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Il Libro Infinito di John Barth
 Teorico della letteratura dell'esaurimento e di quella del riempimento - cioè di tutto il postmoderno -, John Barth vive in Italia la stagione della consacrazione grazie allo sforzo di minimum fax, che con La fine della strada doppia il capolavoro dell'Opera galleggiante: due romanzi che, almeno quanto la teoresi critica di Barth, hanno segnato e stanno tuttora segnando la letteratura americana contemporanea. Barth è un'esperienza letteraria, non un oggetto narrativo. Nel suo ultimo romanzo COMING SOON!!!, uscito tre anni fa, Barth stesso enuncia e pratica "il processo come contenuto unico" - di qui, l'inutilità del comodo riassuntino della trama. Tanto che in COMING SOON!!! i protagonisti sfumano, mentre vengono fatti esplodere i gas nobili della letteratura tutta, dalla Genesi biblica alle Mille e una notte, dalla Tempesta shakesperiana al Fantasma dell'opera, fino alla stessa Floating Opera, che qui viene ad avere una riscrittura sorprendente e spiazzante. Complesso e dinamico, ironico e comico, l'universo Barth è un abissale buco nero che ottiene l'effetto di farci risucchiare dalla sua irresistibile gravità, ma anche di farci passare al di là del buco nero stesso, riconfigurando l'intelligenza e il linguaggio in un nuovo, sorprendente ma possibile ordine.
CHI E' JOHN BARTH [da minimum fax]
John Barth nasce il 27 maggio del 1930 a Cambridge, nel Maryland, insieme a una sorella gemella, Jill: circostanza tutt’altro che trascurabile nella carriera dello scrittore, se è vero che in più di una sua opera si fa allusione a coppie di gemelli, e che i suoi libri, a quanto sostiene, tendono per un certo periodo a susseguirsi in coppie affini (due romanzi “nichilisti”, due voluminosi romanzi storici sui generis, due raccolte di racconti sperimentali, e così via). Scrive inoltre Barth cinquant’anni più tardi:
"I gemelli condividono la curiosa esperienza di [...] acquisire la capacità linguistica e altre abilità di base à deux, usando nel frattempo un linguaggio che precede e insieme supera il discorso articolato. Il discorso, nella prospettiva di due bambini gemelli, è per gli Altri. Noi gemelli consideriamo il linguaggio come i parlanti di un dialetto specifico considerano la lingua ufficiale: serve a rapportarci con gli estranei, fra noi non ne abbiamo bisogno. Per questo è ragionevole aspettarsi che un gemello che diventi narratore di professione non dia mai il linguaggio per scontato: lo tiene sempre presente, ci giocherella, lo mette in primo piano, ne è consapevole in un modo quasi innaturale".
Nascerebbe in parte da qui, insomma, la ricercatezza tecnica e stilistica della scrittura di Barth, che nel corso di tutta la sua carriera non smetterà mai i panni del virtuoso della parola – continuando nel frattempo a rivendicare, però, la necessità di un “virtuosismo appassionato” che si sostanzi del calore profondo dell’esperienza umana.
Cambridge è il capoluogo della cosiddetta Tidewater Country, la regione di paludi costiere del Maryland alla foce del fiume Chesapeake, zona di alte maree e bassa popolosità, provincia culturalmente ed economicamente poco avanzata; l’unico e solo “luogo dell’anima” di Barth, che tornerà a rappresentarla in tutte le sue opere.
Il primo ambito in cui il giovane Barth cerca di distinguersi, dopo aver frequentato una mediocre scuola media locale, è quello della musica. Lasciata Cambridge, si iscrive alla prestigiosa Juilliard School di New York: batterista jazz dilettante, sogna di diventare arrangiatore. Ma pochi mesi nell’ambiente scoppiettante del jazz nero gli bastano per rendersi conto di non avere nessun vero talento in quel campo. Torna nel Maryland, dove si iscrive senza troppa convinzione alla facoltà di giornalismo della Johns Hopkins University di Baltimora: è il suo ingresso nel mondo delle lettere, che non abbandonerà più.
Alla John Hopkins Barth riceve la sua vera educazione letteraria – in gran parte, peraltro, da autodidatta: lavora nella sezione Classica e Orientale della biblioteca di facoltà, e girando fra gli scaffali finisce per passare più tempo a leggere i volumi che a rimetterli in ordine. Oltre a Joyce, Kafka, Faulkner, gli autori previsti dai programmi regolari dei corsi, fa così la conoscenza delle grandi opere della tradizione narrativa occidentale e orientale: dal Satyricon di Petronio al Decamerone di Boccaccio, da Rabelais a Cervantes, dalle Mille e una notte alle saghe persiane e sanscrite. Barth resterà completamente affascinato dall’attività demiurgica dello storytelling, della narrazione pura (“Non sono un esperto di letteratura o di filosofia”, dichiara in uno dei suoi saggi, “ma un semplice narratore di storie. Ovvero, un bugiardo professionista”), e svilupperà una vera e propria ossessione per la più leggendaria di tutte le narratrici, Sheherazade, che torna come personaggio in più d’uno dei suoi libri.
Nel 1953, appena laureato, ma già sposato e padre di tre figli, Barth comincia a insegnare presso la Penn State University; senza titoli di dottorato né pubblicazioni a suo nome, però, la carriera del giovane professore appare quanto meno incerta. Nel 1956, mentre la famiglia si destreggia alla meglio fra le ristrettezze finanziarie, il suo primo romanzo, L’Opera Galleggiante, trova finalmente un editore. Il successo arriva subito: il libro è tra i finalisti del prestigioso National Book Award. La stessa sorte avrà Fine della strada (1958), romanzo “gemello” del primo, con cui condivide il tema del triangolo amoroso, ma in chiave più tragica e cupamente ironica (nel 1970 ne verrà anche tratto un mediocre film, che è rimasto l’unico tentativo di trasposizione cinematografica della narrativa barthiana). La genialità di Barth nel riuso parodistico di generi e cliché letterari offrirà subito dopo una delle sue prove migliori con Il coltivatore del Maryland (1960), ottocento pagine di brillante rivisitazione della forma-romanzo inglese del Settecento.
Dal 1965 al 1973 John Barth insegna alla State University of New York a Buffalo. Sono gli anni della guerra del Vietnam e della contestazione studentesca, che lo scrittore vive in prima persona, appoggiandone le basi ideali ma non i metodi più aggressivi:
"Per ragioni caratteriali più che ideologiche, durante il periodo della guerra in Vietnam non presi parte – pur simpatizzando coi loro intenti – alle grandi manifestazioni pacifiste nelle nostre città. Per quelle meno grandi nelle nostre università provai molta meno simpatia, specialmente per i sit-in, le occupazioni, gli atti di vandalismo e di distruzione. [...] La guerra era un errore, le scelte a cui costringeva i giovani americani di pochi anni più grandi dei miei figli erano orribili, la sua distruzione della legittima funzione dell’università riprovevole: ma le università in quanto tali non erano né il nemico, né un simbolo appropriato del nemico".
Nel 1966 Barth pubblica Giles ragazzo-capra, un altro romanzo-fiume ambientato stavolta in un’immaginaria mega-università, metafora del mondo intero in epoca di Guerra Fredda. È un nuovo passo nella direzione della parodia autoreferenziale tipica del postmoderno; la sua opera più significativa in questo senso, quella più arditamente sperimentale, è La casa dell’allegria, una “raccolta di racconti per carta stampata, nastro magnetico e voce dal vivo”, che esce nel 1968 e lo consacra come uno dei padri della letteratura postmoderna, ricevendo un’altra candidatura al National Book Award. Il premio vero e proprio Barth lo vincerà con il successivo Chimera (1972), una raccolta di tre racconti lunghi che hanno per protagonisti rispettivamente la sorella di Sheherazade e gli eroi greci Perseo e Bellerofonte: di nuovo un raffinato e geniale gioco di aggiornamento di materiale letterario preesistente.
Nel 1973, dopo un breve periodo da visiting professor alla Boston University, Barth torna a vivere nel Maryland con la seconda moglie, Shelly. Vengono affidati alle sue cure i corsi di scrittura creativa alla Johns Hopkins University di Baltimora, incarico accademico che abbandonerà solo nel 1995, per la pensione.
All’intensa attività di insegnante Barth continua ad affiancare la produzione narrativa: il romanzo LETTERS (1979) è forse la sua opera più ambiziosa, in cui ricompaiono, in veste di autori di un lungo scambio epistolare, i protagonisti di tutte le sue opere precedenti. Seguono tre romanzi (Sabbatical, The Tidewater Tales, The Last Voyage of Somebody the Sailor), una raccolta di racconti (On with the Story) e un’opera semi-autobiografica (Once Upon a Time): i temi – con infinite, pirotecniche variazioni – restano nella maggior parte dei casi gli stessi: la baia del Chesapeake, l’oceano, i viaggi in barca a vela, una coppia di innamorati non più in giovane età, una pletora di allusioni ai personaggi della narrativa di ogni tempo, da Sinbad a Ulisse a Don Chisciotte all’amata Sheherazade; ma sempre di più il tema principe della narrativa barthiana è l’atto stesso del narrare. In ogni storia si apre una nuova storia, autore e personaggi si confondono: John Barth è il campione della cosidetta metafiction, che alla linearità del realismo oppone una ricchezza pluridimensionale – e a volte molto cerebrale – di piani narrativi. In questa vena anche l’ultimo – finora – suo romanzo, Coming Soon!!! (2001) tutto basato sulla competizione fra un anziano e celebre insegnante di scrittura e un suo brillante allievo alla Johns Hopkins University.
Dagli anni Sessanta a oggi Barth è stato inoltre autore di un gran numero di articoli, introduzioni, interventi critici in occasione di seminari e convegni: due dei suoi saggi, The Literature of Exhaustion e The Literature of Replenishment, rispettivamente del 1967 e del 1979, sono considerati fra i fondamentali scritti teorici del postmodernismo.
JOHN BARTH: 'L'OPERA GALLEGGIANTE' di Franco Cordelli
[dal Corriere della Sera, 8.9.03]
Più che a romanzi posteriori che abbiano una floating house come figura centrale, L'Opera Galleggiante di John Barth, sua opera prima del 1956 e capolavoro della letteratura americana del XX secolo (ora ristampato da minimum fax) dovrà essere accostato, per ragioni di stile o forse di tono, alle opere più o meno coeve di Nabokov e di Vonnegut, per il brillante cinismo, o di scrittori minori come Richard Yates, per il suo procedere minuzioso, cordiale, complice, o addirittura di Raymond Chandler, per la stessa provocatorietà dei fatti in quanto deliberatamente scissi dal loro significato e gettati in faccia al buon senso del lettore. Pure, nulla di tutto questo è decisivo. Non lo è la struttura, terremotata e resa esplicita secondo il paradigma del Tristram Shandy di Sterne, e a causa della quale Barth viene considerato padre del postmodernismo e, per così dire, salvato dalle acque, portato alle nostre rive; né lo è lo stesso stile, altro elemento secondo alcuni postmodernista, in realtà tutt’altro che svincolato da una colluttazione con il problema dei fondamenti, conoscitivi e etici, uno stile dunque moderno. Strano a dirsi, il problema dell’ Opera galleggiante è di contenuti concettuali: come la sua struttura e il suo stile rechino i propri contenuti. Se in Roché-Truffaut (Jules e Jim) o in Sartre-Beauvoir (I mandarini) si assiste a un rovesciamento della morale cattolica, nell’Opera galleggiante si assiste ad un rovesciamento della morale puritana: Andrews, con la complicità del marito Harrison, diventa l’amante di Jane. Ma questo, in Barth, non è che l’anticipo.
Impregnato di esistenzialismo nel senso di precarietà e fluttuazione (la sua, teste l’autore, è una «prosa vagante» come è galleggiante la casa-teatro in cui si concluderà la vicenda di una lunga giornata), L’Opera è, appunto, la storia di un cambiamento. La giornata speciale dell’avvocato Andrews è quella che doveva essere l’ultima della sua vita: egli voleva suicidarsi per mancanza di ragioni a vivere. Ma Andrews non si suiciderà per lo stesso motivo: nel corso di uno spettacolo che si tiene nel teatro-Opera galleggiante, scopre che se non vi sono ragioni per vivere non ve ne sono per morire. Non a caso dirà: «Tendo ad attribuire a idee astratte un significato di vita o di morte». Da ragazzo aveva indossato la maschera (l’idea) del libertino; poi quella del santo; quando scoprì il corpo del padre impiccato, la maschera del cinico. È il momento cruciale della sua vita. Come nel Godard di Fino all’ultimo respiro - «che cosa è meglio, essere infelice o essere niente?» - Andrews sceglie il suicidio. In lui l’edipismo è totale. Prima di attuare il suo proposito, egli comincerà una «Indagine» per appurare le cause del suicidio del padre. Questa «Indagine» altro non sarà che una «Lettera al padre». Sprofondando nell’Edipo egli accoglie Jane proprio nella casa che fu dei suoi genitori e che ora appartiene al fervido, consenziente marito di lei, suo amico. Ma l’Edipo è anche la ragione per cui non ne farà nulla - di tutto ciò, dei suoi esperimenti e propositi. Aveva voluto mettere alla prova del bene e del male se stesso e gli altri esseri umani. Ma quando vedrà che non accade nulla, che tutti sono in massima parte indifferenti, ecco che il suo piano fallisce. Fallisce il piano della «Lettera al padre», che a Kafka in fondo era riuscito; e fallisce il piano del suicidio: se il padre non si era ammazzato per le ragioni per tutti ovvie, quelle dell’essere strozzato dai debiti, le vere ragioni sarebbero rimaste inesplicate. È così che inesplicate devono restare e restano la vita di Andrews e la sua incompiuta opera, l'indagine che nessuno potrebbe portare a compimento.
John Barth - L'Opera Galleggiante - traduzione di Henry Furst e Martina Testa - minimum fax - € 9,50
JOHN BARTH: 'LA FINE DELLA STRADA' di Stefano Ciavatta
[da Pickwick]
Un uomo che rotola mostra tutte le sue facce. E non è detto che alla fine si sia mosso di un centimetro. E’ stata questa la poderosa reazione anni ‘50 all’egemonia del vitalismo di Hemingway e dei suoi epigoni, come Steinbeck. Sulle barricate americane, trattenendo i pugni dallo gettare con entusiasmo i dadi della vita, è accorso anche John Barth, scrivendo in un anno l’accoppiata d’esordio The Floating Opera & The End of the Road, quest’ultimo nei mesi scorsi preziosamente richiamato alle stampe da Minimum Fax (John Barth, La fine della strada, prefazione di Simone Barillari, Minimum Fax, pp. 275, euro 10.00).
Vitalismo non vuol dire incoscienza di sé, “Hemingway è tutt’altro che un primitivo” puntualizzava Silvio D’Arzo nella sua Contea Inglese. Ma l’alchimia prodotta, ovvero il fatto che gli impetuosi quanto calibrati personaggi dell’autore di Avere, non avere riuscissero a vivere le azioni che compivano, che non si raccontassero ma vivessero, sembrava non accendere più entusiasmi incondizionati. Così a John Barth non parve vero di scoprire l’esistenza di uno scrittore come Italo Svevo, a cui chiese l’imprimatur per la creazione di questo “vaudeville nero”, gemello dell’Opera Galleggiante (la definizione è di Enzo Golino in nota alla precedente edizione Rizzoli). Pure Jack Kerouac, fin dall’esordio con On the Road, si trovò coinvolto nella deriva dall’impeto stilistico di Hemingway, senza approdare alle sponde metanarrative raggiunte da Barth.
La trama della Fine della strada è semplice. Tutto ruota intorno a un triangolo amoroso partorito dal caos di un uomo senza identità, un insegnante affetto da crisi di immobilità, alias Jacob Corner, e dall’idiozia premeditata di Joe Morgan, una sorta di “boyscout adulto”, un perfetto imbecille votato alla dea ragione. Nel mezzo, a sfibrarsi, Rennie, la moglie di Joe, l’eden patriarcale, dal goffo candore e la nervosa salute, destinato ad andare in frantumi. Horner è assillato dalle infinite possibilità della vita, tutte già esaurite in partenza, ognuna opportunisticamente ammaliante come una scusa trovata all’istante.
Ma lo è anche lo scrittore: lo rammentava Golino, lo ripropone Barillari, Barth è stato un lettore maniacale di classici ma soprattutto di storie. Allora Horner si trasforma nel demolitore del mito per eccellenza della storia americana: la Frontiera con i suoi commessi viaggiatori così come pure i looser che vivono sul filo del rasoio, il mito insomma, della continua disponibilità a prendere di petto la vita e al volo le occasioni. Se laggiù la fuga aveva bisogno di un entusiasmo incosciente, la crisi necessita dell’immotivata stasi, insensata perché qui, nella Fine della strada la scelta, qualsiasi scelta “impoverisce arbitrariamente la Vita”. Non è una liberazione scegliere, ma un rimandare un conto che non si sa dove verrà saldato.
La demolizione del triangolo (e quindi della storia), disattendendo, deridendo, demistificando la figura geometrica della perfezione, intacca anche la scrittura.
Lo stile è asciutto ma la cosa non inganni. Il testo, incalzato dall’assedio della logica (quella logica che vuole passare ai raggi x i fatti e che finisce a volte per perdere di vista i muscoli), non porta a compimento le varie forme a cui pure si appella. La storia elude infatti il trattato filosofico, perché il resoconto si fa claudicante e denuncia se stesso ammettendo le falle fin dall’esposizione. E non assume neanche i contorni dell’apologo, perché non ha nulla di eroico, come invece accade per lo stoico silenzio (“preferirei di no”) dello scrivano Bartebly, testo dal conio ottocentesco e vizio novecentesco di Herman Melville, antenato prestigioso di Barth, che tanto sedusse e non a caso, Borges, Beckett, Calvino e Perec. Niente di tutto questo accade, e allora la storia finisce per diventare una parodia del realismo.
Eppure, mentre sopra imperano nevrotiche false partenze, sotto traccia riescono a passare dispute quasi teologiche, questioni epocali. Capita che tra tanto affollarsi di pensieri, di tira e molla, si riesca ancora a schiacciare la grazia dei chicchi d’uva sotto il ruvido palato, come scriveva un poeta.
Forse perché nella Fine della Strada non c’è ancora quel sentimento di nostalgia proprio per quella soglia stessa, per il ciglio, che caratterizzerà gli epigoni, a noi più stretti contemporanei.
'LA FINE DELLA STRADA': LA MISERABILE RECENSIONE
Propongo una lettura del tutto personale, cioè che interessa solo me, di uno dei classici della letteratura moderna americana, The End of the Road, che esce ora in minimum classics, la splendida collana di minimum fax, con il titolo La fine della strada (273 pagine, 10 euro), nell'ottima traduzione di Aldo Buzzi e con una imperdibile prefazione di Simone Barillari, uno dei critici italiani che maggiormente ammiro. Che cosa mi interessa in questo romanzo atipico (per Barth)? Mi interessa la svolta. Avvengono, in uno scrittore, movimenti tellurici, spostamenti di faglia, cambiamenti geomorfici che mutano la superficie della scrittura - rivoluzioni di qella pangea che è il sé. Sono stagioni non felici. Il mutamento è per lo scrittore una mutazione. La mutazione è uno strappo biologico che si esprime per lacerazione, sofferenza, indistinguibilità tra destino e scelta. Per quanto sembri astratta, questa prosopopea è comunque effettiva e dolorosa, se non altro nel ring interiore di uno scrittore. Con La fine della strada, John Barth dà conto degli alti esiti di un simile processo di svolta e passa dall'accumulo alla sottrazione, dal caldo al freddo, dal molto al poco. Nessuno pensa a un Houellebecq barocco. Figurarsi se si pensa a un Barth essenziale. Invece è così: la conversione è necessaria, l'alterità viene abbracciata senza riserve. Ci si rovescia. E' grazie a questo mutamento che Barth ci ha regalato uno dei romanzi più belli degli ultimi cinquant'anni di letteratura americana.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 14 Giugno 2004
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