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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Tra un tinnir di zecchini e dobloni ecco Genna il GNAM

Ovvero, il Giovane Nostro Autore Mondadori che si districa facendo passare i suoi bei romanzetti di genere per altissima, siderale letteratura. Pur privi del suo slancio intellettuale, ne ciarliamo
di Angelo Crespi
[da il Domenicale, 27 giugno 2004]

domenicale.jpgIniziamo dal fondo: Giuseppe Genna è uno che ci sa fare con la penna. L’ultimo romanzo, Grande Madre Rossa (Mondadori, Milano 2004, pp.283, €15,00), è un buon thriller. Meno buono di Nel nome di Ishmael (Mondadori, Milano 2002), forse meglio di Catrame (Mondadori, Milano 2001), ma certamente peggio di Assalto a un tempo devastato e vile (peQuod, Ancona 2001; poi Mondadori, Milano 2002), che resta il suo unico tentativo di fare letteratura, composto prima di entrare nella dorata orbita Mondadori e produrre per il mercato.
Trattandosi di narrativa di genere, forse non varrebbe nemmeno la pena di dare così ampio spazio al personaggio, se non fosse che lui stesso è riuscito a imporre all’attenzione della critica i propri libri come qualcosa di più di semplici spy story. Furbescamente con una martellante e bulimica, quanto benevola, autocritica (che si promana dal suo blog, www.miserabili.com) il Giovane Nostro Autore Mondadori (da qui in avanti solo GNAM) radica la propria opera nel giardino della grande letteratura, insistendo che nel tempo dell’avantpop proprio l’esplosione dei generi tradizionali (fantasy, fantascienza, horror, giallo…) sarebbe l’unica strada percorribile. E che lui, ovviamente, di questo nuovo modo d’intendere le cose è il campione, insieme a pochi altri, Palahniuk per esempio all’estero, Evangelisti (guarda caso un amicone) in Italia.

Stupefacenze esoteriche etc. etc.
Come critico il GNAM è sublime, roboante, spesso incomprensibile nella sua tecnicissima quanto involuta prosa, quasi che l’oscurità del verbo in superficie nascondesse abissi assoluti e intuizioni sublimi, e non invece che l’acqua limacciosa, come accade nei botri di campagna, non ha profondità né sbocchi. D’altronde frasi di questo tipo spiegano già il senso dell’operazione: «Prima ancora del semplicismo sociologico, bisogna sfatare questo truismo inverificato, questa regola che il conscio – e non l’inconscio – collettivo veicola senza prendersi le proprie responsabilità: la letteratura fa pensare. La letteratura non fa affatto pensare e non è così che funziona la modificazione del reale intercettata dalla letteratura. La letteratura veicola uno stato che approssimativamente potrei definire “ultrapsichico” e che sicuramente non è individuale, anche se si pensa normalmente che la sede delle emozioni individuali sia il crocicchio in cui sta il lettore quando legge un libro e ci sprofonda dentro perché lo prende. Un sogno vuoto, ma non per questo meno concreto e alla mano: ecco l’orizzonte della letteratura. Il sogno vuoto spalanca aperture, crepe, ferite, ideali ed emotive – e queste crepe spalancano crepe nella realtà. E si tratta di crepe e individuali e collettive».

Crepe. Già. Ma non vogliamo liquidare il GNAM con troppa semplicità perché della sua generazione lui è di certo il migliore. Solo che il suo gioco è scoperto. Da principio censore d’eccellenza per la Società delle Menti (www.clarence.it), si è trasformato nell’elogiatore di professione, rendendosi conto che una buona recensione vale più di cento stroncature, specie se si desidera partecipare a quella rete di amicali baobaomiciomicio che è la letteratura di casa nostra. Così, Aldo Nove, secondo il parere disinteressato del GNAM, è appena il miglior poeta del secondo Novecento, l’ultima raccolta di Mario Benedetti una delle stazioni fondamentali della poesia contemporanea italiana, Evangelisti un mito, Scarpa meglio di Chuck Palahniuk e via intonando lodi.

Ma chi è il Nostro Eroe?
Lui però non è un Angelo Guglielmi senza gruppo 63, un d’Orrico senza Sette, un Siciliano senza terrazze romane. Lui sa benissimo di essere il migliore, e tirare la volata ai Nove, agli Evangelisti, agli Scarpa significa glorificare accoliti secondari, fortificare un gineceo in cui esser prima donna.
Ma chi è in verità il GNAM? Innanzitutto, un ottimo scrittore. Amante dell’esoterismo e dei misteri. Nato a Milano nel 1969, ha eletto il quartiere di Calvairate a personalissima Yoknapatawpha. Molti dei suoi racconti gravitano nei quartieri periferici del capoluogo lombardo, scenari perfetti per omicidi, sparatorie, pericolosi piani di destabilizzazione mondiali, rifugio di terroristi, pedofili, esiliati dalla vita. Proprio con Milano il GNAM ha un rapporto d’odio e amore. Città intrigante, ma nello stesso tempo perversa e poco luccicante Babilonia degli anni Ottanta e del berlusconismo.

Ma torniamo alla biografia. Oscuro redattore di Poesia (insieme a quell’Antonello Satta Centanin, in seguito trasformatosi in Aldo Nove), il GNAM non ha completato la facoltà di Filosofia, ha lavorato – dice lui – come scaricatore al mercato ortofrutticolo e ha raggiunto la prima notorietà quando, nel 1995, diventa quasi per caso uno dei collaboratori del Presidente della Camera Irene Pivetti. A Roma, mentre la Pivetti non è ancora una presentatrice tv bensì la pasionaria cattolica della Lega, lui ha la possibilità di abbeverarsi agli archivi delle commissioni stragi, traendone con tutta probabilità il plot del primo thriller che reinterpreta, guarda caso, il mistero della morte di Enrico Mattei. A quei tempi si vocifera che il GNAM sia di Destra, un anarchico di Destra con il pallino delle dietrologie, e lui stesso conferma le voci, ma ne smentisce la sostanza definendosi un anarcoqualunquista. Mentre lavora per il sito Internet di Mondadori, con un blitz pubblica per la casa editrice di Segrate un libro a firma Luther Blisset, carpendo lo pseudonimo al vero Luther Blisset. Tra il GNAM e il collettivo Luther Blisset (poi Wu Ming), nonostante l’apologia del copy-left, si consuma più di uno screzio, poi sanato nella comune militanza nell’antagonismo duro e puro.

E qui la prima svolta. Secondo le affermazioni dello stesso GNAM fatte prima d’essere scrittore famoso, un alto dirigente di Mondadori gli commissiona, a suon di milioni, Nel nome di Ishmael. E qui la seconda svolta: da questo momento, entrato dalla porta principale nell’editoria che conta, il GNAM fa professione di fede antiberlusconiana. Da una parte pubblica con la Mondadori di Berlusconi, traendone cospicui profitti (i suoi tomi sono ben distribuiti e venduti anche all’estero), mentre dall’altra giudica il suo benefattore «una jena», «un maggiordomo», uno «sciacallo dell’etere e del potere esecutivo», in pratica «un non-uomo». Supponiamo lo apprezzi esclusivamente alla vista dei bonifici bancari che ripagano moralmente, almeno in parte, il disgusto che il GNAM prova a essere assoldato da così becero «non-uomo».

Costretto però non è. Potrebbe pubblicare da Feltrinelli, Rizzoli, Baldini & Castoldi, perfino dalla sinistrissima DeriveApprodi. E invece no. E noi lo ammiriamo per tanto coraggio, la sua personale battaglia di libertà il GNAM la conduce dall’interno della cittadella che vorrebbe abbattere. Riverito e vezzeggiato perfino da Panorama (di Berlusconi), lui s’immola per le generazioni a venire, tra un contrattino e l’altro, tra un tinnir di zecchini e un tintinnar di dobloni. D’altronde pure tutti gli altri resistenti antiberlusconiani, i sopracitati Wu Ming ed Evangelisti, pubblicano da Einaudi o da Mondadori, quindi da Berlusconi.

Ma torniamo all’inizio. Il GNAM ci sa fare con la penna. Iddio sparge i talenti in modo imprevedibile. Poi – i sacri libri insegnano – qualcuno li fa fruttare, qualcun altro li seppellisce e basta. Nell’ultimo romanzo, Grande Madre Rossa, tutta quella pirotecnica esplosione che dovrebbe sgretolare il genere e farne grande letteratura si vede poco, nonostante Valerio Evangelisti su l’Unità ricambi le lodi spiegando che «Genna privilegia il virtuosismo stilistico, coltiva l’iperbole, tenta esperimenti inusitati all’interno di un contenitore che normalmente li tollera poco. Si capisce presto che il suo intento è proprio sfondare il contenitore, non per distruggerlo, ma per annullarne la separatezza dal resto della letteratura».

E non c’è storia che tenga
Anzi, per certi versi la dicotomia tra i pensieri dei personaggi, in primis il commissario Lopez, e il Genna-pensiero che tracima in ogni paragrafo, appare stucchevole. I personaggi sono figurine smilze e senza spessore psicologico che si muovono sullo sfondo delle discrasie del GNAM. Quando viene stigmatizzata la Milano-da-bere, criticato Milano2 quartiere di plastica, derisi i suoi abitanti rampanti un po’ imbecillotti, preso per i fondelli il presidente del Consiglio, quando si dà dello scemo al presidente USA, è la bile del narratore che parla.
Non c’è pagina che restituisca al lettore una singola verità sul mondo: sulla fatica di essere uomini, su quella magnifica complessità che è una persona, sulle difficoltà che comporta ogni scelta di vita anche la peggiore. Ecco, non c’è amore. E anche tutta quell’ansia di esoterismo che ammanta il romanzo è al più una spruzzata di gnosticismo nemmeno poi tanto geniale.

Dunque se la letteratura è intrattenimento, anzi, dice il GNAM, «non è possibile fingere che essa non sia un gioco retorico. Ma non voglio esprimere una concezione debole della letteratura: quando dico “gioco” intendo parlare della cosa più seria del mondo. Il gioco del potere non è il gioco del calcio, anche se in ballo c’è comunque l’incantamento: uno stato psichico al quale la letteratura invita, verso il quale essa fionda quando è grande letteratura», allora un Avoledo o un Faletti qualsiasi possono bastare.
Se essa, in qualche modo, è verità, allora il GNAM è ancora migliaia di anni luce lontano dai grandi: Turgenev, Musil, Mann, Tolstoj, Nabokov. E non c’è storia che tenga.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 30 Giugno 2004

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