di Franz Krauspenhaar

Chiudi gli occhi: sembra la tenera esortazione di un padre o di una madre al proprio figlio nel metterlo nella culla dopo la ninna nanna. E’ qualcosa di dolce, detto con queste parole. Ma potrebbe voler dire qualcosa di diverso. E infatti è così.
Questo libro dice molte cose. Per esempio la tenerezza che s’insinua nella pelle del protagonista alle prese per nulla viscide con la giovanissima ragazza che gli fa battere il cuore. E poi c’è molto altro, soprattutto. Una vicenda, quella di Montanari, che avrebbe potuto narrarci Piero Chiara se si fosse tolto di botto il cappotto di astrakan e – nudo sotto come un maniaco sessuale – avesse sconfitto con coraggiosa improntitudine l’inevitabile freddo del lago e le mollezze della commedia. Questo personaggio principale, uno sradicato che dopo un decennio torna sul luogo del delitto – che sono anche le sue rinnegate radici- è nudo; non solo perché è così che ci appare in copertina; la sua nudità è psicologica, è la nudità di un ritorno all’ovile del suo “mondo piccolo” dove nulla è stato dimenticato, da nessuno. E lui lo sa. E vuole riparare, più che altro per sé stesso, con lo svelamento della verità.
Un mondo piccolo (o borghesemente piccolo piccolo) che è l’ambientazione lacustre di questo noir sociale e corale di potente, suggestionante modernità. E’ anche come se Guareschi, per prendere un altro nostro grande narratore della provincia ovviamente lasciandone da parte lo stile e i toni, sognasse Don Camillo e Peppone nel 2004, quindi, per lui, nel futuro; e questo sogno Montanari ce lo rappresentasse facendolo diventare un incubo: dunque il burberoso Don Camillo di Guareschi qui appare con la faccia madida di colpa del montanariano Don Alfio, un prete da sottosuolo che non crede se non nella propria incapacità di esser prete –così egli la vive- un prete tormentato alla Bernanos con l’aggiunta della pornografia, specie di rosario notturno snocciolato a colpi di immaginette profane che lo getta ancor più nel senso di colpa e d’inadeguatezza alla sua missione. Il Peppone di Montanari è invece il sindaco leghista o forzista per nulla bonario, insomma è l’arrampicatore che al momento buono se ne lava le mani pulite, anzi ripulite dal riciclaggio delle idee sporche. E le pagine s’infittiscono con fluttuante rigore, lasciandoci ingoiare con passione nell’incubo di una provincia per nulla compatta, bensì sfilacciata come le nuvole d’un cielo basso e opprimente. Le bettole scalcinate, le confidenze intimissime delle fanciulle in fiore, il vecchio delitto non ancora dimenticato né tantomeno elaborato, il sospetto duerrenmattiano, il sesso senza amore e quello stuprato e quello con l’amore, la rabbia e il candore dei giovani, l’adulto che si sente giovane e quello che si sente vecchio, e il vecchio che non si sente più, e i marocchini che, come i bambini di De Sica, ci guardano. Il poliziotto in sedia a rotelle che, rotolando nel livore, più di tutti non ha dimenticato. I cerchi concentrici del sospetto e del malanimo si comprimono capoverso dopo capoverso. Fosse ancora vivo, questo romanzo l’avrei visto ridotto nelle sapienti mani del diabolico regista Henri-Georges Clouzot, l’uomo che spaventava persino i corvi con l’occhio impietoso della sua macchina da presa, quello de “I diabolici” e di “Vite vendute”, il cantore acidulo ma non del tutto cinico delle magagne della provincia francese. Ma anche Chabrol andrebbe bene, per una versione cinematografica: c’è un simile scavo psicologico e la stessa impietosa messa a nudo dello spaccato di provincia osservato al microscopio. Chiudi gli occhi è un romanzo che spaventa (ma niente paura!) per la sua sincerità: si sa, la sincerità talvolta viene vista con sospetto e con ansia. Di la verità nuda e non ti crederanno, di una menzogna opportunamente vestita e vorranno crederci per forza di consuetudine, per pigrizia mentale, per mancanza di fantasia, per ipocrisia. La verità di Chiudi gli occhi è nel microcosmo che respinge il figliol prodigo sospettandolo dell’antico delitto, è il tormento (mitigato dalla povera estasi della masturbazione notturna) del prete ateo, è l’amore puro che s’incastra perfettamente, nonostante tutto, nell’ingranaggio di un incubo – ne è l’inversione di segno e ne è, anche, naturalmente, il risveglio a occhi chiusi. Pieno di batticuori e di puntini sospesi su un di finale aperto, il libro ci tiene all’erta e sospesi in quest’incubo dove tutto fila secondo la logica opinabile del verosimile. E’ realismo d’incubo, questo di Montanari, è naturalismo dei brutti sogni. All’alba moriranno, questi sogni, come quelli belli? Ve lo svelerà l’autore attraverso le sue parole secche e morbide, acuminate e nitide, rannuvolate e piovose. Come in un cielo grigio che ci prende allo stomaco e dal quale non possiamo che venirne catturati, come nelle giornate incerte di certe primavere delle quali non sappiamo se finiranno in pioggia o balugineranno in un sole improvviso. Raul Montanari ci sveglierà dal sogno dicendoci, alla fine, che quello che abbiamo sognato era vero.
Raul Montanari - Chiudi gli occhi - Baldini Castoldi Dalai - euro 14.90