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Canobbio: 'Il naturale disordine delle cose'
di Lorenzo Mondo
[da ttl]
 E’ la storia di un uomo
che vorrebbe
compiere ben due
delitti, per vendicarsi
di chi ha fatto del male
alla sua famiglia. Ma ogni volta
ne viene dispensato perché preceduto
da mani e occasioni
diverse. Questa la trama più
visibile del romanzo di Andrea
Canobbio, Il naturale disordine
delle cose, che sembrerebbe
arieggiare le cadenze di un
"noir" paradossale, capovolto,
ma si apre, per fili diversi, a
storie più ferme, consegnate a
scandagli interiori. Claudio, il
protagonista in prima persona,
è un rinomato architetto di
giardini. Vive da solo in un
cascinale, anche se tiene sempre
un posto a tavola per un
ospite improbabile. Si distrae
soltanto quando viene a trovarlo
nella sua tana di essere
solitario il fratello Carlo con i
suoi due bambini, ai quali dedica
ogni cura. Si immerge nei
loro giochi, per una plausibile
nostalgia d'infanzia. Per il resto,
riserva la sua confidenza a
Witold, il giardiniere polacco
che è uomo colto, così infatuato
dell'Italia che inframmezza nei
suoi discorsi citazioni di scrittori
più e meno illustri (il buono e
saggio Witold, umoristicamente
accarezzato, è tra le figure
memorabili del romanzo). Si
intrattiene inoltre con l'indiano
Malik, servitore e custode di un
allevamento di cani nella casa
accanto.
I sentimenti di Claudio non
si esauriscono in questi tratti
esteriori di bonaria condiscendenza
che corregge l'irsuta separatezza.
Pulsano nella sua
mente ferite non rimarginate.
Suo padre ha avuto la vita
distrutta dal fallimento di una
fabbrica, divorata dagli strozzini.
Un fratello minore, anche a
causa del dissesto familiare, ha
ceduto alla droga ed è morto
per overdose. Claudio non si dà
pace di non averlo impedito. Il
suo dolore e la sua rabbia
repressa trovano espressione
nelle frenetiche corse in auto,
in forsennati inseguimenti e
appostamenti dei nemici veri o
presunti. Ma è il suo mestiere
che acquista una funzione decisiva
e alternativa rispetto ai
propositi vendicativi. Disegna
giardini come se dovesse identificare
e tracciare, tra rocce
acuminate, il percorso della
sua esistenza. Anche se le spinte
visionarie lo portano a correggerla
in un placido fluire di
acque. Ed è proprio la costruzione
di un giardino che gli fa
conoscere Elisabetta Renal. Anche
questa donna dal suggestivo
nome stendhaliano si dibatte
contro una schiacciante eredità.
E' vedova, e prigioniera, di
un marito celebrato per virtù
eroiche e generosità filantropica.
In realtà era ossessionato
da un disumano ideale di perfezione,
da un culto dell'ordine
che si rifletteva nella difesa
radicale dell'ambiente contro le
manomissioni della modernità,
nell'esaltazione del buon tempo
antico. Nel romanzo, il suo
fantasma sembra rispondere
antiteticamente alle posizioni
di Carlo, il fratello di Claudio
che contesta da sinistra il disordine
del mondo, attribuendolo
alle colpe della società (fatta
comicamente responsabile anche
delle sue scappate extraconiugali).
Dall'incontro fra Claudio ed
Elisabetta nasce una contrastata
passione amorosa che deve
prima dissipare le ombre di
vicende enigmatiche - di corruzione
e di delitto - nelle quali si
sono trovati entrambi, a loro
insaputa, coinvolti. Una passione
che, si presume, è capace di
crearsi spazi di libertà nel naturale
e non sempre ostile "disordine
delle cose". Il giardino della
signora Renal, riflette Claudio
concludendo i lavori, è "come
un passaggio, un tunnel sotterraneo
che mi avrebbe portato
altrove". Non è un romanzo
facile, quello di Canobbio, bisogna
leggerlo in trasparenza. Lo
sguardo del suo personaggio
sulla realtà, meticoloso fino a
perdersi in apparenti inezie, la
sua pronuncia rigorosamente
fattuale celano allusivi e capziosi
risvolti. In un libro che, costruito
dall'intelligenza, sa aprirsi
alla conciliazione della pietà,
all'effusione dell'umorismo.
Andrea Canobbio - Il naturale disordine delle cose - Einaudi - 16.50 euro
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Sabato 31 Gennaio 2004
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