LA MASCHERA DELLA MADRE ROSSA
di Valerio Evangelisti

Come definire il tipo di narrativa a cui si dedica Giuseppe Genna? Lui definisce i propri romanzi thrillers, e tecnicamente ha ragione. Però basta leggere i primi capitoli di questo Grande Madre Rossa (Mondadori Strade Blu, pp. 290, € 15,00) per capire che siamo di fronte a qualcosa che, pur innestandosi in un “genere”, lo tradisce e lo sconvolge. In una parola, lo trascende.
Anzitutto per via del linguaggio. Riottoso alla prosa scarna e scabra, se vogliamo apparentemente banale, dei grandi autori di romanzi a suspense, Genna privilegia il virtuosismo stilistico, coltiva l’iperbole, tenta esperimenti inusitati all’interno di un contenitore che normalmente li tollera poco. Si capisce presto che il suo intento è proprio sfondare il contenitore, non per distruggerlo, ma per annullarne la separatezza dal resto della letteratura.
Per arrivare a simile risultato, Genna ha proceduto per fasi, scandite dai suoi ultimi tre romanzi. In Nel nome di Ishmael le pagine che sorprendevano per le acrobazie di stile (memorabili quelle su Kissinger) erano isolate, e attendevano il lettore all’angolo di un percorso fatto di scrittura elegante ma tutto sommato convenzionale. In Non toccate la pelle del drago (a mio parere meno riuscito), le dosi di sperimentazione e di aderenza alle convenzioni in pratica si equivalevano, senza dare vita a una cifra definita. In questo Grande Morte Rossa, finalmente, la vertiginosità dello stile fa tutt’uno con la trama, vi si integra, le appartiene. Se vogliamo restare nell’ambito del thriller è un po’ come se Dario Argento, capace di inserire inquadrature da capogiro in film deboli e farraginosi, avesse trovato infine una sceneggiatura capace di valorizzare a ogni passo la sua maestria.
Ma veniamo alla storia. Che cos’è la Grande Madre Rossa? Un po’ è la Morte Rossa di Poe: la grande falce che tutto uccide e, così facendo, tutto purifica. Ma, su un piano più concreto, è un’organizzazione terroristica. Anzi, è l’Organizzazione Terroristica in assoluto, quella definitiva, al di là della quale non può esistere null’altro di più spaventoso.
Genna ci aveva abituato ai complotti di portata transnazionale, come quelli della società segreta di pedofili de In nome di Ishmael o delle triadi cinesi – in procinto di divenire governo mondiale – di Non toccate la pelle del drago. Nel caso della Grande Madre Rossa la portata si fa universale e diabolica. Il fine della setta è lo stesso di uno degli anarchici de Il diavolo al Pontelungo di Bacchelli: distruggere tutto perché, un giorno, tutto possa tornare a germogliare. Ripristinare il deserto primordiale, regredire all’innocenza (ed esiste ancor oggi una corrente libertaria, detta “primitivista”, che si propone, con mezzi infinitamente più blandi, un obiettivo non troppo dissimile).
Genna ci anticipa questo programma nel capitolo iniziale del romanzo, in cui l’esplosione del Palazzo di Giustizia di Milano è descritta nelle forme di un evento cosmico, in cui la materia si disperde per ricadere in un’altra configurazione; o, in alternativa, in quelle di un evento alchemico, coincidente con la fase della cosiddetta “opera al rosso”, premessa alla trasmutazione definitiva. Segue l’inchiesta, condotta dal suo personaggio abituale, l’ambiguo ispettore Guido Lopez (nato sulle pagine del primo romanzo di Genna, Catrame). Solo che anche Lopez è nel frattempo mutato. La sua personalità si è andata assottigliando, invece di ispessirsi, via via che crescevano le dimensioni del nemico da combattere. Qui è quasi un mero registratore di eventi, senza alcuna psicologia precisa. Persino la sua qualità di poliziotto è passata in second’ordine. Si accosterà alla verità solo partecipando a una variante da cortile dell’I Ching, in cui si tratta di colpire delle bottiglie con delle comuni bocce, e ogni colpo giunto a segno corrisponde a una risposta in armonia con la realtà del cosmo in quel momento preciso. Il colpo più fortunato, che gli consentirà di accedere a un abbozzo di conoscenza, sarà legato all’icona di Ulrike Meinhof, che domina l’intera impresa della Grande Madre Rossa.
Come reagirà il pubblico a questo romanzo, così profondamente anomalo? Non lo so. Certo reagiranno male gli abitanti di Milano 2, su cui Genna fa piovere strali intinti di vetriolo; o quanti, legati al centrodestra, coglieranno una quantità di riferimenti molto trasparenti e mica tanto piacevoli. Ma la trasparenza si arresta qui; il resto appartiene a un lettore molto avvertito. Diciamo pure: “iniziato”.
Un’ultima osservazione. Secondo ciò che mi è stato riferito, la statua tombale che ricorre nel romanzo – recante la scritta “Non dire a nessun perch’io son morta”, e raffigurante una donna che pare in preda all’orgasmo – esisterebbe davvero, nel Cimitero Monumentale di Milano. Spero che la sua lettura non sia quella che Genna propone. Meglio pensare a qualche eccesso sessuale, riferito alla vita, piuttosto che all’incombere della Morte Rossa. Pardon, della Grande Madre Rossa.