di Paolo Perazzolo
Kars è una città della provincia anatolica della Turchia. Il poeta Ka, da tempo esule in Germania, la raggiunge dopo un breve soggiorno a Istanbul, ufficialmente per condurre un’indagine giornalistica: alcune studentesse universitarie si sono tolte la vita, perché è stato loro impedito di indossare il velo in aula. In realtà, ad attirare il poeta in questa città, remota e triste ma a suo modo ricca di fascino, completamente ricoperta dal bianco della neve che incessantemente cade, è anche la possibilità di un nuovo amore.
Quali che siano le ragioni dell’agire di Ka, è certo che il suo soggiorno a Kars si trasforma in un’indagine sulla Turchia più profonda, in un viaggio fra le mille contraddizioni e lacerazioni di un Paese "conteso" da laici e religiosi, integralisti e sostenitori dello Stato, curdi e fondamentalisti islamici. E così la cittadina si trasforma, nel nuovo libro di Orhan Pamuk (Neve, Einaudi, pp. 480, €18,50), uno degli scrittori turchi contemporanei più noti e tradotti al mondo, nello specchio della Turchia.
Quanto assomiglia Kars alla Turchia contemporanea?
«La vidi per la prima volta negli anni Settanta e fui subito ispirato dalla sua atmosfera malinconica, dai vecchi palazzi russi e armeni, dalle chiese e dalle rovine, dal senso di solitudine che trasmette al visitatore. Per scrivere il romanzo, ci tornai nel ’99 e imparai a conoscerla palmo a palmo, fino a immaginare l’intera città come un microcosmo del Paese. Va detto però che le tensioni fra gli integralisti islamici e il potere secolarizzato e fra nazionalisti e curdi, descritte in Neve, ora si sono attenuate».
La recrudescenza dell’estremismo islamico, al centro del romanzo, è un tema di forte attualità. Da cosa nasce?
«Non è un fenomeno recente e non ha bisogno della presenza dell’Occidente per crescere. Certo, con l’egemonia del modello occidentale il cosiddetto estremismo islamico ha preso la forma dell’antimperialismo, della resistenza all’Occidente, talvolta con forme che combattono il laicismo-secolarismo. Nei suoi casi più profondi, si tratta proprio di una reazione all’influenza dell’Occidente, alla sua cultura del consumo e della mercificazione. Ma le ragioni dell’integralismo sono tante: a volte viene usato per reprimere le donne, altre per combattere la libertà d’espressione, altre ancora per mobilitare contro Israele, come nel caso della Palestina».
I personaggi del libro, specie quelli religiosamente più coinvolti, si lamentano di non essere capiti dall’Occidente.
«I Paesi islamici sono molto suscettibili riguardo alla rappresentazione che di loro danno i mass media occidentali. D’altra parte l’opinione mondiale è formata da Cnn, Fox News e così via, che raffigurano l’Islam in una maniera molto cruda, aggressiva, persino offensiva. Anche gran parte della letteratura di viaggio è colma di pregiudizi e non esistono film o romanzi che descrivano con realismo questi popoli: essi vengono semplicemente ignorati, disprezzati, se non ridicolizzati, e rappresentati in maniera grottesca...».
Nel romanzo, però, nemmeno i media turchi fanno una bella figura...
«Io leggo i giornali turchi non per sapere che cosa è accaduto ieri, ma per capire che cosa accadrà domani! I mezzi di comunicazione sono manipolati dal Governo e dalle lobby economiche».
Nel libro alcune studentesse si uccidono perché non possono portare il velo. In Francia è stata fatta una legge su questo problema...
«La questione in Francia è stata enfatizzata senza motivo, perché i musulmani sono una minoranza e perché la legge riguarda solo la scuola superiore. In Turchia, invece, è al centro dei maggiori conflitti politici: è sintomatica del processo di modernizzazione del Paese».
La Turchia, quella del romanzo e quella reale, sembra sempre sospesa fra Occidente e Oriente...
«Alcuni politici hanno cercato di trasformarla in un Paese totalmente islamico, altri in un Paese totalmente occidentale... Queste spinte contrarie finora hanno prodotto più conflitti che un’armonia fra diversi. Credo che questo "essere fra" sia una sorta di stile di vita, per la Turchia».
Una curiosità: perché cita più volte la canzone Roberta di Peppino di Capri?
«In realtà un’altra canzone di Peppino di Capri, cioè Malinconia, descrive bene l’atmosfera di Neve. Mentre lo scrivevo, tre anni fa, il cantante italiano diede un concerto a Istanbul, che mi piacque molto. Lì pensai che il senso di solitudine espresso dalla sua musica si adattasse perfettamente all’atmosfera di Kars e alla storia».
[da Famiglia Cristiana]