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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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L'Ostellino che non offre riparo

ostellino.gifIl primo articolo seriamente contestabile, che leggo a proposito del caso Battisti in questi giorni italiani sciamannati e strapieni di malizia distorsiva, è firmato da Piero Ostellino e appare sul Corriere della Sera. Non condivido una sillaba di quanto afferma l'ex direttore del Corsera e nobile membro dell'Ispi: vi si esprime una visione metafisica dello Stato che mi fa rabbrividire. Questo non mi esime dal discutere seriamente le tesi avanzate da Ostellino, che sono alte e fondate su argomentazioni profonde, almeno nella prospettiva personale del politologo. Nulla a che vedere con gli sfoghi cutanei a cui è stato sottoposto l'affaire Battisti e - questo è il punto -, insieme a Battisti, un intero e tragico periodo della nostra storia nazionale. Questi sono i sintomi di un diluvio pubblicistico che esorbita dalla realtà delle cose e della storia, per torcere la storia stessa in una melmosa pappa emotiva acritica, i cui prezzi, come bene sappiamo, l'uomo ha sempre pagato in seguito, salvo poi incensare il valore della memoria. La memoria, si sa, è una teoria del mondo: proprio sul piano delle teorie dei mondi va Piero Ostellino, invitando l'interlocutore a discutere su un livello degno di questo strumento democratico e libertario: la discussione. Per questo motivo, vorrei pacatamente ribattere a quanto Ostellino afferma circa lo Stato e un'epoca in cui lo Stato italiano ha avuto problemi ad autolegittimarsi secondo l'ipotesi filosofica ingaggiata da Ostellino stesso.

Lascio perdere qualunque appiglio polemico o, in qualche modo, interpretativo rispetto alla realtà di questi giorni (mi pare cioè inesatta la descrizione delle motivazioni e dei modi con cui gli intellettuali francesi si sono mobilitati). Ci sono profondità notevoli, per sintesi argomentativa, e quindi notevolmente contestabili, che Ostellino impegna: "Secondo questa tesi, anche lo Stato dovrebbe, infatti, riconoscere che gli anni di piombo — come sostengono i terroristi — sono stati una rivoluzione che ha avuto due protagonisti ugualmente legittimi, sia pure da concezioni filosofiche opposte: la Repubblica italiana e coloro i quali la combattevano armi in pugno". E' questo il perno dell'intero ragionamento di Ostellino. Ora, qui un'imprecisione significativa c'è, e non sul piano filosofico, bensì su quello dell'effettualità storica contemporanea: non sono i terroristi a pretendere dallo Stato il riconoscimento di uno statuto - quello di un periodo da classificare quale "guerra civile". Sono intellettuali a vario titolo, e non soltanto francesi, a pretendere questo riconoscimento. Di più: è la realtà storica a pretenderlo. Quando Erri De Luca ricorda che ci furono circa 40.000 individui tra indagati e carcerati, non evoca alcunché di retorico: comunica una realtà storica. Quei numeri sono soltanto la punta di un iceberg: sappiamo estremamente bene cosa significasse, in termini quantitativi, il consenso collettivo nell'Italia di quegli anni. Contesto, dunque, la prospettiva che emenda dal raggio delle possibilità questa ipotesi storiografica: fu guerra civile.
E' fondamentale evidenziare che proprio le leggi d'emergenza furono sintomatiche: si ricorse a una legislatura d'eccezione, poiché lo Stato fu costretto a eccepire dalla norma. Quando il detentore del potere eccepisce dalla norma, si dichiara esso stesso fuori dalla norma: può agire da un esterno alla norma. Allora si tratta di una guerra: poiché lo Stato arroga a sé l'unicità di questa posizione esterna alla norma, e i rivoltosi pure. Si entra in uno spazio di sospensione legislativa, si esce dal patto sociale da cui lo Stato nasce. Queste elaborazioni, teorizzate (per fare soltanto due esempi recentissimi) dal filosofo francese Alain Badiou e riprese approfonditamente da quello italiano Giorgio Agamben, mettono al centro della discussione l'intera questione biopolitica. Non si può, quindi, serenamente affermare, come fa Ostellino, alcunché sulla "natura dello Stato come solo titolare del monopolio della violenza (legale)": l'imbarazzo che viene qui esorcizzato attraverso l'impiego di un'eccezione retorica (la parentesi) è speculare all'imbarazzo dello Stato che deve giustificare come legale la violenza che utilizza per autolegittimarsi quale monopolista della violenza stessa. Però lo Stato non è qualcosa di esterno, una datità assoluta incontestabilmente fornita ora e sempre, in cui l'individuo può essere immerso acriticamente, senza poi attendersi il movimento critico dell'individuo stesso. Il patto con lo Stato non è il battesimo di Santa Madre Chiesa, che viene somministrato e non si esce più da quel ring predeciso. Questa difficoltà della democrazia a ergersi come norma diveniente è sotto gli occhi di tutti. Ignora, però, questa difficoltà, che essa è tale proprio a causa del valore anormativo della richiesta di libertà.
La libertà è lo scomodo convitato di pietra di ogni democrazia, è la cartina di tornasole della legittimità e autenticità di una democrazia. Se si intende diversamente la libertà, due parti confliggono secondo i tragici stilemi della lotta.
Come intellettuale e italiano chiedo precisamente questo: si riconosca che abbiamo vissuto una guerra autentica. Si sospenda la legislazione di guerra, poiché in guerra non siamo più e non stiamo parlando, a proposito di Battisti, di un terrorista internazionale: sordida etichetta di comodo con cui i ministri Pisanu e Castelli pensano di tacitare chi conosce bene i meccanismi mediatici che, oggi, sono i meccanismi della politica nazionale. E che rischiano di diventare i meccanismi della politica internazionale: credo sia a fronte di questa minaccia che gli uomini liberi, in Francia come in Italia, stanno reagendo.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 5 Marzo 2004

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