di Harry Ritchie
A Man in Full è
uscito il 12 novembre 1998 in tutto il mondo con una prima tiratura di
1.200.000 copie negli Stati Uniti e di 100.000 copie in UK. Solo per
i diritti cinetelevisivi aveva già incassato 600.000 dollari prima
ancora di uscire: un record mondiale.
Tom Wolfe, guru del new journalism
degli anni Sessanta e Settanta e faux-deb di travolgente successo
con Il falò delle vanità (magnificamente e disastrosamente
portato sullo schermo da Brian De Palma), ha rilasciato quest’intervista
un paio di mesi prima dell’uscita del suo ultimo lavoro (che aveva
terminato da pochi giorni).
A Man in Full
conta più di 800 pagine e una ridda di sottotrame: come si è orientato
in quest’intrico di personaggi, ambienti e materiali?
Non è stato difficile.
Io lavoro sempre all’indietro. Prima trovo l’ambientazione, poi aspetto
che entrino i personaggi. Degli amici mi invitarono a vedere un paio
di piantagioni in Georgia nel 1989. Le piantagioni erano soprattutto
da società d’investimento immobiliare – il settore immobiliare era
alle stelle alla fine degli anni Ottanta, proprio come quello finanziario.
Non avevo mai visitato prima una piantagione e non potevo credere
a ciò che vedevo. Queste piantagioni hanno di solito attorno tra i
quindici e i venticinque acri di terreno adibiti esclusivamente al
tiro alla quaglia, e la stagione delle quaglie dura soltanto dall’ultimo
finesettimana di novembre alla fine di febbraio, e basta. C’è tutta
una gerarchia di animali a cui sparare, in questo paese: le quaglie
sono in cima, poi le colombe, poi i cervi e in fondo alla classifica
si trovano i conigli e gli scoiattoli. Il tiro alla quaglia è considerato
il più grande degli sport venatori americani.
Quindi inizialmente
fu colpito soprattutto da questa faccenda del tiro alla quaglia?
Sì, e iniziai a
scriverci sopra una serie di capitoli ambientati a New York, ma suonavano
tutti falsi… la gente che possiede le piantagioni vive tutta da quelle
parti e il tiro alla quaglia si fa soprattutto in Georgia, per cui
feci tornare il mio personaggio ad Atlanta. Una volta deciso che avrei
ambientato il romanzo ad Atlanta, inizia ad andarci spesso. Atlanta
è una città per il secolo venturo. Molte di queste edge-cities
sono sviluppate con un occhio al futuro, secondo il modello di Los
Angeles. In Atlanta non esiste un centro, è tutto grattacieli e alberghi,
e la vita notturna e lo shopping si svolgono nella parte commerciale
di Buckhead. Atlanta è la prima edge-city: non è un porto e
ci sono un sacco di bei posti in cui vivere, per cui si può espandere
all’infinito.
Atlanta è stata
anche soprannominata Chocolate City e Black Mecca: la
popolazione è per il 70% di colore e la leadership è nera: sindaco
nero, capi dei pompieri e della polizia neri. Il 90% degli alti papaveri
della città è nero. Si è parlato di una Atlanta Way per quanto
riguarda l’integrazione e la parità razziale.
Sì… nel romanzo
il sindaco nero, Wes Jordan, spiega la Atlanta Way paragonando
la città a una palla da baseball: "Se togli la parte bianca esterna
in pelle di cavallo, ti ritrovi davanti uno strato di corda bianca.
Si tratta più o meno di un miglio di roba, poi arrivi al cuore, che
è una piccola palla di gomma nera e dura. Be’, Atlanta è così. Il
cuore, se parliamo di politica, sono i 280.000 neri di South Atlanta.
I loro voti controllano la città. Attorno a loro, come lo strato di
corda bianca, ci sono i 3.000.000 di bianchi di North Atlanta e delle
varie contee. Per cui il problema è: qual è il rapporto tra questi
milioni di bianchi e il cuore nero della città?" Io amo fare reportage,
soprattutto su cose che mi sono del tutto estranee, come l’LSD o volare
nello spazio. Per questo romanzo sono andato alla vecchia prigione
di Santa Rita, sono andato nei magazzini che ho descritto… il reportage
è fondamentale per il romanzo contemporaneo, a meno che lo scrittore
non abbia condotto una vita davvero interessantissima. Nell’introduzione
che ho scritto per The New Journalism ho lamentato la mancanza
di romanzi che tentino di cogliere lo spirito dei tempi. Ho predetto
che il futuro del romanzo stia nell’iperrealismo piuttosto che tutti
quegli esperimenti esoterici che vanno tanto di moda nei circoli letterari
e che fanno scappare a gambe levate i lettori.
A che modelli
ha fatto riferimento per riuscire a creare questo genere di scrittura?
Nel 1985 mia moglie
mi convinse a leggere Emile Zola. Mi gettò con le gambe all’aria.
Il luogo comune della critica su Zola è che sia un realista fissato
per i particolari, ma in realtà è vero il contrario: in Nana
per esempio ritrae un’intera società. Altre influenze mi sono venute
da Balzac, Sinclair Lewis, Thackeray e anche da Dickens, anche se
Dickens non aveva il senso dell’economia di Zola, un vero genio della
struttura.