Per chi fosse interessato alla lettura che sto facendo del primo canto della Commedia, rimando all'intervento iniziale e all'avvicinamento dantesco compiuto da padre Adriano Lanza e dal musicologo Bruno Cerchio - due prospettive contemporanee e, a mio dire, fondamentali per comprendere la categoria extraletteraria del corpus dantesco. Come già anticipato, non intendo fare una critica della critica, né una critica letteraria, e mi richiamo semplicemente a una linea che condivido e avverto fraterna - linea che affonda le proprie radici negli studi danteschi di Ugo Foscolo e Giovanni Pascoli. Quanto al secondo verso, e in particolare rispetto al punto pregnante, la Selva Oscura, che fa da contrappeso all'individuazione di sé (il "mi" che si strappa da "nostra vita"), il testo di riferimento è L'ermetismo di Dante di Bruno Cerchio: un capitolo intero viene dedicato al simbolismo della Sylva Nigra, e mi pare l'analisi più puntuale e illuminante nella prospettiva che sto adottando.
Mi ritrovai per una selva oscura
Già ad altezza Umanesimo, il grande commentatore virgiliano Cristoforo Landino, nell'Orazione dedicatoria al commento dantesco (recuperabile in Scritti critici e teorici, uscito da Bulzoni nel '74), approcciava secondo traiettoria allegorica il problema della Selva Oscura, riconducendolo in toto a Virgilio: dopo essersi applicato a interpretare il poeta mantovano in senso letterario, Landini dice di avere voluto "etiam investigare gli alti e profondi suoi sensi sotto poetico figmento allegoricamente nascosi" per "tentare se el fiorentino divinissimo poeta Dante Alighieri, vero imitatore di Virgilio ma di più alta dottrina, in alcuna parte aprire potessi". A parte lo scioglimento di un nodo fondamentale, che risiede in quel "di più alta dottrina", che sistema i rapporti tra Virgilio e la struttura cristiana dell'universo in cui agisce da guida per Dante, Landino offre la prima chiave per accedere al mistero della Selva Oscura: Dante "pone dunque la selva per la contagione del corpo e per le tenebre e ignoranzia, imitando il suo maestro Virgilio, il quale disse: Tenent media omnia silvae".
L'introduzione al mistero allegorico, che inizialmente è una detective story la cui protagonista è l'intelligenza, stabilisce a un dato punto la necessità dell'autosuperamento dell'intelligenza: l'allegoria è l'antisterio che conduce a una soglia, alla necessità di un salto quantico, per compiere il quale è necessario il trascendimento dell'intelligenza dialettica e la sperimentazione di un nuovo livello di esperienza conoscitiva. Questo livello è, per l'appunto, esperienziale, cioè umano: la luce dell'intuizione, evocata dal colpo di scena di ogni brava detective story, è la sostanza stessa di questa esperienza.
Ecco come Bruno Cerchio, nel suo splendido trattato dantesco, inizia al significato, già di per sé oscuro, della Selva: "In India e in Grecia il legno era simbolo della materia prima: questo è il significato letterale del termine hylé, che Calcidio nella sua traduzione latina del Timeo rese con Silva, onde questo termine divenne nel Medioevo un sostituto del precedente, come si può facilmente arguire ad esempio leggendo i testi della scuola di Chartres. Con tutta probabilità la 'selva oscura' dantesca conserva questa sfumatura semantica: come l'avventura dell'alchimista è in qualche modo ripetizione della cosmogenesi, così anche il viaggio di Dante inizia dall'indeterminato, dalla massa confusa spagirica".
E' la previa fase della Nigredo: un nome che ormai sa di fossile nozionistico, ma che tuttavia è estremamente attuale, sempre attuale, se si pensasse a ciò su cui stanno lavorando le più avanzate branche della psicologia contemporanea e delle neuroscienze. Questa fase di comprensione dei contenuti 'inconsci' e 'subconsci', questa messa nella luce della coscienza di nodi psichici irrisolti che ci determinano e ci impulsano, è, a tutti gli effetti, un'esperienza neoplatonica e psichiatrica al tempo stesso, necessaria a chi abbia intrapreso il cammino di autosuperamento dell''io'. La questione è posta in maniera molto precisa e corretta da Claude Trésmontant, in un testo fondamentale edito nel '61 in Francia da Seuil, La métaphisique du christianisme et la naissance de la philosophie chrétienne: "Se ci potessimo permettere una trasposizione audace ed esprimere un'idea analoga [a quella della Nigredo] in termini freudiani, diremmo: è necessario che l'anima effettui l'abreazione di ciò che contiene in sé, che manifesti le sue tendenze latenti, fossero pure viziose, al fine di conoscerle in maniera cosciente, e di liberarsene". Certo, la questione non è liberarsene, ma integrarle: queste tendenze latenti delineano una storia segreta dell'oscurità in cui l''io' affonda, e soltanto simbolicamente la tradizione orientale ha formulato l'allegoria della reincarnazione per tentare di dare una forma linguistica e pensativa a questa storia sotterranea dell''io', a questo vorticare di predisposizioni che, pur esprimendosi a livello cerebrale, appaiono non essere responsabilità di ciò che chiamiamo 'conscio'. E' quindi operazione preliminare alla Nigredo e a ogni fase di comprensione psichica un allargamento della coscienza: la coscienza è conscio e anche inconscio. L'esperienza decisiva risiede in questa sensazione di allargamento coscienziale: l'io' è fatto di conscio e non conscio, e la coscienza vede (poiché è la materia prima di cui sono fatti) sia l''io' sia il conscio sia il non conscio. Su quanto va elaborando, in questo senso, la psicologia odierna con il supporto delle neuroscienze, rimando al decisivo intervento di Fabio Giommi.
Retorica dell'allegoresi: la Selva è verde, ma se è Oscura è anche nera. Il primo simbolo della Commedia è vegetale. Secondo la tradizione cosmogonica buddhista, i vegetali sono i nostri antenati: nel senso che non si dà animale che non si sia costituito alimentarmente attingendo dal mondo vegetale. E', per strapparci all'antichità in cui la Commedia è stata reclusa, qualcosa che continuiamo a vedere in un capolavoro cinematografico come è 2001: Odissea nello spazio. All'inizio, la storia alimentare della specie preumana è tutta reclusa nel cerchio vegetale. Poi, arriva il salto di specie. Al termine del film, quando l'astronauta-Ulisse supera la spazio e il tempo, egli si ritrova in uno spazio allegorico in cui vede se stesso: ed è sconcertante l'apparizione di una tonalità verde intenso, all'interno dell'inesplicata architettura allegorica. Kubrick, che da sempre ha lavorato sui livelli simbolici alchemici, utilizza una sapienza allegorica molto precisa: come osserva Bruno Cerchio "la viriditas ermetica [è] la forza silenziosa e irrefrenabile della germogliazione e di tutto il regno vegetale". Il verde è il colore della manifestazione: simbolo che corre in ogni tradizione sapienziale, il verde è vita in espansione e momento critico di crescita. L'entrata nella fase preliminare di Nigredo è dunque verde: momento di crescita, di svolta, che prelude al ritorno a Casa, a Se Stesso.
Poiché la meditazione abreattiva, quella che affronta il nemico che siamo noi stessi - cioè i nodi psichici che non conosciamo ancora -, poiché questa meditazione è una meditazione sulla dualità, su questo nostro modo di vivere il mondo come se fossimo un interno staccato da un esterno oggettivo, l'allegoresi è quintessenzialmente duale: esistono un aspetto positivo e uno negativo del medesimo simbolo. Così, al verde espansivo che simboleggia la forza della vita, si contrappone un aspetto negativo del verde: "è il colore della muffa e della putrefazione, del venefico cloro, dell'acidità e (per il Medioevo) della follia: ancora la nostra psiche lo collega con situazioni di malattia e di estremo disagio (verde per la bile, verde di paura); perciò nel Medioevo si dipingevano di questo colore diavoli e draghi".
Bisogna stare attenti quando si è di fronte al Drago: non toccare la pelle del Drago, a meno che tu non sia pronto. Il Drago è il simbolo per eccellenza dell'infero psichico: scendere agli inferi per strappare la Perla che ogni Drago difende in sé, tentare cioè di sciogliere comprendere e integrare tutta la propria psiche, è un'opera difficile per ogni 'io', per ciascun individuo. Soltanto sconfiggendo il Drago si ottiene il Graal: che è fatto di smeraldo e, come il Drago, è anch'esso verde - l'aspetto positivo del verde. Come scrive Cecco D'Ascoli in L'Acerba: "Non sempre è frutto ov'è verde foglia", il che si contrappone, come ben vede Cerchio, alla terzina successiva: "Ma questa vita e l'altro mondo perde / chi del savere ha sempre in dispetto / perdendo il bene de lo tempo verde".
E per tornare a Dante, e alla prodigiosa retorica anticipatoria dell'incipit, è qua, nel momento in cui si evoca il verde nella sua declinazione nera, che già è contenuto un simbolo futuro, quello della Donna "di salute", quando in Paradiso apparirà "la divina foresta, spessa e viva" - quando, cioè, il nero, compreso e integrato, si rivelerà essere verde, e le fasi dell'Opus alchemico, da nero-bianco-rosso, si trasformeranno in verde-bianco-rosso: la Nigredo sarà stata effettuata e su un carro trionfante vedremo tre Donne vestite, per l'appunto, di verde e di bianco e di rosso, la radice esoterico-massonica (cioè ermetica) della bandiera italiana.
E tutavia questo verde va anzitutto conquistato, come, appoggiandosi ulteriormente al simbolo della Donna, indica il Dante delle Rime:
Giovane donna a tal guisa verde
talor per gli occhi sì dentro è gita,
che tardi poi è stata la partita.
Periglio è grande in donna sì vestita:
però l'affronto de la gente verde
parmi che la tua caccia non seguer de'.
E' l'allegoresi della Caccia Mistica: quella che ha per preda se stessi, che avviene nell'ombrosa e oscura selva, e il cui nucleo costituisce il germoglio di ogni genere nero, come dovrebbe essere chiaro per chiunque si occupi del genere nero.