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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Parazzoli: 'per queste strade
familiari e feroci (risorgerò)'

parazzolibn34.jpgAnzitutto una notazione personale: il nuovo romanzo di Ferruccio Parazzoli inizia con il ritrovamento del corpo di una donna in coma tra i sacchi della spazzatura dietro piazza Martini - cioè la piazza della mia infanzia, nel quartiere di Calvairate. Questo incipit, per me estremamente ambiguo, mi ha messo con le spalle al muro: non un'invocazione alla musa bensì al mio muso, questa la fantasia che mi ha còlto. Come se, avendo io scritto un libro insieme a Parazzoli (e Michele Monina: intendo I demoni), fossi chiamato da una provocazione d'autore a prestare un surplus di attenzione. Mi sono calato in un ruolo che non mi si adatta e che perverte ogni lettura: quello dell'osservatore privilegiato. Questa mistificazione segreta e banale, riconoscibile soltanto da Parazzoli e dal sottoscritto, è il segno di quanto sta diventando, in tempi di narrativa in fermento, la figura di Ferruccio Parazzoli nell'orizzonte della letteratura italiana: un cattivo demiurgo. Uno scrittore che viene scambiato per cattolico, ma che di cattolico ha ben poco se non le illusioni perdute, o per gnostico, ma che dello gnostico non ha l'enfasi. In pratica: Parazzoli, con per queste strade familiari e feroci (risorgerò), a mio modo di vedere il suo romanzo più bello, stende una profezia in forma fenomenologica - un resoconto laico formulato al dittafono di una disperazione senza fondo, che è essa stessa la salvezza impossibile e che costringe alle due parentesi del titolo.

Parazzoli non è mai arcontico e quindi non può essere uno gnostico nella norma. Quando sembra esaltare l'iperbole del nulla con enfasi maligna (si vedano le sconcertanti, infernali visioni di Nessuno muore, sorta di controvangelo in forma di parodia omerica), si sa benissimo che egli finge. Parazzoli scrittore finge sempre ed è per questo che la sua raffinata scrittura, delicata e spesso afona, si configura sensibilmente come trappola: non si sa mai cosa egli davvero pensi, sembra che il suo esercizio stilistico consista nel sottrarre sangue a se stesso e al mondo, per instillare il liquido di contrasto opalescente di una letteratura che descriva o immagini il non descrivibile e il non immaginabile - e cioè la fine del mondo in forma di normalità. Perfino la conduzione della sua carriera letteraria appare mitigata da una sorta di sordina volontariamente autoimposta. Il che non coincide precisamente con l'atteggiamento nicodemico dello scrittore che desidera scomparire nella sua opera. L'atteggiamento di Parazzoli, piuttosto, manifesta la perversione nipponica di chi non si scosta mentre la katana muove contro di lui il fendente decisivo. Però, mentre il perverso nipponico è grossolanamente metafisico (pensa, cioè, all'illusorietà del reale e ci crede davvero), Parazzoli dimostra una perversione ancora maggiore, poiché egli pensa evidentemente all'illusorietà del mondo, ma non ci crede. I sottolivelli dei romanzi di Parazzoli nascono da questa perversione dell'incredulità - un'incredulità apocalittica, che è l'esatto contrario dello thaumazein. Questa impossibilità di meravigliarsi per qualunque cosa, se non per questa incredibile impossibilità di meravigliarsi, è la fine del tempo: è l'apocalisse qui e ora, è la temporalità demitizzata. Tutto non va al suo fondo, ma nemmeno va a fondo. Al polo opposto della metafisica poetica (sia chiaro: del laicismo metafisico) di Parazzoli, che è metafisica potentissima in quanto debolissima, sta Robert Walser: qui e ora, per Walser, si dà la salvezza e la redenzione in forma di evidenza stupefacente, mentre per Parazzoli qui e ora non si dà né salvezza né redenzione e questo accade nelle forme di un'evidenza per nulla stupefacente. Perfino l'ultima mitologia barocca che salva la pienezza della parola, vale a dire l'emblema della "polvere", viene scantonata da Parazzoli in questo pervertimento del messianico. Che è, precisamente, il pervertimento del laico. Dal punto di vista della poetica filosofica, Parazzoli gioca una partita a scacchi impossibile, in cui i pezzi vengono mangiati ma restano sulla scacchiera - una partita a scacchi in cui le regole funzionano, sono quelle che muovono il gioco, ma il cui principio entropico invece non funziona. Parazzoli emenda il mondo e l'uomo dall'entropia. E nemmeno si può dire che i pezzi mangiati rimangono sulla scacchiera in forma di spettri: no, il cavallo è mangiato, sarebbe eliminato, ma non viene eliminato e mantiene intatte le sue potenzialità. Il fatto apocalittico: quando le potenzialità rimangono immutate, e lo rimangono per sempre, non esiste nessuna potenzialità, poiché l'attuazione dei potenziali è sfumata. Un'eternità che nemmeno ingabbia, che non è eroica neanche nella sopportazione titanica del tempo che non sfuma: un'eternità in divenire è un ossimoro, e Parazzoli, con questo nuovo romanzo, dà carne tumefatta a una serie impressionante di ossimori.
Anzitutto la voce narrante, il protagonista (se così si può dire: nessuno muore e quindi nessuno è protagonista, anche se qualcuno muore davvero - ma, morendo in un romanzo, non muore per davvero) è un prete. Ora, scrivere nel 2004 un romanzo, peraltro il romanzo laico, che ha per personaggio principale un prete è un suicidio. Perchè lo è? Perché la Sposa di Cristo si è suicidata. Cosa evoca oggi un prete? Intendo comunemente: cosa suggerisce? Ai laici, questo: tristezza, un corvo, depressione, bontà sociale. Dio, non lo evoca. Scoprire, come tratto fondamentale del prete di Parazzoli, che egli è animato da un'inesplicata e persistente allegria, è inquietante. E' inquietante perché la sempiternità genetica di questa allegria mette sotto scacco la psicologia: la notazione di Parazzoli sull'allegria di Don Ennio non è psicologica, e nemmeno spirituale. E' e basta. Cos'è questa forma disumana, incredibile, di emotività vuota ma manifesta? Essa sembra sostituire la fede in Dio: la quale è sempre sottoposta al dubbio. L'allegria di Don Ennio non è sottoposta a dubbi, però è un fatto che non traspare nella voce che narra: questa non è la voce di uno allegro. Eppure il narratore ci dichiara la sua allegria, sempre, continuamente: un'allegria che si trasforma in tormento è inconcepibile. Sarà forse l'allegria di naufragio? Non si sa, ma lo si può sospettare, perché oggi ogni prete è un naufrago.
E' che la questione della voce narrante offre un'indecidibilità patologica al lettore. In questo senso Parazzoli è un demiurgo cattivo: inoculare indecidibilità è il sofisma del diavolo, è la divisione abissale tra uomo e mondo, tra uomo e Dio. Questa normalità, questa lana di polvere della storia, questa depressione sotto controllo vissuta in forma di allegria - è tutto troppo, è un peso che schianta: "Quella domenica avrei dovuto commentare il brano del vangelo di Luca: l'uomo che, a mezzanotte, va a bussare alla porta dell'amico per chiedergli tre pani. Invece mi ritrovai, non so perché, a interpretare a mio modo il tema della parabola. Naturalmente nessuno ci fece caso. Quanto il prete dice in chiesa lo si prende comunque per buono, sempre che si stia ad ascoltarlo". Qual è l'interpretazione originale data dal prete alla parabola? E' la normalità che, per l'appunto, schianta: "Ho conosciuto un uomo che non ama più - mi ritrovai a dire -. L'amore si era disseccato in lui come una pianta senz'acqua. Non ha innaffiato a dovere, si dirà, colpa sua se la pianta gli è morta. Ma l'amore può germogliare quando meno ce lo aspettiamo, a volte anche nel gelo più assoluto. Conobbi dunque un uomo che non amava più, almeno lui era convinto di non amare come, del resto, ne sono convinti tutti coloro che credono di non amare. Anche quest'uomo, come tutti coloro che non amano più, avrebbe desiderato ricominciare ad amare, ma non aveva il coraggio di confessarlo neppure a se stesso. Sapeva solo che doveva aspettare. E così faceva, aspettava, anche se non sapeva di aspettare, e questo aspettare era già, senza che lo sapesse, un segno di amore...". Impossibile che esista un amore naturale? Un amore senza consapevolezza? Esiste un fare della coscienza oltre la consapevolezza? Questa reiterazione della negazione che si fa persistente tautologia ("un uomo che non amava più, almeno lui era convinto di non amare come, del resto, ne sono convinti tutti coloro che credono di non amare") è uno stare che, probabilmente, non è né esistenziale né spirituale. Non è nemmeno la griffe di una poetica del surreale, il che costituirebbe una caduta nel depistaggio praticato da Parazzoli come norma stilistica e filosofica. No, qui ci si rende conto che non ci si rende conto. Il regno di Dio è già in terra - e sarebbe questo? Ecco l'ultima meraviglia che si riserva Parazzoli.
Scorrono, come perle normali di un normale rosario, molte storie in questo romanzo: la normalità e l'eccezione alla norma si equivalgono, ovviamente. La bimba ecuadoregna che parla con la Virgen de los desamparados equivale alla bimba che muore per affezione polmonare genetica. Il filo che tiene unite le perle del rosario è la vicenda del coma di Paola, la ragazza ritrovata in piazza Martini, unico credibile contenitore proiettivo di vita emotiva - una crisalide emotiva, si vorrebbe dire.
per queste strade familiari e feroci (risorgerò) non è un testamento spirituale, e nemmeno un romanzo apocalittico nel senso comune che viene conferito all'apocalisse. E' piuttosto l'anamnesi dell'anima di uomo che, siccome ha sempre segretamente saputo che qualcosa ci si può aspettare dalla fine, ha smesso di aspettarsi qualcosa dall'inizio. "Come potrà, dunque, non amarci Dio?": la domanda che chiude il romanzo di Parazzoli non pretende di riassumere lo spirito di un'epoca - purtroppo fa di più, dipinge lo stato psichico di tutti coloro che, incapaci di ascesi e non confidenti nell'eccezionalità della Grazia - hanno smesso perfino di credere che la letteratura erediti alcunché dalla metafisica. E' il motivo per cui per queste strade familiari e feroci (risorgerò) costituisce il romanzo più laico della contemporaneità italiana.

Ferruccio Parazzoli - per queste strade familiari e feroci (risorgerò) - Mondadori - 17 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 4 Giugno 2004

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