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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Perché 'Umana gloria'?

Prima che scrivere di Umana gloria, il libro di poesia di Mario Benedetti sul quale ho promesso di tornare a più riprese, vorrei suggerire suggestioni, legami transitori, riferimenti che mi sembrano intercettabili ancora prima di un atto critico. Comincio dal titolo: perché umana gloria? E' ironico? Nulla di ironico, questa sarebbe un'ipotesi interpretativa erratissima, sconfessata dal testo. Ecco qual è la traccia a cui penso, invece: si tratta del Triumphus Temporis di Francesco Petrarca. E, precisamente, questi versi finali, che qui sotto seguono e che possono aiutare a comprendere da dove e come e a che esito nasca, in Mario Benedetti, la mitologia della memoria, l'immagine centrale della 'neve' e l'assenza del 'sole' a vantaggio della centralità dell'allegorema del 'cielo'. Ecco i versi di Petrarca, dunque:

Passan vostre grandezze e vostre pompe,
passan le signorie, passano i regni;
ogni cosa mortal Tempo interrompe,
e ritolta a' men buon, non dà a' più degni;
e non pur quel di fuori il Tempo solve,
ma le vostre eloquenzie e' vostri ingegni.
Così fuggendo il mondo seco volve,
né mai si posa né s'arresta o torna,
finché v'ha ricondotti in poca polve.
Or, perché umana gloria ha tante corna,
non è mirabil cosa s'a fiaccarle
alquanto oltra l'usanza si soggiorna;
ma quantunque si pensi il vulgo o parle,
se 'l viver vostro non fusse sì breve,
tosto vedresti in fumo ritornarle. –
Udito questo, perché al ver si deve
non contrastar ma dar perfetta fede,
vidi ogni nostra gloria al sol di neve;
e vidi il Tempo rimenar tal prede
de' nostri nomi, ch'io gli ebbi per nulla,
benché la gente ciò non sa né crede:
cieca, che sempre al vento si trastulla
e pur di false opinïon si pasce,
lodando più il morir vecchio che 'n culla.
Quanti son già felici morti in fasce!
Quanti miseri in ultima vecchiezza!
Alcun dice: – Beato chi non nasce. –
Ma per la turba a' grandi errori avezza
dopo la lunga età sia 'l nome chiaro:
che è questo però che sì s'apprezza?
Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro;
chiamasi Fama, et è morir secondo;
né più che contra 'l primo è alcun riparo.
Così 'l Tempo triunfa i nomi e 'l mondo.

Il dittico umana gloria, dunque, affonda le sue radici in Petrarca: e però, ne va tenuto conto, non il Petrarca del Canzoniere, bensì il Petrarca dei Trionfi. La tradizione che segnala questo dittico è classica, certo, ma di un classicismo che potremmo definire più allegorico che mai e, comunque, non lirico. Prima di scrivere del libro di Mario Benedetti, mi pare opportuno insistere su ciò che deriva dal considerare anzitutto l'emblematismo del sintagma che compone il titolo - e, quindi, di tracciare una linea di classicismo non semplicemente lirico, i cui snodi sono da ravvedersi in Tasso (che, nelle Rime, presenta la seconda occorrenza del binomio umana gloria), in Leopardi (soprattutto lo Zibaldone, da mettersi in relazione alla Gerusalemme Liberata del Tasso) e in Zanzotto (sia ne La Beltà sia ne Il Galateo In Bosco sia in Fosfeni, per le relazioni con i passi leopardiani che verranno evidenziati e, direttamente, con il Tasso).
Per ora, è necessario considerare un dato di fatto: per quanto la poesia di Mario Benedetti si inscriva in una linea lirica (contemporanea), la tradizione a cui fa riferimento è sì un classicismo purissimo, ma di generi meticci, che alludono all'idea di narrazione: dalle allegorie all'epica fino alla prosodia leopardiana e all'elegia. E' necessario tenerne conto, altrimenti si rischia di non comprendere in che senso, anche, Umana gloria sia un libro che intrattiene un rapporto stretto con l'idea di 'narrazione'.
Procederò per cenni minimi e molto stringati, poiché non sono un critico letterario e mi pare opportuno rilanciare direttamente a chi si occupa specialmente di queste cose.
Inizio riprendendo Petrarca.

Il passo in cui compare l'umana gloria ha un suo apice allegorico nella figurazione delle corna: ecco il verso:

Or, perché (h)umana gloria à tante corna

e si tratta di una ripresa da Orazio, che costituisce la radice preitaliana della linea di tradizione da cui nasce la poesia di Mario Benedetti: è il Calcaterra a evidenziare come Orazio utilizzi il corno in quanto emblema della, così asserisce il critico, "robusta virtù" (il riferimento è a Carmina, III, 21). E' quindi il positivo dell'umano che viene alluso nel verso in questione. Segue, dunque, la fase di erosione, ma non ancora di vittoria del tempo:

non è mirabil cosa, s'a fiaccarle

e qui ci si trova di fronte a un duplice movimento di senso: prima il sintagma mirabil cosa, che nei Trionfi si trova al plurale nel precedente Triumphus Fame (verso 24), con evidente rimando al Paradiso dantesco e indica stupore, sconcerto, ammirazione - ma più in generale introduce al tema della visione, una visione ultraconsapevole, una visione che sorpassa il controllo del conscio e sfonda nello stupore. Bisogna tenerne conto, a proposito della poesia di Benedetti, poiché il tema della visione in stupefazione è estremamente significativo e statisticamente rilevante in Umana gloria. Se non si parte da qui, da questa radice classica della visio, non si comprende che cosa significhi il "guardare" in Benedetti. Facendo, tuttavia, una premessa: non si tratta della visione mistica, e sebbene uno degli immediati appoggi rispetto al "mirabil" di Petrarca sia Cicerone (soprattutto laddove, nel Triumphus Fame, il poeta si richiama a un passo ciceroniano sopra la previsione di morte da parte di Leonida) e la categoria orfica di "visio", qui siamo esenti, anche per l'uso retorico dell'ironia, da qualunque impronta mistica: qui è una stupefazione laica e ultrapercettiva a essere richiamata.
Il secondo movimento di senso è dato dal verbo "fiaccarle": è una discesa, è il negativo in corso, quello storico, che ancora non determina l'assolutezza della vittoria del tempo.
In breve, dunque, lo schema del distico, sotto un riguardo energetico-emotivo, consisterebbe nella seguente sequenza:

1. POSITIVO: la renitenza storica dell'umano a scomparire e il suo transitorio trionfo;
2. ASSENZA DI POSITIVO E NEGATIVO: data dalla visione stupefatta, essa stessa attività vuota e metastorica, uscita momentanea dal corso del tempo;
3. NEGATIVO: il discioglimento storico dell'umano nel corso del tempo.

Movimento di osservazione e di esperienza della storia: movimento specifico che denota l'intera storia di una specie, se essa è guardata - e lo è - dall'esterno. Non visio mistica, dunque, ma certamente visione della storia totale e, quindi, visione metafisica, che supera, attraversandoli, i limiti fisici del tempo esteriore e di quello interiore.
Quando Petrarca riprende più sotto il movimento, lo fa non più appoggiandosi su un distico - lo enuncia attraverso allegoremi condensati, glacializzati quasi, in un unico verso:

vidi ogni nostra gloria al sol di neve.

Sia chiaro che qui sarebbe il caso di introdurre la tematica ermetica che concerne gli emblemi di "visione", "sole", "neve" e "scioglimento" - ma non è questa la sede. Ci limitiamo, per ora, a segnalare come l'elemento climatico/paesaggistico (la "neve") stia in ruolo della specie umana, ridotta quindi in parallelo a uno stato chimico/minerale, a fronte della corrispondenza sole/tempo e al movimento di visione dall'esterno ("vidi") e dall'interno ("nostra") secondo un atto che presuppone una contemporaneità assoluta: presenza fuori del tempo e dentro il tempo, in sincrono immediato, in atto di astrazione visiva.
Questa sequenza 'POSITIVO-ASSENZA-NEGATIVO' appare dunque agire su un piano storico, fatto di temporalità in relazione all'umano, e su un piano metastorico (o astorico), fatto di consapevolezza della totalità del tempo e della totalità dell'umano.
Si tratta di una sequenza assai pregnante, se si vuole affrontare la poesia di Mario Benedetti - poichè è esattamente intorno a questi nuclei e movimenti che si sviluppa, in Benedetti, il discorso poetico, ma anche il reclamo di una tradizione classica consolidata.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Sabato 31 Gennaio 2004

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