esistita davvero».

Il nuovo libro non parla di omosessualità, ma di relazioni familiari. Nancy, la moglie tradita da Wright, a chi è ispirata?
«Tutte le donne nei miei libri sono ispirate a mia madre, ma Nancy è più cattiva e isterica. Io sono cresciuto in California, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando il movimento femminista stava esplodendo. Intorno a me vedevo solo donne determinate e ribelli, che sembravano sul punto di mollare tutto e fare qualcosa di selvaggio. Erano gli anni in cui Joni Mitchell cantava che non serviva un pezzo di carta del municipio per provare l'amore, e c'era un forte senso di rivolta contro il matrimonio. Oggi, invece, abbiamo le nozze tra gay all'orizzonte: è strano come cambia l'atteggiamento della gente verso certe cose, e come si rovesciano le posizioni».

Denny racconta tutta la storia in prima persona: come l'ha costruita?
«La maniera migliore per scrivere di se stessi è allontanarsi il più possibile dalla propria persona: è un esercizio che consiglio a tutti gli autori. L'ho modellata su una donna irlandese sposata ad un ricco imprenditore italiano, che incontravo tutti i Natali nel paese della Toscana dove vivevo. Erano la classica coppia dell'uomo anziano facoltoso con moglie giovane trofeo, ma lei era un tipo di moglie-trofeo inusuale. Poi ho pensato alle segretarie, che negli anni Settanta muovevano davvero il mondo, senza mai ottenere riconoscimenti e restando sempre escluse dalle famiglie a cui contribuivano così tanto».

C'è altro che ricorda dell'Italia, oltre alla signora irlandese?
«Tutto, sono rimasto molto legato. Ci torno spesso in vacanza, compresa quest'estate».

«The Body of Jonah Boyd» è ambientato nel 1969, e il figlio maggiore di Wright scappa in Canada per evitare la guerra in Vietnam. Vede qualche parallelo con l'America di oggi?
«Ero un bambino durante il Vietnam e non avevo la stessa padronanza dei particolari che ho oggi. Però sì: era una società senza speranza, intrappolata in una guerra orribile che non avrebbe mai dovuto combattere. Forse la differenza è che oggi il rigetto dell'Iraq sta avvenendo molto più in fretta, perché la situazione è peggiore e diventa sempre più brutta».

Come mai ha deciso di insegnare?
«Mi ha aiutato molto a diventare più articolato, perché devo spiegare l'artigianato della scrittura agli studenti. Quando ero ragazzo, se avessi impiegato tre anni a scrivere un libro, avrei detto che l'avevo trovato difficile: oggi credo di sapere il perché».

[da La Stampa]


Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 6 Settembre 2004

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