Retroscena. Telefono ad alcuni amici giornalisti de La Repubblica, nei giorni scorsi. Questi amici, sebbene piuttosto influenti nel giornale, sono costretti a mascherarsi in Rete con nomignoli che suonano grotteschi e realistici al tempo stesso: sul loro giornale non possono scrivere quanto desiderano, il che è grottesco e reale. Ci sono linee da rispettare, ali interne al quotidiano che esercitano gerarchie grottesche e reali. Nani da giardino, insomma. L'argomento che proponevo: è possibile parlare in modo informativo e completo della vicenda Battisti? Si può fornire un resoconto dell'allucinante processo a cui quest'uomo è stato sottoposto in sua assenza? No, mi dicono, non è possibile. Non è possibile perché c'è una parte degli editorialisti di Repubblica a cui (testuale, si tratta di un'"alta qualificatissima fonte", per dirla con Panorama) "Cesare Battisti sta sul cazzo". Il capofila di questa supposta fazione, mi dicono, è Mario Pirani. Io non ci voglio credere. Io ho vissuto gli anni Settanta da bambino e gli Ottanta da liceale, non riuscendo mai a spiegarmi cosa intendeva il mio papà, quadro del Pci, quando a casa masticava amaro contro "l'opportunismo della frazione". In questi giorni mi si è chiarito quel giudizio: perché la frazione rappresentata da Pirani ha espresso il peggio del peggio, l'aprofessionalità fatta opinione da aia, da bar sport, da ligera. Il corsivo corrivo, reazionario e dannosissimo del signor Pirani svela il gioco del giustizialismo forcaiolo, autentica maschera del proibizionismo, con cui si vuole affossare non solo la memoria storica del mio Paese (è anche mio, signor Pirani), ma anche il suo futuro (che, a meno di eventi incalcolati e fuori statistica, caro signor Pirani, è più mio che suo).
Anzitutto: l'attacco agli intellettuali francesi che si sono mobilitati per Cesare Battisti in Francia. Dovrebbe sciacquarsi la penna, il signor Pirani: prima di parlare di gente come Daniel Pennac, dovrebbe consultarsi con i marketing manager del suo giornale, che hanno gioiosamente accettato la pubblicità feltrinelliana del best seller a sorpresa D'Agnello Hornby, pagata a suon di miliardi dalla stessa casa editrice che pubblica Pennac. Questa debole motivazione ricattatoria è l'unica che la sensibilità del signor Pirani avvertirebbe: poiché la sua sensibilità può essere toccata soltanto da vili motivazioni extrastoriche ed extraideologiche (cosa che lui evidentemente pensa di bazzeccole quali "il mercato"). Se, d'altronde, si vuole fare chiarezza (il che esattamente è ciò che non fa Pirani, quando dice castronerie impressionanti rispetto alla vicenda giudiziaria di Cesare Battisti), bisogna dare al signore in questione una lezione di storiografia: la sua.
Chi è Mario Pirani? Nato ottomiladuecento anni fa, è uno che ha fatto carriera sotto Enrico Mattei, andando a fargli da "ambasciatore" in Algeria. Si tratta di uno, quindi, che fin dagli esordi se ne stava al centro del processo di corruttela generalizzata e agita a fin di bene: mr. Mattei, come sanno anche i muri, era l'autentica eminenza grigia che governava nei Cinquanta e inizi Sessanta il parlamento italiano, pagando tutti i partiti dell'arco costituzionale per i suoi fini (che faceva coincidere con i fini collettivi) e usandoli "come si prende un taxi: prenoto, faccio il percorso, pago e scendo". Evviva. Ai tempi, il signor Pirani aveva un nomignolo significativo: schierato all'ultrasinistra, era noto come "marxista-eninista", proprio per l'affiliazione alla loggia Mattei. Pirani agisce nel '61/'62: anni fatali, che portano all'"incidente" in cui perde la vita Mattei: una farloccata pazzesca, a cui Pirani non manca di concedere credibilità, nel corso di un quarantennio, con le sue interviste (tipo quella a Panorama del gennaio 2001). Amicone di Giorgio Ruffolo, certifica i rapporti tra Mattei e Fanfani. Fa parte dell'entourage "mondista" (quello che ospitava il giovane Pannella monarchico, per intenderci...) e con Scalfari si imbarca nell'avventura di Repubblica, un giornale che ha tardato a nascere quei vent'anni di troppo (Scalfari già ne parlava a Mattei) e che, come si vede dalle opinioni che esprime lo stesso Pirani oggi, mantiene quel gap temporale, vivendo il 2004 e pensandosi nel 1981, con leggi eccezionali vigenti.
Insomma, un boiardo. Un ufficio stampa, secondo la medesima definizione di Pirani (su Repubblica, 11.12.2000): "Se vogliamo dirla tutta, il responsabile di un ufficio stampa (e io lo sono stato, all'Eni, ai tempi di Enrico Mattei) è una delle controparti del giornalista: mentre quest'ultimo dovrebbe ricercare obbiettivamente la verità di un evento, con molteplicità di riscontri, il portavoce è pagato per diffondere la versione ufficiale del suo datore di lavoro, che, per di più, quasi sempre collima con l'interesse politico impersonato dai capi dell'ente medesimo. Nulla di male o di disdicevole, trattandosi di un compito lobbystico trasparente, ma esso non ha nulla a che fare con la deontologia di una interpretazione veritiera dei fatti, cui, viceversa, è chiamato il giornalista. Tant'è che in tutte le grandi democrazie la commistione è esplicitamente incompatibile". Ecco, giudizio più preciso su quanto ha fatto oggidì il signor Pirani non si potrebbe dare. Uno che ha coraggio, uno che rischia in prima persona e che ha il fegato di attaccare il mio presidente dell'Ordine regionale (ibidem): "Un lungo fax, insultante nei miei confronti ma rivolto soltanto al direttore, come si conviene a chi si sente investito di pubbliche e importanti funzioni, è stato inviato da Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine della Lombardia (che per mia fortuna non estende le sue competenze fino a Roma, altrimenti rischiavo l'espulsione come Feltri)". Un uomo con cui complimentarsi, un feltraiolo confesso.
Il richiamo alla fratellanza con Feltri, da parte di Pirani, è significativo: il riformismo giustizialista e forcaiolo è l'estrema maschera del reale berlusconismo di Pirani. Questo è il paradosso, che la leggerezza opinionistica di Pirani fa pagare a Cesare Battisti, assaltato all'arma bianca del giornalismo a partire da una conoscenza zero dei fatti e degli atti del processo. Il signor Pirani racconta la storia falsa con una calorosa confidenzialità che può permettersi chi si ricorda: è che non si ricorda nulla, Pirani, o ricorda male. Tutti si ricordano male: anche Massimo Nava sul Corriere di oggi, anche l'ex magistrato Spataro, intervistato di spalla all'articolo di Nava: era il tutore delle leggi eccezionali, attribuisce due omicidi a Battisti mentre l'articolista ne attribuisce quattro allo stesso. E' la vergogna dell'intellettualità pseudonima, vacazionista, pattinatrice sul sottile strato dell'agghiacciante menzogna: non sapere e parlare per i propri fini, che coincidono con quelli di Berlusconi: invochiamo la tecnocrazia in luogo della politica, limitiamo le libertà personali, siamo laici nel senso che siamo antivaticanisti e pro-Trilateral (a essere amici di Giorgio Ruffolo si rischia questo...). Eravamo marxisti-eninisti, facciamoci una verginità nuova, di secondo grado, anzi di terzo: il terzo grado che facciamo agli innocenti, costringendoli a confessare colpe non proprie, con manrovesci che Amnesty International ha denunciato all'attenzione pubblica mondiale e la magistratura francese ha bollato come pure e violente iniquità (tra gli svarioni della miopia marxista-eninista, primo sintomo di una malattia della vista sorta per contagio di malizia, c'è il fatto che Battisti è già stato processato in Francia e la "dottrina Mitterrand" c'entra soltanto secondariamente nel suo caso).
Questa insincerità non appartiene alla letteratura, che è sempre sincera, ma alla paraletteratura, che è sempre il giornalismo fatto per secondi fini. Che se li vada a leggere, il miope Pirani, i libri di Cesare Battisti. Che il suo titolista eviti di strillare sul "terrorista-scrittore". Sono io lo scrittore-terrorista, come ogni scrittore: terrorizzo chi si barrica dietro le menzogne, secondo l'immortale lezione civile di Victor Hugo. Lo scrittore è libertario ed è l'unico autorizzato a entrare in corpore vili: nella contraddizione, senza scioglierla, facendo il lavoro sporco che soltanto può compiere chi non ha interesse alcuno ad agire, poiché il suo unico interesse è la libertà generale. Gli altri, come evidenziava Carla Benedetti, sono i chierici del potere: si appoggiano su un fantasma chiesastico. Sono loro i veri "mediatori" (non i recensori sulle terze pagine!) da spazzare via dal piano della cosiddetta pubblica opinione: poiché non lavorano per la comunità, bensì per il loro minimo interesse. Non sono nemmeno più zombie: erano morti viventi e ora sono morti e basta.
Che il signor Pirani abbia capitalizzato le movenze matteiane, da cui è nato il sistema di corruzione che ha retto fino alla finta epurazione di Tangentopoli, è evidente dal sua prosa sciatta e maligna. Non è Cefis, Pirani, poiché non ha potere, se non di parola. Poiché scrive male, e quindi pensa male, non ha nemmeno il potere di parola, perché non controlla le parole. Lancerò una colletta per permettergli di andare a lezione da Andrea Zanzotto, una personalità che Pirani ignora, probabilmente, e che al momento è molto più politica di quanto sia lui. No, nemmeno Andrea Zanzotto va bene: gli intellettuali della cosiddetta "alta cultura italiana" sono risultati in questo caso, come del resto sempre, totalmente inesistenti: non si sono visti, sono i Pirani della garzantina letteraria, i ponziopilato che si lavano la coscienza con la saponetta biodegradabile dei loro sospiri - meriterebbero loro, e non altri, il Ponte dei Sospiri. Le loro svenevolezze non sono inermità onesta: mandano in carcere, tacciono come certi kapò, piluccano dall'osso del moribondo, usano maramaldeggiare con il pugnale del loro silenzio assoluto. Per fortuna che esiste un altro comparto, che potremmo identificare con la letteratura di genere, che sia in Italia sia in Francia si muove (e lo si è visto, lo si è sentito, in questi giorni) quando in ballo c'è la difesa della libertà.
La pira Pirani, che mai ha brillato e ben poco ha appiccato, limitandosi a irradiare la luminosità della ribalta pubblicistica, va fortunatamente spegnendosi, come tutti i fuochi che si sono accesi in Terra.