Settimana scorsa, a Parigi.
Ero invitato dal sindaco del IX Arrondissement, per testimoniare la mia solidarietà a Cesare Battisti.
Sono andato.
Ho visto.
Ecco cosa.
Anzitutto ho visto Parigi, attraversandola provenendo da Orly, in una primavera che schiantava. Sulla RER diretta a Notre-Dame, sentivo, parlavano concitati della vittoria della gauche alle amministrative. Riemergendo, poi, dalla buca della metropolitana, solo con il bagaglio trascinandomi per Rivoli, vedevo i barboni vicino a Hotel de Ville, che mi chiedevano una sigaretta. Il traffico era denso, l'aria respirabile però, temprante. All'improvviso, ho deviato, mi sono diretto alla casa di Victor Hugo, in Place des Vosges. L'androne interno era buio e freddo. Sono entrato nella casa-museo. I pavimenti in legno fiammato sapevano di cera e fiori. Le caricature politiche di Hugo, alle pareti, nella prima stanza: le bestie reazionarie, gli idioti di sempre, questa maschera asinina corroborata dall'effimero successo di posizione, questa pagliacciata di male che attraversa la storia come una scossa elettrica. Decrittavo i tratti del disgusto, in china, in carboncino, espresso per salti nervosi dal polso dello scrittore Victor Hugo. La casa è una fuga di stanze, totalmente rifatte, riarredate, finte, quindi deludenti. Le cineserie della sala da letto, i cuscini su cui avrebbe poggiato il capo enorme del macrocefalo, il peso del genio che fuoriusciva dal corpo di notte, nel sopore, nel sonno. Zanche reggevano la soprammobilia: in ceramica, inespressive, sagome orientali pallide, rossi laccati. Perdurava il sentore di cera e rosa. Fino alla stanza ultima, le foto - quasi negativi - minuscole e precise, nitidissime, di Victor Hugo durante l'esilio. Colpevole in patria, qui elaborò la pena e la scrittura. La famiglia, i liberti, gli amici, seppiati: sguardi precisi, nitidi, intenti a forare il vuoto. Lui solo, enorme ombra, spuntone quasi, innaturale, sopra lo scoglio che sporge verso il mare, nella procella: retorico, efficace, più della retorica e dell'efficacia. Il sembiante è quello dell'immane, penoso elefante marino. L'animale pensoso è lava che si sta raffreddando. La ferita terminerà di fare sgorgare, il sangue è nero, atrabiliare Victor Hugo macina l'assenza di pentimento, nella sospensione della pena. Si batterà per la vita di John Brown, l'antinegriero da impiccare sul suolo americano, anni dopo. Gli autografi non tradiscono nulla. Queste non sono tracce, nemmeno emblemi. Sono resti, denti cariati staccatisi dallo scheletro. mineralizzazioni. Passato che è passato. Trascorrimento. Segnale che qui fu una certa umanità, con le sue tragedie, spalancatesi soprattutto nella caverna intima. La pena infinita dell'amore tradito dalla consorte - ed era soltanto l'inizio. La figlia morta, il genero annegato nell'acqua fonda del fiume, nel fango e nelle mucillagini. L'altra figlia impazzita, l'aborigena che portò l'annuncio della morte fu violentata da Victor Hugo. Le infinite lettere, l'emorragia della scrittura, un flusso in uscita, in perdita, che non risarcisce niente nessuno in nessun luogo mai...
Come sarà fisicamente Cesare Battisti? Ho presenti le fotografie che recuperavo mesi fa in Rete. Se ne sono aggiunte altre, barbariche, il volto deformato, sfibrato, stizzito, famelico: l'atto reale isolato, l'evaporazione emotiva, il furto dell'istante, la decontestualizzazione violenta, pervicacemente definitiva, l'aspirazione della fotografia a essere icona, la sua volontà di potenza automatica, questa ribellione che non supera l'epidermide del ribellismo, questa indegnità che desidera sostituirsi al tempo, all'imprecisione, all'errore, al sale umano. Questa stasi schieratasi contro l'uomo.
Un comunismo emotivo. Dev'essere una nevrosi intensa, per me inindagata, che mi porta all'ansia mentre osservo i parigini contemplare le chincaglierie lussuose da acquistare in Rue des Rennes. Si avverte, da più che un poco, lo sgretolamento, il consumo che consuma se stesso, l'impossibilità a reggere, la guerra umana contro la battaglia inumana, premere da sotto - da dove? - la memoria della specie arcaica, basale, primaria, l'istinto che sopravvive, la violenza principiale, l'atto, lo strappo. E, schierata contro questa pressione, la fronte corrugata e vecchissima dell'enorme molosso pietrificato, quello del consumo. Addentare la brioche dà colpa. Dove sconterò io questa colpa? Sorseggio lo schifoso cappuccino schiumato, la lingua fa friggere le bolle della schiuma di latte, eccessiva, avverto la colpa, cammino per perdere questa presenza di colpa.
L'appuntamento con lo scrittore francese è in Place de la Repubblique. Arrivo a piedi, dal torrione di Montparnasse, cammino infinitamente, senza accorgermi, l'aria tiepida e sonnifera, letale, mentre le termiti parigine e turistiche si affannano di buca in buca, sfiorando le piastrelle del métro illuminate dai neon. Io sono in superficie. Walter Benjamin, qui, nel passage, con il pensiero rivolto a...
Lo scrittore francese mi porta dall'editore italiano. L'editore italiano è veneto, è rifugiato, la sua vicenda giuridica è incredibile, almanaccata nelle eccezioni, negli incastri sbagliati di tempi che slittano uno sotto l'altro allo scattare del cambio dei sistemi penali. Anche il fratello, lo hanno fermato in Thailandia, è stato vittima di garbugli. La vita della famiglia, ogni notte, la madre con le valigie pronte per raggiungere il figlio a Parigi, la polizia in casa alle quattro del mattino per giorni infiniti, lividi di sonno, senza pace. La tragedia continuava a esplodere, dice. Quest'uomo è franco, è pacato. Dice che sono sconfitti e che la loro sconfitta non ha vinto, poiché la sconfitta viene mangiata letteralmente dal rotore del tempo che vortica e così la sconfitta rientra nella natura, e invece qui si è di fronte a una sconfitta perenne, che rifiuta di essere assorbita dalla storia, "da voi". Gli atti di pentimento vengono richiesti come patenti di esistenza. Ravvedo nella sua pelle spessa la saggezza contadina dell'idiota che, imberbe, è stato trascinato nella vita attraverso la lena, la fatica, il giogo imbecille delle necessità. Mangiamo e chiedo se l'esilio è una pena e lui dice "non qui, noi siamo privilegiati". E dunque la pena dell'avere ucciso è la pena umana, quella medesima sconfitta che non trascorre all'esterno e non trascorre neanche all'interno: la ruminazione, la colpa impossibile a emendarsi, il foro interiore in cui il giudice interiore condanna sempre e per sempre e continua a condannare il colpevole interiore. "E l'impossibilità di risarcire definitivamente" i parenti, le vittime. E il maceramento. Nell'assoluta assenza di sclerosi: quest'uomo non è fermo ad allora, eppure paga la mancanza di risoluzione di quanto accadde allora. Questo recupero lento, avvenuto, incontestabile. Fuori da questa pena sussurrata, di lui e delle persone offese ai tempi, è soltanto l'immensa nera cintura della vendetta - l'hinterland dell'umano.
Pare incredibile ma "ci sono i fascisti". E' la polizia ad avvertire che, alla Mairie, stazionano elementi di estrema destra, esaltatisi per l'arrivo, in mattinata, di otto deputati italiani di Alleanza Nazionale, venuti a incatenarsi sotto il Municipio, per protestare contro la decisione di offrire una sede istituzionale a una manifestazione di solidarietà a Battisti. Dicono di stare attenti. Mi lasciano solo, lo scrittore francese e l'editore italiano rifugiato. Vado in un enorme negozio di fotocopie a fotocopiare l'articolo di Wu Ming 1, Battisti: quello che i media non dicono. E' stato tradotto di notte, in fretta. Saranno presenti forse duecento persone. Duecento fotocopie in formato A3. L'impiegato che mi spiega come si fanno le fotocopie legge il contenuto del volantino, il nome Wu Ming, si sorprende - mi dice - che il caso Battisti sia arrivato in Cina.
A piedi, verso Poissonnerie, con il sacchetto dei volantini. Il concentramento degli intimi di Battisti: in un bar, verso Lafayette. Arrivo, mi siedo, bevo il kir, inizio l'opera di piegamento dei volantini.
Individuo il gruppo degli intimi di Battisti, che lo scorteranno alla Mairie. Mi vergogno, non so parlare francese. Continuo a piegare i volantini. All'improvviso arriva Cesare Battisti.
E' piccolo. Lo sguardo, seppure non febbrilmente, controlla attorno, compie a scatti trecentossessanta gradi, vede tutto. Si muove gommoso. E' teso. Sorride agli amici che lo attendono. Mi vede nell'angolo buio, mi indica, interrogativo, mi riconosce.
E' distratto. La tensione è enorme. Battisti tenta di seguire tutto ciò che si dice attorno a lui, ma è impossibile. Gli parlo, lo sguardo sfugge. Il sistema nervoso sta reagendo. Gli chiedo cosa si attende, non sa cosa attendersi. Andiamo alla Mairie.
La Mairie del IX Arrondissement si erge come una scultura di calcare lavorata finemente dai titani: impressiona. Gli stendardi sono scossi dal vento. L'assembramento di polizia e servizi segreti è inquietante. Pochi militanti fascisti, sul lato opposto della strada, osservano, sparuti. La Mairie sembra un Quirinale di media statura. Emana un'autorevolezza a cui io, italiano, sono disabituato - qui è come percepire uno Stato atmosferico, non necessariamente nemico. Non mi sento sottoposto alla chemioterapia psichica che avverto violenta se entro nell'istituzione italiana.
Perchè i francesi non hanno avuto il terrorismo che noi italiani abbiamo sperimentato per più di un decennio? Qual è la specifica differenza? Quale causa ambientale è mancata qui che era invece da noi presente? Era la DC? L'innesco di golpe tentati, sotterranei, di stragi iniziali? Non hanno perso la verginità storica? Oppure l'avevano perduta duecento anni prima? La Rivoluzione Riuscita - in parte Riuscita - è lo specifico differenziale? Che Stato diverso era, questo, rispetto al nostro, trent'anni fa, per scatenare un terrorismo irrisorio, diverso? Quale meccanismo è inceppato nella nostra storia nazionale? Perché in Francia il Novantatré durò un anno tra il 1792 e il 1794, mentre da noi dura per decenni? Perché in Francia c'è Chirac, sotto accusa perché due giardinieri dell'Eliseo sono andati a casa sua a fargli le piante tre volte, mentre in Italia c'è Berlusconi? Perchè al social forum di Parigi c'erano centomila persone e a quello di Firenze un milione e mezzo?
Le Alpi, pareti divisorie tra universi obliqui, non paralleli...
In ascensore, verso la sala delle cerimonie della Mairie. Cesare Battisti ha uno sguardo impressionante: sprofondato al fondo di se stesso, eppure vigile e attentissimo ai micromovimenti attorno a lui. La cifra nervosa dell'umanità violata, della storia violata, del trauma iniziale, preterintenzionale. La prova vivente che non soltanto l'uomo fa le circostanze, ma anche che ne è fatto. Lo sguardo di Cesare Battisti fende l'ambiguità di una storia totale, condotta ai massimi della sopportabilità individuale e collettiva. Osservo come sono più semplici, ma non per questo edenici, gli sguardi dei giovani che fanno da servizio d'ordine, in questa scatola di metallo che sale lentamente verso il secondo piano della Mairie.
La porta in metallo si apre lentamente. Ci arriva addosso l'ondata umana, l'ondata tecnologica. Sono microfoni e telecamere che invadono lo spazio dell'ascensore. Questa scena sarà vista, ma dall'altra parte, nel telegiornale 1 italiano pubblico. In realtà è una ressa, un fronte d'onda compatto, le armi degli opliti della stampa lancinanti nell'aria, trenta persone che invadono l'ascensore, domande urlate, sento "le vittime", "estradizione", "giustifica", parole pressate nell'aria brunita dell'ascensore, l'imbuto umano, le Ardeatine, i passi impossibili, impossibile proseguire, Cesare Battisti schiacciato sul fondo e, dietro, vedo, i francesi seduti nella sala che osservano allibiti.
Dò una gomitata allo sterno di un giornalista pubblico grasso, quello si accascia, di lato.
Esco.
La ressa è violenta, una baraonda, schiere di professionisti dell'informazione avanzano, vengono respinti, arretrano. I microfoni sono boe nell'onda. I capelli sono unti. Cesare Battisti è nel marasma della criminalizzazione in presa diretta.
Un giornalista pubblico mi dice: "Questo ne ha fatti fuori quattro. Questo era con quelli di Barbone". Chiedo cosa c'entri Marco Barbone. Chiedo se il tizio si è letto le 1.100 pagine di atti processuali. Chiedo se si tratta di una posizione personale, se è un'istanza della testata, se sono cazzate. Mi verrebbe da urlare. Lo stomaco è contratto.
Di colpo, gli umani italiani defluiscono. E' istantaneo, il deflusso.
Battisti è libero di accedere alla sala. Lo attendono il Sindaco del IX Arrondissement, i consiglieri comunali, un deputato, una folla di almeno trecento persone, ventidue scrittori schierati dietro il lungo tavolo con i propri libri che firmeranno ai lettori che lo desiderino. Arriva Oreste Scalzone, sembra Capannelle, fuma nella sala, gli occhi manifestano febbre nervosa. C'è uno in sedia a rotelle, si è fatto anni di carcere, tornato in Italia, sulla sedia a rotelle. Gli avvocati di Battisti: una donna piccolina, lo sguardo dolce, vestita distinta; un ottantenne che ha difeso Ben Bella ai tempi, l'avvocato De Felice, che presta opera per i rifugiati, una mitologia avvocatizia in Francia. Qualche residuo di giornalisti italiani. Uno ha la mia età, colossale, scrive per una testata italiana importante e ha fatto Filosofia con me, non ci eravamo conosciuti, mi tratta come fossi suo amico da sempre, mi dice che è uno scandalo come i media italiani hanno trattato Battisti. Poi scriverà un articolo lombrosiano sul volto e il taglio dello sguardo di Battisti.
Cesare Battisti sta seduto tutto il tempo. Ore. Gli attori leggono. I politici intervengono. I rappresentanti istituzionali parlano. Gli avvocati esplicano. Chiunque, qui, insiste sulla questione della "parola data" da Mitterrand. E' molto chiaro, qui, che un caso che in Italia è sbandierato come nazionale, viene interpretato a Parigi come pericoloso nodo etico tutto francese: è in gioco la dignità di uno Stato.
Intervengo. Parlo di come la stampa e i media italiani hanno dipinto Battisti: tinte alla Goya, aggressione pittoria alla Bosch. Parlo di Pirani, di Bocca, di Pansa. Non traggo conclusioni, mi limito a un'ordinata fenomenologia. Cito la prima pagina del Resto del Carlino, la foto di un Battisti sfigurato, il titolo a caratteri cubitali: "Non è un martire, è un assassino". Annuncio l'uscita del libro Il caso Battisti: tre scrittori, insieme a molti altri intellettuali, prendono posizione a favore del divieto di estradizione - Valerio Evangelisti, Wu ming 1 e il sottoscritto. Annuncio che il libro sarà presto tradotto, integrato nei contenuti, pubblicato in Francia.
Siamo scrittori, nelle librerie, con un libro, esile ma potente, per quanto penso io. Contro stampa, tv, radio. Un confronto impari, ma soltanto sul breve periodo. Proponiamo una ridiscussione della tragedia nazionale dei Settanta. Cerchiamo di ampliare la visuale, di complicare le prospettive, apportando testi scritti in ore concitate e stralci di interventi storici, come la vicenda del Collettivo Barona raccontata da Primo Moroni e pubblicata ne L'orda d'oro.
Quando racconto che, sulla stampa italiana, la questione della "parola data", perno fondamentale della posizione francese a favore di Battisti, è stata nominata di sfuggita, ravvedo lo sconcerto negli sguardi dei francesi.
Se Mitterrand non avesse assunto una posizione, ambiguamente codificata sotto l'etichetta della "dottrina", chissà dove sarebbero queste persone venute qui da ovunque, questi reduci dell'esplosione, della tragedia. Sarebbero ovunque, non in Francia. Non sarebbero estradabili.
L'ipocrisia del governo italiano a proposito della nozione di "spazio giuridico unico europeo". Lo invoca a proposito di Battisti, orchestrando una campagna mediatica ad altissima intensità. Non lo invoca quando si tratta delle rogatorie, delle indagini sul premier.
Il carcere, impiegato come irratio extrema, nemmeno estrema, ma previa, preventiva, quasi. Che cosa devono recuperare d'altro questi uomini e queste donne? La possibilità offerta loro da Mitterrand ha sortito effetti che nessuna prigionia avrebbe raggiunto. Costoro non sono soltanto "recuperati alla società", ammesso che sia plausibile un esercizio del genere, ma risultano ben più consci, profondi e metabolici rispetto a quasi chiunque io conosca. La richiesta del carcere a vita (a due vite, anzi) per Cesare Battisti è dunque altro. Non ha pudore, questa richiesta, di celare l'istintivo urlo del primitivo, che organizza il suo diritto sulla supposta equiparabilità degli eventi: la colpa, la paga; il merito, il premio. E' in tale richiesta che si appalesa, pienamente, il sistema morale della società italiana, la sua insanabile piaga tribale e secessionista, l'impossibilità di un Paese che per secoli è stato addomesticato dal cattolicesimo e cattolico non è mai diventato. L'antistoricità sta nella condanna postuma, nella ripresa mediatica, nella volontà di potenza che attualmente dovrebbe colmare la volontà d'impotenza che paralizzò un Paese per più di un decennio. E circolano, imbelli e immedicabili, le metastasi di tanta astoricità: l'atteggiamento privato e pubblico della fazione giudiziaria, in cui milita gente che percepisce di avere tra le mani e in bocca il potere di una qualche definitività, e quindi una perennemente ripetibile chance storica, come se i magistrati fossero contemporaneamente i dettanti e gli scribi di una versione ultimativa delle cose storiche; e i politici, oggi al governo, occupanti poltrone sottosegretariali, che ai tempi in cui Battisti era in carcere (si fece cinque anni, per la cronaca) militavano nelle bande nere, erano collusi, collaterali, e per loro soltanto oggi vale una sciacquata alla coscienza attraverso un voto che, di democratico, ha soltanto la falotica parvenza; e i giornalisti, i testimoni del caso, i sempiternamente inapputabili, i puntanti il dito, allora e oggi, dalla memoria corta e dal coraggio piccolino, che a posteriori si fregiano di medaglie al petto per non essere stati uccisi al posto di Tobagi, e sfruttano un sistema di servile connivenza da parte delle strutture mediatiche immediate, che non filtrano nulla, disertate come sono da ogni processo veritativo, a priori. Questo contesto nazionale, che è anche il testo, appare oggi drammaticamente incapace di chiudere un capitolo tragico della sua storia, e allora tenta di riaprirlo, confusamente mettendo in commistione pulsioni di vendetta e dibattito sociostorico, aspirazione alla giustizia e contaminazione inattuale con l'attualità. E' il peggio che possa capitare a una nazione: non semplicemente mancare di riconoscersi, ma credere di riconoscersi in ciò che non è.
I ritmi con cui rotolano le parole dalla bocca di Scalzone, le sue labbra bianche, la pelle avvizzitasi, l'incarnato grigiastro, gli spigoli tondati delle ossa che sporgono, le particole di saliva. Finisce dicendo "allora chiamatemi assassino".
La battaglia della mia generazione non può essere quella, persa in partenza, di ridiscutere la totalità degli anni Settanta, il che implicherebbe un'opera seria di ridiscussione dell'intera storia democratica italiana. La battaglia sui Settanta che la mia generazione può vincere è questa: capire perché si vogliono utilizzare adesso, in questi anni, gli anni Settanta, mentre insorge un terrorismo internazionale che è la febbre terzana del pianeta, un contagio assassino che soltanto gli stolti non si attendevano. Denunciare il legame di strumentalizzazione che lega l'oggi agli anni Settanta: questo il compito, l'immancabile imperativo categorico per i miei coetanei.
Una rifugiata politica italiana viene avvicinata da una ragazza giornalista, di France 2, che avrà non più di trent'anni. Il microfono brandito, "all'italiana" si potrà dire d'ora in poi, la ragazza giornalista fa la graziosa, scimmiotta una Barbie semovente, fa accendere il faretto, fa azionare la telecamera, chiede: "Lei ha ucciso?"
Dopo. Trascorro la notte con Cesare Battisti. Parliamo ore. So io di cosa parliamo. Vedo i quindici metri quadrati dove vive, uno sgabuzzo di mansarda, il divano letto stipato contro il soffitto obliquo. Andiamo a bere. Uomini ci seguono.
Parliamo, parliamo molto.
Ritorno verso Montparnasse. Albeggia. Le riserve di ira quotidiana assediano Parigi. La cintura stringe la città. Dalle buche sotterranee emergono animali pallidi: sono impiegati.
Bisogna comunque credere che l'amore è la verità.