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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Giampiero Martinotti, corrispondente
dalla Repubblica delle estradizioni

Martinotti.jpgGiampiero Martinotti, inviato a Parigi de La Repubblica, fece una volta uno scoop: scoprì che in Francia rubavano nani da giardino. Sono cose di cui andare fieri: e se lo dico io, che sono un "collega", potete stare tranquilli che è così, il giornalismo è bello proprio per questo, perché ti fornisce occasioni memorabili da raccontare ai tuoi nipoti. Perchè è così che va: tu sarai in dorata pensione Inpgi, mentre gli altri connazionali non avranno la minima, e te ne starai in casa al calduccio come hai fatto per tutta la vita, con il nipotino sulle ginocchia che ti chiede: "Chi è Gongolo?", e allora tu sfodererai con immenso piacere l'evento bellico che hai vissuto in prima persona: "Gongolo è uno che rapirono, e io c'ero".
Con l'insopportabile tatto che permette di toccare il lembo del mantello, Giampiero Martinotti ha aggiunto una tacca al suo curriculum di guerra: ha scritto un articolo indegno sul caso Battisti, piazzando su Repubblica di ieri il resoconto più vergognoso che sia apparso sulle testate del Vecchio Continente a proposito di questa faccenda politica, giurisprudenziale e umana. Ne hanno scritto Le Monde e il Guardian? Era giusto che Repubblica non stesse al palo: bisognava essere all'altezza della fama. Detto e fatto: Repubblica è ora all'altezza non della fama, ma dell'infamia.

Non mi pare, questo, il tempo di riaprire il dibattito sulle vergogne dei "mediatori": gente che, come dimostra l'intera storia personale di Giampiero Martinotti, facendo corrispondenze dall'estero, stralcia e copia dai quotidiani del Paese in cui dimora, per rivenderle nel Paese in cui tornerà a dimorare come articoli nati da uno sbattimento professionale effettivo. Peccato che la globalizzazione ha effetti anche inaspettati: vorremmo informare il collega Martinotti che noi leggiamo quotidianamente le testate estere che lui traduce per la Repubblica a distanza di giorni. Finché va così, va bene: non abbiamo nulla da dire, siamo i primi a sostenere che il giornalismo è un nuovo proletariato macchinico, dedito a una catena di montaggio di tipo cognitivo.
Questa volta, però, non è andata così. Questa volta il signor Martinotti, e quindi la testata che egli rappresenta, ha aggiunto di suo un giudizio che non ha nulla di giornalistico: è il generalismo salumieristico che la sottocultura berlusconiana ha imposto a una certa fetta del Paese, in cui evidentemente va annoverato il collega Martinotti. L'indegno incipit dell'articolo la dice lunga su questa melma subculturale, su questo moralismo giustizialista d'accatto con cui si bituma impunemente una storia personale e collettiva senza avere fatto la fatica di informarsi: "Gli intellettuali francesi hanno un nuovo eroe: l'ex terrorista Cesare Battisti". Come dire: gente che si fa le seghe sta facendo spot per un omicida. Questo è falso e propalare un'opinione del genere in un articolo di cronaca è professionalmente scorretto e umanamente criminale (certo: un crimine di opinione...). Sono precisamente questi atteggiamenti che riaprono, e di necessità, ferite in un contesto già lacerocontuso com'è il nostro nazionale; e che innescano processi sociali di cui si rischia di constatare inquietante identità con fatti che furono e che desideriamo che mai più accadano. Fomentare con la betise l'odio: la letteratura che si è fatta a Parigi ha sempre denunciato quest'orrore, che evidentemente il collega Martinotti ha assunto per via atmosferica, in un gioioso contagio che produce ovunque il suo Terrore e le sue Vandee.
Va sottolineato come, per tutto l'articolo, non si dia un cenno all'incredibile processo che condusse a una condanna ergastolare il contumace cesare battisti; che quel processo rappresenta una pietra giuridica dello scandalo per la giustizia francese; che una sentenza fu emessa proprio dal tribunale a Parigi, con riferimento alle procedure inique con cui fu giudicato in sua assenza Battisti. E lasciamo perdere che connotare una persona come "il terrorista" è puro fascismo appositivo, pura etichetta degna della retorica di Feltri. A nulla vale che il signor Battisti abbia scritto un libro, Cargo sentimental, che, ne sono certo, risulterà decisivo nei prossimi anni al processo di elaborazione culturale con cui l'Italia metabolizzerà definitivamente un periodo tragico della sua storia. A nulla vale sottolineare che il collega Martinotti (che, stando alla sua logica, potremmo denominare "il disinformatore Martinotti") quel libro non l'ha letto: vuole infatti la subcultura di cui egli è agente che i "colleghi" non leggano se non saggi di Arrigo Petacco o, al massimo, di Giorgio Bocca.
Entrare nella vita individuale e collettiva con questa nonchalance da sturmabteilung, raccogliendo un'accozzaglia di frasi tratte da siti francesi e da voci inverificate (questo qui dice che Sollers è uno scrittore di sinistra! Ma si rende conto, collega Martinotti?), mettendo nel calderone Erri De Luca, che ha il merito di riflettere e personalmente e dolorosamente su fatti che stanno alla nostra vita come autentiche saghe sofoclee, è un'operazione di purissima disumanità. La prossima volta, collega Martinotti, si informi: ci sono anche siti italiani da cui può trarre elementi per i suoi cut&paste, e ci sono persone che ne sanno un po' più di lei da intervistare - tutte cose che non esulano contrattualmente dall'incarico che ricopre per il giornale per cui scrive.
Se invece si vuole esulare dal ring assai scomodo del giornalismo, sarei lieto di invitare a un confronto gli editorialisti di Repubblica, che potrebbero imparare alcunché da chi, non soltanto del caso Battisti ma di questa temperie allucinante e tutta italiana, sta capendo molto di più di quanto conceda lo stare seduti impietriti a vedere cosa succederà domani.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 23 Febbraio 2004

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