
Esistono apici. La vita ne offre. A noi lasciarci involare, scuotere, errare. Chi non beve con me, peste lo colga.
Una settimana fa, presso la Sala Fontana di Milano, si è tenuto un reading di poesia: Franco Branciaroli ha letto i versi di Umana gloria, la raccolta di Mario Benedetti. In platea, una settantina di persone. Una performance che, al suo esordio, era pura banalità compartecipativa: io presentavo il libro di Benedetti, lo intervistavo, si ascoltavano le storie di un terremoto totale, che scuote la poesia e la mente dell'autore friulano, dopo averne scosso la casa. Fino a qui, tutto normale. Potevamo essere in Feltrinelli. Ultimamente, tutto è in Feltrinelli. Invece eravamo in un teatro - il tempio della preghiera laica. All'improvviso, si è manifestato il sacerdote che amministra quella messa. Il messale era la poesia. Dalle quinte è uscito Franco Branciaroli. E io, le settanta persone, i testi, il tempo - tutti siamo stati proiettati di colpo nell'iperspazio.
Franco Branciaroli io l'ho conosciuto di persona, anni fa, in uno degli apici della mia vita: l'assurdo periodo trascorso a Montecitorio, un spazio bianco tra due parentesi che potrebbero essere iconizzate da James Bond e Groucho Marx. Ai tempi, Branciaroli fu scelto per leggere una poesia di Montale, nell'àmbito di una manifestazione surreale di letteratura alla Camera dei Deputati. Venne questo omone, pelato, lo sguardo ultraglaciale, la dizione enfatica, il narcisismo debordante, gli accenti che stravolgevano Montale e circa un millennio di tradizione ritmica. Rimasi perplesso. L'altro giorno, alla Sala Fontana, Branciaroli mi si è presentato così: trasfigurato.
E' invecchiato. La barba grigia evoca ghiacci caldi. Lo sguardo è più incerto, traumatizzato, interrotto dalla folgorazione volatile, istantanea. Un'aura elettrica confonde lo spettatore. Il corpo, massiccio, preme per disfarsi, e invece resiste, si autocontiene, deborda, è l'immensità incerta, è il boato della fine che tarda a esplodere. Impressiona. Le mani esulano dalle tecniche. La pelle è ovunque, quest'uomo sembra espandersi. Coordina, senza ordine, Prometeo e il vecchio cieco Edipo.
Quando parla, si comprende: questa cariatide di carne vivente sta spezzando l'io.
Parla. Cos'è la voce? Questo: tempo e spazio, sorretti da un etere. Apici di ritmo, un cardiogramma sonoro che monitora un cuore oltre il visibile. Sistole dall'aldilà, il quale è tuttavia qua. Una tiptologia potente, il battito sulla sconvolgente membrana del fondo su cui si appoggia l'aria. La voce è il niente che si fa udibile, il suono che si fa visibile, lo sguardo che si fa toccabile. La voce è il sostegno dell'elettricità. Sono fotoni ordinati per caso in sequenze che accadono spontaneamente. La voce manifesta l'imperscrutabile mistero della spontaneità, dell'accadere.
L'uomo è un tamburo. La voce è la sua vibrazione. Quale mano batte questo tamburo? Non si sa. Mistero della congiunzione.
Quando Braciaroli, accoccolato nel suo golf di lana spessa e azzurra, massa che si muove senza intenzione, inizia a leggere le poesie, lo spazio si dilata, si rompe. Scendono le acque. Si annuncia un parto. La luce entra nella fessura, penetra il concavo, sbaraglia l'immane buio.
Noi, in platea, reagiamo.
Reagiamo così: quasi tutti piangono. Riesco a voltarmi, a tratti, e vedo: le pupille nel buio, i lucori, è un pianto silenzioso, per ognuno legato a chissà quali percezioni, identificazioni, evocazioni, traumi, scosse intime. Non si sa. Ma piangono.
Sulla scena è seduto dietro una scrivania l'attore Franco Branciaroli. Le mani si agitano calme, ma spinte - si vede - da una forma furibonda che gli appartiene, fuoriuscita da chissà quali scrigni di abisso suoi, da chissà che vita, Testori, il teatro, tutto superato, abolito, percorso da dentro. Egli prepotentemente fuoriesce. Abbatte ogni retorica. Questo è il vantaggio emozionante: legge un testo, che è fatto di retorica, abolendo la retorica. Non che non esistano le emozioni: Branciaroli interpreta le poesie di Benedetti con registri assurdi, posizionati laddove non mi attendo - ironico dove sentivo tragico, drammatico dove era calmo. Ma non è questo. E' il niente che erompe. E' la potenza dell'invece, lo spalancamento dell'abnorme frammezzo.
Io mi sono legato indissolubilmente alla letteratura grazie a due esperienze estetiche. Ero piccolo, sgattaiolavo, un bambino a manifestazioni improbabili. Un'edizione tra le prime di Milano Poesia, anni Ottanta. Sale su un podio il poeta Antonio Porta. E' illuminato, noi siamo nel buio. Antonio Porta inizia a leggere una poesia dalla sua raccolta I rapporti umani: "Le calze infila, nere, sfila, con i denti". Io crollo. E' un rap, è voce pura, arcaica, tribale, eschilea, ed è infinitamente delicata, la farfalla della voce che si sfa morendo nell'aria, nel cupo delicatissimo fondo dell'aria. Un'altra volta, piccolino, sempre, alla premiazione del Librex Montale, a Milano, al Teatro in San Babila, premiato Giovanni Giudici, l'attore Riccardo Cucciolla sale sul palco, legge Il male dei creditori. Crollo ancora. Resto stupefatto nel tempo annullato, che tanto in fretta trascorre da mangiare se stesso, fagocitare i premi e gli abbattimenti, l'ipertempo di un incanto che non ha nulla di incantevole. E', materialmente, questo: ci sono mentre non ci sono.
La terza volta sono crollato, quando Franco Branciaroli dice "E' stato un grande sogno vivere..."
Si scuotono le nere tende. La luce è innaturale. La musica esce dallo struggimento: non è più musica. Di là, a dieci metri da dove sono seduto, è venuto il mio caro vecchio padre, e ascolta. E Branciaroli dice "e la tosse, quella maniera della luce di far tremare le cose, / gli andirivieni, il pavimento stordito dallo stare male". E io, che mai lo faccio, piango.
E' caldo sciogliersi finalmente. Questo stretto nodo, questo seme nero tanto vasto che non si vede, questa bolla esterna in cui muoversi sempre, nel gelo che non fa tremare le cose. Il ghiaccio antico, semisotterraneo. Le ere geologiche, l'andirivieni dentro il disagio sottile, ovunque, sempre. Questo minuscolo seme da cui non nasce niente. Questo sbagliare sempre di pochi millimetri, sempre di pochi istanti. Il fuori sesto. Il background, l'algore. L'onda vibratoria dell'attore Branciaroli. Non so neanche se ringraziare, chi?, perché? Questo non sono io finalmente.
Non è possibile dire, però va bene il patetismo, non saprei dire altro.
Quando l'immenso attore Franco Branciaroli termina la sua lettura, è come vedere il padre alzarsi, andarsene via.