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Intervista con Viktor Erofeev
di Marco Dinelli
[da esamizdat]
Viktor, so che stai ultimando un romanzo che è in qualche modo legato alla figura di Stalin. Una cosa che mi ha sempre affascinato e allarmato allo stesso tempo è l’assenza di un senso di colpa storico nella coscienza russa (a differenza dell’atteggiamento dei tedeschi nei confronti del nazismo) per le decine di milioni di vittime in settant’anni di comunismo, e in particolare per gli orrori dell’epoca staliniana. Sembra che il fascino del capo carismatico di fronte al quale si prova una sorta di “timore di Dio” sia un bisogno radicato nella mentalità russa. Cosa ne pensi?
Il libro s’intitola Chorošij Stalin [Il buon Stalin],
è un romanzo, ma lo è in modo piuttosto insolito e rischioso,
perché si tratta di un romanzo con personaggi reali. Ossia
tutti i personaggi di questo romanzo sono inventati, sebbene
siano, allo stesso tempo, reali. Hanno nome e cognome. Onestamente,
non ho mai visto un romanzo del genere. Non è un romanzo autobiografico
anche se ad agire siamo fondamentalmente io e mio padre: è
Padri e figli in una interpretazione assolutamente nuova,
senza essere però legato a Turgenev né nella trama né in senso
postmoderno.
Il “buon Stalin” è praticamente mio padre, colui
che mi ha dato una buona educazione. La mia rivolta contro
questo buon Stalin rappresenta la rivolta dell’intelligencija
russa contro il potere. Come nel racconto Popugajcik
[“Il perrocchetto”, Schegge di Russia, Fanucci, Roma
2002], anche in Chorošij Stalin compaiono alcuni
stereotipi profondi della storia russa. Il libro è già scritto,
ora mi sto occupando della revisione. A marzo uscirà in Germania
e ad aprile qui in Russia. È già pronta la traduzione in tedesco,
ma dopo la mia revisione la povera Beate [Beate Raush, traduttrice
tedesca dal russo] dovrà tradurlo una seconda volta. Potrà
sembrare paradossale, ma la colpa, la responsabilità storica
e il processo allo stalinismo sono questioni che qui non vengono
affrontate. Ho tentato di far apparire Stalin come il dio
russo che ha indossato la maschera di georgiano, è vissuto
per trent’anni, e poi, nel 1953, si è tolto la maschera. Cioè
analizzo Stalin come personificazione del dio russo. Ne viene
fuori un mito e una metafisica piuttosto inediti, poiché nessuno
ha mai considerato Stalin sotto questo aspetto. Ho cercato
abbastanza a lungo questo approccio. Lo stesso è successo
quando cercavo lo stile del romanzo Russkaja krasavica
[La bella di Mosca, Rizzoli, Milano 1991] e non riuscivo a
trovarlo, ma poi, una volta trovato, tutto ha preso forma.
Insomma, è un libro sul dio russo che ha indossato, non si
sa per quale motivo (ma Dio è sempre Dio, non è possibile
chiederglielo) una maschera, si è finto un georgiano e ha
asservito la coscienza russa a tal punto che la coscienza
russa non si è ancora rimessa da questa metafora. Perciò la
coscienza russa non è in grado di giudicare il dio russo,
perché Dio non viene mai giudicato, semmai è lui a giudicare.
Con Hitler non è andata così, e non appena mi è venuta in
mente questa metafora, ho capito l’enorme differenza che esiste
fra Hitler e Stalin nelle coscienze nazionali. La seconda
cosa che ho capito è che il dio russo e la coscienza russa
si riversano l’uno nell’altra, Dio prende le fattezze del
popolo e il popolo quelle del dio russo. Perciò quale processo
si potrebbe intentare? Non solo non è possibile giudicare
Dio, ma è ancor più difficile giudicare il proprio Super-Io,
cioè Dio che si è riversato nella coscienza russa. Ecco, in
sostanza, ciò di cui parla il libro, e padre e figlio vivono
sotto il sole di questo dio, sotto un sole molto vicino, perché
in questo libro, come del resto anche nella vita reale, Stalin
praticamente si innamora di mio padre. Qui si delinea il tema
dell’innamoramento, e anche questa è una mossa assolutamente
inaspettata. Noi conosciamo lo Stalin adirato, trionfante,
vincente, il generalissimo, ma non conosciamo lo Stalin innamorato.
E qui si innamora di un giovane che gli fa da interprete,
che conosce nel suo studio; al primo incontro lo fa talmente
ridere che ne serberà a lungo il ricordo. E forse proprio
l’incontro con questo giovane lo costringe per la prima volta
a pensare alla necessità di sostituire i vecchi che erano
al suo servizio e di assumere bei giovani come mio padre.
Nel libro si avverte il contrasto fra la realtà storica e
la realtà metaforica propria del romanzo. Ed è qui che si
annida il pericolo maggiore: lasciarsi prendere la mano dai
simboli, perché allora verrebbe fuori una roba alla Tarkovskij,
che io non sopporto. Tuttavia voglio conservare l’elemento
mitologico, tenendomi allo stesso livello di profondità della
coscienza joyciana, anche se Joyce non c’entra niente. Insomma,
è un romanzo in cui ho tentato di unire cose che di solito
sono legate fra loro in modo piuttosto incerto. È venuto fuori
un romanzo abbastanza lungo, 400 pagine finora, forse lo accorcerò
un poco per raggiungere la trasparenza necessaria. Ed è scritto
in maniera piuttosto inusuale, per me. Per la prima volta
nella mia vita ho scritto un romanzo descrittivo. In fondo,
è una vecchia tecnica del XIX secolo, ma questa tecnica è
riempita con contenuti ultramoderni. Perciò grazie al contrasto
fra la forma e il contenuto, il romanzo è sottoposto a una
tremenda pressione interna, una sorta di compressione. Sebbene
oggi i romanzi descrittivi vengano letti come qualcosa che
appartiene al passato, mi sono voluto mettere alla prova lavorando
in questo modo.
Tu sei forse il più impegnato fra gli scrittori russi contemporanei:
basti pensare alla lettera che hai inviato al presidente Putin
per esprimere la tua protesta contro le persecuzioni che gli
scrittori russi hanno subito in questi ultimi tempi. Quando
è uscito il tuo libro Enciklopedija russkoj duši
[Enciclopedia dell’anima russa], abbiamo parlato insieme della
possibilità di un cambiamento della società russa, che potrebbe
avvenire solo nel caso in cui la collettività prendesse coscienza
dei propri mali e partisse da questa consapevolezza per crescere
e rinnovarsi. Ora che le elezioni hanno dimostrato che la
Russia non sceglie la democrazia, ma conferma le tendenze
conservatrici degli ultimi anni, prolunga per così dire il
clima di “stagnazione” putiniana, non hai l’impressione che
non ci sia più alcuna speranza che la situazioni cambi? Cosa
significa scrivere in tale atmosfera?
Mi fai delle domande veramente difficili! Il fatto è che l’Enciklopedija non è affatto uno scherzo, è proprio la constatazione del fatto che i russi non possono scegliere la democrazia. Ma io l’ho scritta in un’epoca piena di speranze. In questo consisteva l’audacia del libro, perché se l’avessi scritto in un’epoca di stagnazione, il risultato sarebbe stato nullo. Invece ho voluto analizzare alcuni stereotipi profondi della coscienza russa proprio nel momento in cui cominciavano a tentennare. Come ricorderai, la fine del libro non lascia intravedere alcuna via d’uscita... e questa è la situazione che si sta configurando davanti ai nostri occhi. Sulle colline di Lenin due idioti erigono un monumento a un nuovo Dio. È quello che sta succedendo, in fondo. Tutto era cominciato dall’idea di neutralizzare un tipo chiamato il Grigio, e va a finire che il Grigio diventa un nuovo Dio. Provo un po’ di spavento, ora, perché uno scrittore pensa che ciò che scrive sia un gioco, ma quando questo gioco diventa realtà... è come se si avesse messo in moto il reale con la propria energia.
Quanto all’impegno, una volta ho scritto che nella vita arriva
un momento in cui diventa molto difficile trovarsi in un territorio
straniero. I miei genitori dicono: “noi non andiamo alla dacia
a festeggiare il capodanno con gli amici, perché non riusciamo
più a dormire fuori di casa. Bisogna dormire a casa propria”.
Probabilmente nella vita arriva il momento in cui capisci
che questa maledetta politica vuole attirarti nel suo territorio,
che bisogna pensare alle elezioni e che tu dipendi dal loro
esito. Dipendi da certi assurdi movimenti giovanili che possono
insultarti, come è successo al mio amico Vladimir Sorokin,
a cui hanno dichiarato guerra aperta. Basta andare a vedere
il loro sito [lo scrittore allude al movimento giovanile filoputiniano
Idushchie vmeste (Camminiamo insieme), che ha condotto numerose
campagne contro gli scrittori contemporanei e ha denunciato,
tra gli altri, lo scrittore Vladimir Sorokin per pornografia.
Il loro sito è all'indirizzo: www.idushie.ru]
e leggere cosa scrivono: il loro odio è sconfinato. E guarda
che scrivono anche su di me! Insomma ci si ritrova in un territorio
con il quale bisogna in qualche modo fare i conti, perché
questo territorio è all’interno del proprio paese. Questo
mi ha molto amareggiato. Non si tratta quindi di impegno,
al contrario, il mio è un tentativo di disimpegno, di respingere
tutto questo e di piantare picchetti, di isolarmi. La lettera
aperta al presidente era scritta in un tono piuttosto brusco
e sgradevole, ma era pur sempre un tentativo di dialogo. Perché
se si comincia a perseguitare persino gli scrittori, vuol
dire che la situazione potrebbe da un momento all’altro precipitare.
Ma in questo dialogo la domanda più importante riguarda la
direzione in cui ci si sta muovendo. Ora alla Russia non serve
alcun autoritarismo e se Putin e l’attuale regime politico
si muoveranno in questa direzione commetteranno un grave errore.
La storia russa si ripeterebbe per l’ennesima volta. Forse
non sarà altrettanto sanguinosa, ma sarà fetente, come disse
Alessandro III: una politica estera piuttosto misurata ma,
all’interno, questo fetente blocco nazionalistico. Questo
non ha aiutato la Russia né all’epoca di Alessandro III né
in altre epoche. Ora non c’è più tempo, perché intorno alla
Russia crescono giganti come la Cina, l’Unione Europea, l’India,
giganti con un enorme potenziale economico. E la Russia somiglia
a una ragazza impazzita che ritiene di avere quell’enorme
quantità di forze e di potere necessari per dialogare con
questi vicini, ma che in realtà viene sorpassata bruscamente
da altri concorrenti. L’autoritarismo, in sostanza, è una
sorta di lavoro coatto, è un gulag, può essere più o meno
duro, ma sempre di lavoro coatto si tratta. E i computer e
gli aerei all’avanguardia non si fanno con il lavoro coatto.
Adesso, ogni giorno che passa invano rappresenta una perdita
enorme per la Russia, visto che, invece di aprirsi a una nuova
civiltà senza aver paura di apparire poveri e sfortunati (non
c’è niente di male nell’essersi liberati dal regime comunista),
si vuol far vedere che si hanno missili e bombe atomiche,
mentre tra un anno l’America troverà il modo di disattivarli
con la stessa facilità con cui si spegne una lampadina. La
quantità di soldi che gli americani possono investire negli
armamenti è illimitata. Perciò questa tendenza conduce a un
vicolo cieco, è in sostanza un movimento incosciente verso
la disgregazione. La disgregazione della Russia non mi spaventa,
ma se le persone che vogliono conservare la Russia così com’è
la portano alla disgregazione, questa contraddizione interna
genera una lacerazione. Se vogliono condurla alla disgregazione,
che lo dicano apertamente, se invece non lo vogliono, che
ci riflettano su. Io ritengo che si può conservare la Russia
solo sulle basi di una società aperta. Su questo punto bisogna
fare un grosso lavoro e il problema principale di tutte le
forze liberali è l’incapacità di lavorare con la popolazione
concreta, con la vera mentalità russa. E invece lavorarci
è possibile: l’ho visto partecipando a una trasmissione televisiva.
Cosa intendi?
È successo di recente: quando in televisione ho difeso Michail Chodorkovskij [magnate dell’industria petrolifera Yukos, attualmente in carcere con l’accusa di evasione fiscale e frode ai danni dello Stato. Molti considerano l’arresto una mossa del governo per eliminare un nemico politico], il suo indice di popolarità è cresciuto, il che gli ha permesso di sorpassare un calciatore famoso e di salire al secondo posto in classifica. Ho capito come si può lavorare con la gente, bisogna semplicemente porsi questo obiettivo. E finora nessun partito liberale di ispirazione occidentale se l’è posto. Si possono augurare al paese le riforme più straordinarie, ma, se si lavora con questa popolazione, non si può avere un atteggiamento sospettoso, di superiorità nei suoi confronti, cosa che invece sta accadendo anche adesso. Quindi il fallimento era prevedibile, il che non toglie che mi abbia procurato un profondo dispiacere, perché ora si può dire veramente che la Russia non sa che farsene delle persone di talento. Inoltre giungiamo a un paradosso: perfino la Russia sovietica era più democratica della Russia odierna. Nell’ambito del politbjuro nascevano discussioni di carattere amministrativo, non ideologico. Kosygin proponeva una cosa, Brežnev un’altra. Ora non c’è più il politbjuro, c’è l’amministrazione del presidente. Si tratta di aiutanti che possono dare consigli, ma non sono loro a decidere, in altre parole ci ritroviamo in un regime autocratico, soprattutto dopo queste elezioni. Siamo diventati ostaggi di Putin, che ha addirittura dato un premio al calciatore più popolare. In effetti ora non c’è persona più democratica di Putin, tutti gli altri partiti sono meno democratici di lui. Gli è venuta voglia di dare questo premio, ma se poi gli viene qualche altra voglia? Io e te diventiamo ostaggi di Putin: a causa del suo amore per l’Italia, per fare un esempio, farà indossare a tutti magliette italiane con la bandiera italiana. Oppure può darsi che si innamori dell’America, o della Cina, o di qualcos’altro, non importa, ma resta il fatto che ci troveremmo in un territorio straniero. E non appena ci ritroviamo in territorio straniero, comincia a mettersi in moto il meccanismo della resistenza della vecchia intelligencija russa. Ora ci sarà la rinascita dell’intelligencija. Anzi, sta già rinascendo, comincia a rinascere...
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 3 Settembre 2004
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