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D'Arrigo: 'Horcynus Orca'
 A pranzo con un dirigente editoriale e altri scrittori: "Horcynus Orca è un libro per scrittori che, tra l'altro, non ha inciso sulla storia della letteratura italiana". Enorme sproposito: bisogna attendere il lento e geologico processo di sedimentazione di un'opera all'interno della vasta corrente della tradizione letteraria. Io credo non soltanto che Horcynus Orca sia un romanzo totale e totalmente presule nella tradizione dell'anodinia narrativa italiana, ma ritengo anche che sia l'unica ipernarrazione italiana del Novecento che durerà e che influenzerà a lungo il nostro romanzo. Fatto sta che c'è ancora chi ha dubbi circa la grandezza del progetto e della riuscita con cui Stefano D'Arrigo lavorò al suo capolavoro: Mondadori ha perduto i diritti dell'opera, prontamente rieditata (l'anno scorso) da Rizzoli.
Horcynus Orca soltanto sloganisticamente è stato definito "il Moby Dick europeo". Lo è in quanto si tratta di una storia elevata su e verso un grado di sapienzialità. Non lo è in quanto non ha intercettato nulla di corale o epico rispetto al contesto collettivo europeo - e non perché non fosse un'opera riuscita, ma proprio perché quel contesto non esisteva, non esiste, inizia a formarsi in questi anni.
Incontestabile, a ogni buon conto, che Horcynus Orca sia una narrazione eversiva rispetto al microscopico alveo letterario nazionale. E non per questioni di stile. E' piuttosto per l'impostazione strutturale che D'Arrigo si strappa al normosentimento della letteratura prosastica novecentesca (quella italiana, beninteso): la vicenda di 'Ndrja Cambrìa configura una variazione mitica, sui protocolli di Gilgamesh e dell'Odissea e della Bhagavad Gita, disinteressandosi alla storia di un'anima in quanto tale (tradizione del romanzo borghese, di formazione - in questa categoria, l'esponente fondamentale è Tozzi), ma realizzando la storia di un'anima in quanto storia di ogni anima.
Una volta di più, per comprendere l'ampiezza della riuscita narrativa di D'Arrigo è necessaria una svolta critica che, al momento, non pare all'orizzonte. Bisognerebbe, cioè, esaminare i nuclei strutturali di Horcynus Orca alla luce della tradizione sapienziale a cui lo stesso autore si richiama: il sapere alchemico, soprattutto, oltre che i rimandi biblici, che sono utilizzati però alla luce dell'interpretazione ermetica delle Sacre Scritture.
Quest'opera ermeneutica viene comunque svolta, per avvicinamento progressivo, nella splendida prefazione di Walter Pedullà, autentica gemma acclusa alla nuova edizione Rizzoli di Horcynus Orca. Pedullà si assume l'oneroso compito della chiarificazione emblematica alla luce dei saperi che è abituato a ingaggiare - qui utili soprattutto quando sono di matrice psicoanalitica. E' la direzione generale che, tuttavia, potrebbe mutare, rovesciarsi, precisamente virando lo sguardo verso l'alto anziché verso il basso: non la scoperta dell'inconscio, ma l'assalto al superconscio è la traiettoria di Melville e anche di D'Arrigo. Il momento topico di Horcynus Orca - quell'incredibile consapevolezza commista a thaumazein rispetto al proiettile che è latore di morte (di quale morte?) - è uno dei segnalatori della molteplicità di intenti che D'Arrigo si pone affrontando un ciclo karmico non soltanto individuale, ma anche collettivo, alla ricerca del superindividuale. Quando, richiamandosi ad Anatomia della critica, Pedullà individua nel Leviatano uno dei nuclei emblematici della narrazione di Horcynus Orca, il critico illumina esattamente l'impossibilità di riportare alla storia mitica in quanto trama esterna, da raggiungere tramite scrittura - e infatti egli si appoggia alla nozione di romance, per tentare di spiegare l'inesplicabile ricorso totalizzante a un mito che sembrerebbe avvertito come esterno, ma che invece, alla luce degli sviluppi storici e delle analisi jungeriane, è forse uno dei miti viventi e non ripianabili attraverso trama narrativa che persistono oggi in occidente.
Stefano D'Arrigo - Horcynus Orca - con prefazione di Walter Pedullà - Rizzoli - 25 euro
'Horcynus Orca': la scheda
Pubblicato per la prima volta nel 1976, dopo una riscrittura durata vent'anni, Horcynus Orca è il capolavoro di Stefano D'Arrigo, qui riproposto in una nuova edizione con le ultime inedite correzioni d'autore.
Diviso in due parti, il ritorno in patria e la partenza verso la morte, Horcynus Orca racconta l'odissea di un giovane eroe moderno, 'Ndrja Cambrìa, marinaio della fu Regia Marina durante la seconda guerra mondiale, che percorre a piedi le coste della Calabria per arrivare in Sicilia, sullo Stretto di Messina, a Cariddi, dove vive il padre dopo la scomparsa della madre Acitana. E' il 1943 e la vicenda si compie nell'arco di tre giorni. Sulla sponda siciliana viene traghettato da Ciccina Circé, la "femminota" contrabbandiera di sale, divinità femminile ambigua del giorno e della notte. Sibilla e Sirena, multiforme e misteriosa creatura che fa da perno al romanzo, colloquio notturno e discesa agli inferi, è la madre, l'amante, la compagna, è dispensatrice di amore e di morte. Numerosissimi sono i personaggi del romanzo, le scene, le storie, come i livelli di lettura possibili: da onirico a realistico, visionario, evocativo, favoloso, mitologico...
Le fere, i delfini, e l'Orca sono gli estremi di un epica totale, dove l'Orca è colei che dà la morte ma anche colei che troverà la propria fine, in una circolarità infinita. L'Orca immortale muore, aggredita prima dai delfini e poi presa a cannonate dagli inglesi sullo Stretto. Subito dopo muore in mare anche il protagonista "e fu come se porgesse volontariamente la fronte alla pallottola, che gli scoppiò in mezzo agli occhi con una vampata che lo gettò per sempre nelle tenebre".
Romanzo di amore e di addio, Horcynus Orca cresce sulla trama di una sperimentazione formale continua, di una lingua che inventa se stessa dentro l'incessante ricerca del protagonista e dove tutto si traduce in parola. E' Una proliferazione di senso e di sensi che deborda, eccede, esplode.
Opera radicale e per questo solitaria, dove tutto procede dalla parola e nella lingua s'incarna e si disfa. Parole nuove e impossibili per raccontare l'indicibile, per inchiodare come un entomologo la vita che corre sulla pagina ferma. Ossessione del non-finito, dissoluzione e eternità in un libro-mondo che è anche la maggiore opera della nostra narrativa dedicata al mare e che compete "in visionarietà realistica, audacia e ricchezza d'immaginazione con le più belle e proverbiali opere marinare di ogni altra letteratura del mondo" (Walter Pedullà).
Camilleri: "Il portento D'Arrigo"
di Andrea Camilleri
[la Repubblica, 3 novembre 2000]
Credo sia un caso unico nella storia dell' editoria mondiale che la correzione delle bozze di un romanzo, del quale è autore Stefano D'Arrigo, duri quasi diciannove anni e che al termine di questa portentosa e tormentata revisione, il romanzo cambi titolo e raddoppi il numero delle pagine attraverso una tale quantità di innesti che, se lasciano sostanzialmente intatta la trama e gran parte degli episodi originari, in realtà finiscono col creare un romanzo nuovo e diverso dal primo, da esso a un tempo dipendente e indipendente. Come se due gemelli nascessero a diciannove anni di distanza l' uno dall' altro, ma il secondo venisse alla luce avendo già assorbito l' esperienza della vita vissuta dal primo. Durante questo lungo percorso ricreativo, cento pagine all' incirca avranno un altro titolo provvisorio: I giorni della fera. Così infatti Elio Vittorini titolerà due capitoli de I fatti della fera quando li stamperà, nel 1960, sul Menabò. I due capitoli saranno corredati da una nota dello stesso Vittorini e da un glossario redazionale, redatto «contro lo stesso parere dell' autore». Infatti Stefano D' Arrigo si ribellò con violenza alla richiesta di Vittorini d' approntare lui stesso un glossario, né voleva che fossero altri a farlo; lo stesso atteggiamento tenne quando gli vennero inviate le bozze del glossario perché le rivedesse (quasi che «fossi la vedova di me stesso defunto», scrive all'amico Zipelli). Quelle cento pagine pubblicate dal Menabò se da una parte mostrarono in tutta la loro interezza la straordinaria forza del linguaggio di D' Arrigo e la sua stravolgente potenza visionaria (io ne rimasi letteralmente atterrito), dall' altra, a mio parere, misero una sorta d' ipoteca sul futuro romanzo. Quando infatti, nel 1975, Mondadori pubblicò Horcynus Orca, fra i tanti che ne scrissero entusiasticamente, ci furono i molti che misero mano alla bilancia e al metro lineare. In Italia esiste una particolare categoria di critici e di recensori i quali hanno una loro precisa e ragionieristica (e stitica) opinione sulla quantità catastale entro la quale uno scrittore deve mantenersi: a parer loro, Horcynus Orca era «troppo lungo». E intonavano il lamento: «Ahi! Ahi! Se fosse rimasto dentro la misura delle duecento pagine quale capolavoro avremmo avuto!». E invece, con tutte le 1257 pagine, Horcynus Orca è un capolavoro assoluto, uno dei pochi libri della nostra letteratura del '900 (si contano sulle dita di una mano) destinati a durare nel tempo. Di Stefano D' Arrigo sono stato, in qualche modo, amico. Dico in qualche modo perché Stefano aveva imprevedibili e addirittura fanciullesche impennate. Quando uscì il mio secondo romanzo, Un filo di fumo (del primo ero riuscito a non fargli sapere niente), non volevo mandarglielo per una ragione semplicissima: mi sentivo intimorito dalla sua grandezza. Orazio Costa, il regista mio maestro che era un grande estimatore e amico di Stefano, glielo fece avere. Due giorni appresso Stefano volle vedermi. «Orazio mi ha dato il tuo romanzo, ma non l' ho ancora letto. C' è prima una cosa da chiarire. Il glossario. Perché ce l' hai messo?». «L' ha voluto Garzanti, l' editore». «E l' hai scritto tu?». «Sì». Io mi ero completamente scordato della sua storia con Vittorini e non capivo dove volesse andare a parare. Alla mia risposta affermativa mi guardò in un modo che non so ancora definire. E certamente non volle leggere il romanzo del quale, nei successivi incontri, non si parlò mai più. La Pasqua del 1976 la passò con sua moglie Jutta e Orazio nella mia casa in Toscana. Furono giorni felici fino al momento in cui seppe che un mio amico, che abitava a due passi, aveva un ospite, un noto pittore. S' abbuiò, proclamò con violenza che per nessuna ragione al mondo l' avrebbe incontrato, non volle più uscire da casa. Il mio amico, opportunamente avvertito, venne a farci gli auguri di Pasqua nottetempo. Parlammo a bassa voce come congiurati per non svegliare Stefano che dormiva al piano di sopra. L' episodio che ricordo con autentica commozione capitò a Messina. Avevano deciso di dargli la cittadinanza onoraria e Stefano volle che Orazio e io fossimo con lui in quell' occasione. Io mi portai appresso mia madre che poi avrebbe proseguito verso il nostro paese in provincia di Agrigento. Mia madre era avanti negli anni, un pochino sorda e certe volte non ci stava con la testa. Tra lei e Stefano nacque, a prima vista, una specie d' innamoramento, non saprei come altrimenti chiamarlo. Una mattina doveva esserci una solenne cerimonia all' Università in onore di Stefano, l'appuntamento era nella hall dell' albergo per le nove e mezzo. Scesi, non vidi mia madre, dissi al portiere di chiamarla nella sua camera. «La signora è già uscita». Mi spaventai, mamma non conosceva Messina, dove diavolo poteva essere andata? Il portiere però mi tranquillizzò. «Guardi che la signora è uscita col signor D' Arrigo». La prima persona che vidi arrivando all' Università, fu proprio mia madre. Era molto contenta, mi raccontò che Stefano l' aveva fatta svegliare presto, che l' aveva portata a vedere il porto e che poi, all' Università dove l' aspettavano i giornalisti per intervistarlo, si era fatto fotografare con lei tenendola abbracciata. Qualche tempo dopo vidi una di queste foto stampate su un giornale. La didascalia diceva: «Lo scrittore Stefano D' Arrigo con sua madre»
Corpo a corpo con 'Horcynus Orca'
di Maria Pia Ammirati
Quando nel 1975 uscì il romanzo di Stefano D'Arrigo, Horcynus Orca, la critica si divise nettamente a metà: una parte di essa, tra cui Pontiggia Gramigna e Pedullà, parlò di capolavoro, un'altra stroncò il libro mettendone in rilievo soprattutto la prolissità. Il titolo all'articolo di Enzo Siciliano suonava più o meno così: L'orca me la faccio in fritto misto, ed era certo un titolo-stroncatura che rivelava qualcosa in più del giudizio sul libro, dentro quel titolo c'era anche l'eco di un'attesa delusa, l'attesa di un tempo lungo, lunghissimo, che aveva covato per quindici anni la vicenda editoriale dell'Horcynus Orca. La pubblicazione del '75 era, infatti, il termine di una tormentata storia editoriale e creativa cominciata nel '58 quando D'Arrigo, con due capitoli del libro ancora in costruzione, vinse il premio Cino del Duca. Allora fu Vittorini che propose di pubblicare l'intero romanzo da Mondadori. Partito il contratto D'Arrigo si mise al lavoro e nel 1960 consegnò all'editore il romanzo con il titolo I fatti della fera. Ma il primo giro di bozze, che avrebbe dovuto concludersi in quindici giorni, non si chiuse mai, e il libro che sarebbe dovuto uscire nel 1961 uscì solo quindici anni più tardi, quando D'Arrigo finì di lavorare e rilavorare alle infinite stesure e ai continui ampliamenti del romanzo. I fatti della fera si trasformò (e crebbe) nell'Horcynus Orca, un romanzo quasi doppio rispetto alla prima stesura.
Assieme alle pagine crebbe anche la mitologia di uno scrittore ostinato a scrivere quello che lui stesso riteneva un grande capolavoro del Novecento. Se ne convinse anche Arnoldo Mondadori che con Nicolò Gallo, l'allora direttore editoriale della casa editrice, andò a far visita a D'Arrigo per convincerlo a consegnare il romanzo. Arnoldo Mondadori si arrese al personaggio D'Arrigo e alla sua irriducibilità e anche lui, con gli altri, si mise in attesa dell'evento lasciando crescere attorno al romanzo la curiosità e il mito del capolavoro, la cui uscita si rimandava di anno in anno.
[...] L'epopea simbolica del protagonista 'Ndria Cambria, il giovane marinaio che nell'autunno del '43 ridiscende l'ultimo tratto della penisola per tornare a casa, fra le due versioni rimane immutata. I cambiamenti più consistenti riguardano la seconda parte del romanzo alimentata da molteplici episodi e da quel lavorio incessante sul tessuto delle parole che ha prodotto quel meraviglioso impasto linguistico, incrocio di dialetto, lingua colta e popolare e neologismi. Del resto D'Arrigo non finì mai di misurarsi con quel suo romanzo arduo e complesso, nel quale aveva ricostruito un universo mitologico e simbolico insieme fatto di un intreccio mirabolante di storie (e di Storia), tutte costruite con un lavoro maniacale di appunti, ricostruzioni e mappe. Un corpo a corpo che durò anche dopo la pubblicazione e fino alla morte dello scrittore avvenuta nel 1992.
'Horcynus Orca' e la struttura simbolica del viaggio
di Daniela Baroncini
Un'opera vasta e complessa come il romanzo di D'Arrigo, vero e proprio monstrum nel panorama letterario contemporaneo, sembra sottrarsi ad ogni interpretazione unilaterale, ma nello stesso tempo, per un singolare paradosso, pare quasi orientare a una lettura in chiave prevalentemente simbolica. Si può allora affermare che in tale prospettiva il tema fondamentale sia rappresentato dal viaggio.
È superfluo ricordare le origini antiche di questo motivo topico, sul quale in ogni epoca sono fiorite variazioni molteplici. Occorre invece sottolineare che dal baudelairiano voyage "au fond de l'inconnu" l'idea del viaggio ha ispirato la poesia del nostro Novecento, da Ungaretti (La Terra Promessa, Il taccuino del vecchio) a Caproni (Il passaggio d'Enea, Il congedo del viaggiatore cerimonioso), influendo anche sulla scrittura narrativa, come nel caso di Pavese, di Landolfi (La pietra lunare) e soprattutto di Vittorini (Conversazione in Sicilia), i quali raccontano con accenti del tutto personali il viaggio simbolico verso le origini.
La narrazione è condotta da D'Arrigo lungo il filo di un nostos omerico, compiuto da un giovane marinaio siciliano reduce dalla guerra e di ritorno verso la terra natale. La prima parte del racconto, fino all'apparizione apocalittica dell'Orca nel mare dello Stretto, si mantiene sostanzialmente fedele a questa struttura lineare. Ma gradualmente, fatalmente si direbbe, la linearità del percorso si frantuma e si dissolve in una trama complessa di incontri - l'idea del viaggio dantesco - ai quali si intrecciano poi, seguendo il fluire libero dell'immaginazione e della memoria, sogni, ricordi e visioni. Il tempo reale sprofonda progressivamente, quasi insensibilmente, nella temporalità magmatica della coscienza. Al viaggio in superficie corrisponde un viaggio nell'oscurità degli abissi acquorei, abitati da creature sfuggenti, ambigue, ossimori pericolosamente seducenti. Particolarmente degna di nota è l'intensità simbolica e visionaria della rappresentazione del cimitero delle "fere", negli inferi di Vulcano. Il carattere simbolico e a tratti epico della narrazione risulta inoltre accentuato dalla singolare invenzione linguistica, impasto perfettamente coerente di elementi dialettali, arcaismi, neologismi e linguaggio colto, che custodisce gelosamente il segreto indecifrabile della propria origine.
Come l'Ulisse pascoliano, il protagonista di Horcynus Orca ritrova un mondo profondamente cambiato, irriconoscibile. E come l'Ulisse pascoliano egli compie fatalmente l'"ultimo viaggio" verso la Morte e il Nulla, "dentro, più dentro dove il mare è mare". E nel Nulla s'inabissa il viaggio alle origini e alle Madri, tentativo estremo di recuperare un passato irrimediabilmente perduto.
Stefano D'Arrigo: biobiblio
Stefano D’Arrigo nasce il 15 ottobre 1919 ad Alì Marina, oggi Alì Terme, sul versante jonico della provincia di Messina. Il padre Giuseppe, lascia la famiglia poco dopo la sua nascita per emigrare negli Stati Uniti in cerca di fortuna.
Ad Alì Terme frequenta le scuole elementari, trasferendosi poi a Milazzo per seguire le medie e il liceo. Nel 1938 si sposta a Messina per iscriversi all’Università; dove conseguirà la Laurea in Lettere discutendo la lirica del poeta tedesco Friedrich Hoelderlin.
Chiamato alle armi mentre è ancora studente, viene destinato a una formazione di cosiddetti “Volontari Universitari” e arruolato come autiere per partecipare a un corso di allievi ufficiali nel bellunese. Escluso e rimandato in Sicilia, fa in tempo ad assistere allo sbarco alleato e vivere varie vicende ed esperienze. Nel 1946 si trasferisce a Roma dove comincia a svolgere ricerche per conto di musei, gallerie d’arte, collezionisti; lavora per un breve periodo al “Tempo” e al “Giornale d’Italia” e inizia a collaborare a varie riviste fra cui, come critico d’arte, al settimanale “Vie Nuove”.
Nell’ottobre 1950, in una lettera alla moglie Jutta, accenna al progetto per un’opera di vasto respiro. Nel 1957 pubblica una raccolta di poesie “Codice Siciliano”. Nel febbraio del 1975 esce ”Horcynus Orca”.
Tra gli altri scritti di D’Arrigo, due significativi saggi, “Omiccioli sino a Scilla”, firmato Fortunato D’Arrigo (Fortunato è il primo nome dell’autore), Catalogo per Omiccioli (Roma, Studio d’arte Palma, 1950), e “La grandezza in pietra di Mazzullo”, in Catalogo della Mostra antologica dell’opera di Giuseppe Mazzullo, Palermo, Palazzo dei Normanni, maggio-luglio l977, pp 7-l0.
Nel 1985 esce il romanzo “La cima delle nobildonne”, un’opera di narrativa di indirizzo tematico e stilistico profondamente diversa dal capolavoro precedente.
Il due maggio del 1992 muore a Roma.
'Horcynus Orca': D'Arrigo, il nuovo Achab
di Lorenzo Mondo
Il primo, visibile affioramento dell'Orca avvenne nell'agosto del 1960. Quando nel terzo numero della rivista Il Menabò, edita da Einaudi, diretta da Vittorini e Calvino, fu pubblicato un lungo frammento, ben cento pagine, di un romanzo intitolato I giorni della fera. L'autore, Stefano D'Arrigo, era pressochè sconosciuto. Siciliano di nascita, aveva partecipato a uno scampolo di guerra alla vigilia della disfatta. Si era laureato in letteratura tedesca con una tesi su Holderlin, aveva soltanto pubblicato, figuriamoci, una raccolta di versi. Viveva a Roma e si occupava di arte. Vittorini, presentandolo, rilevava la complessità di una lingua in cui l'italiano si mescolava arditamente con un dialetto che, oltre ad attingere alle sue radici arcaiche, appariva spesso inventato. Tant'è che, suscitando le ire dell'autore, accompagnava quelle pagine con un glossario. Fosse bastato. Si comportò infatti con D'Arrigo come aveva fatto con altri scrittori, tra i più grandi, che pure aveva scoperto e lanciato: avanzando dubbi e riserve, come se gli dispiacesse riconoscerne l'importanza perchè mettevano in forse, non il suo gusto avvertito, ma l'idea di letteratura che professava a quel tempo, sedotta dai temi della cultura industriale. Ammetteva di non avere «nessuna simpatia né pazienza per i dialetti meridionali» che, derivando per lo più da una cultura contadina, erano «tutti portatori di inerzia, di rassegnazione, di scetticismo, di disponibilità agli adattamenti corrotti, e di furberia cinica». Non era il caso di D'Arrigo, che pure veniva messo sull'avviso.
Nasceva comunque, tra i lettori di fino e gli addetti ai lavori, l'attesa di leggere il romanzo per intero, e la curiosità per il mostro marino al centro della narrazione non andava disgiunta da quella per il suo misterioso, refrattario creatore. Pareva cosa fatta, non per iniziativa di Einaudi (il che valeva come una ulteriore presa di distanza), ma di Mondadori. Nei battages promozionali si parlò del 1961 come l'anno di D'Arrigo. Cominciò invece da allora il corpo a corpo di Niccolò Gallo e Vittorio Sereni, alla Mondadori, per strappare allo scrittore il fantomatico dattiloscritto. L'editore arrivò a lusingarlo con inconsueti anticipi e rimborsi spese. Ma dovettero passare altre estati, e inverni, e mezze stagioni. Per 15 anni D'Arrigo, ridotto a una segregazione eremitica, lavorò di giorno e di notte a riscrivere, dilatare, trasformare un romanzo che, nelle più segrete intenzioni, avrebbe dovuto interrompersi solo con la sua stessa vita. Morì il vecchio Arnoldo Mondadori e lasciò in eredità alla figlia Mimma, alle sue sollecite cure, il contenzioso D'Arrigo. E l'orso cedette infine, non senza pentimenti fino all'ultima ora. Nel febbraio del 1975 il romanzo vide la luce con il titolo definitivo di Horcynus Orca. Dal primo abbozzo del 1956 erano accadute tante cose nel mondo e in Italia, dalla crisi di Suez e dall'invasione dell'Ungheria al terrorismo delle Brigate Rosse, passando per la decolonizzazione, la guerra in Vietnam, disgeli e rigeli nell'Est europeo. L'Orca aveva occupato quel tempo nella sua solitaria, abissale navigazione.
Il lancio editoriale fu pari all'evento lungamente atteso, si tirarono ottantamila copie di un romanzo che risultava impervio anche per le sue 1200 pagine. Non so quante se ne siano vendute, se abbiano ripagato le spese. Mentre la critica appariva divisa, l'autore, alieno da ogni presenzialismo, si svelava personaggio soltanto nel nascondimento e nel silenzio. Ricordo che cominciai a leggerlo in treno, durante un viaggio tra Roma e Torino, e restai subito catturato da quell'inizio: «Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatrè, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina 'Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill'e cariddi». Mi rimormoravo, sul rollìo del treno, quella ripetizione del numero quattro che già avvolgeva di un'aura favolosa i casi del reduce; fantasticavo sulla maiuscola attribuita all'insignificante isola delle Femmine e sulla riduzione a minuscolo luogo comune dei due famosi promontori, vale a dire sul fecondo interscambio tra mito e realtà. Non ho mai avuto dubbi, da allora, sull'importanza di Horcynus Orca, non diminuita dall'uscita, nello stesso anno, di libri come Il sistema periodico di Primo Levi, Il sipario ducale di Paolo Volponi, Passio Laetitiae et Felicitatis di Giovanni Testori. Mi avrebbe confortato nel giudizio lo stesso Levi che, contravvenendo al suo codice stilistico, ammirava il libro «esuberante, crudele, viscerale, spagnolesco» di D'Arrigo. Mentre un lettore come George Steiner confidava, ancora recentemente, di ritenerlo un capolavoro assoluto.
Horcynus Orca esercitava il fascino di un romanzo totale. L'apparizione dell'Orca, incarnazione bruta di un Male che, moltiplicato dalla ridda insidiosa e vorace dei delfini, corrompe un modo antico di vivere e di morire, prendeva un significato epocale. Impressionava poi in D'Arrigo la strenua ambizione di riassumere, reinventandoli, momenti fondamentali della cultura d'Occidente, Omero in primo luogo, ma anche Melville e Joyce. Il viaggio concentrato in pochi giorni, tra soprassalti onirici e scandagli psicologici, di un eroe sconfitto che non troverà la sua Itaca; un coacervo di «balene bianche» alle quali nessun Achab si proverà a dare la caccia. Per tutta quella estate si parlerà del libro, ma con crescente assuefazione, conclusa in disaffezione. E l'Orca finì per inabissarsi un'altra volta, nelle biblioteche, negli studi specialistici, nella memoria degli estimatori. Chi crede nella durata e nella dignità della letteratura si aspetta che torni a riemergere, in mezzo a un pubblico proporzionato di lettori.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 30 Aprile 2004
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