
Tra le case editrici che stanno prepotentemente richiamando l'attenzione di chi sa che è sempre esistita e sempre esisterà la letteratura, bisogna segnalare il gruppo di menti che opera in medusa. Da tempo, con un'accortezza che spartisce i suoi pregi con l'acribia di certi rabdomanti, quelli di medusa hanno infilato una perla dietro l'altra, inanellando più collane, in cui si trovano eretici del pensiero, filosofi impressionanti, narratori imperdibili. Ultima perla: un inedito di Arthur Conan Doyle. E' incredibile: nel 2004 esce un inedito del padre di Sherlock Holmes. Si tratta de La tragedia del Korosko e, soprattutto per chi si occupa di letteratura di genere, è un'esperienza sconcertante: l'esotismo, il tempo passato e quello futuro, la politica e la ferocia, l'integralismo islamico e il (neo)colonialismo anglosassone - categorie da peso massimo della letteratura tutte miscelate in un'esperienza assolutamente da fare. E' come leggere nel XXII secolo un thriller sul crollo delle Twin Towers. Quando vedete la foto da babbo natale homeless di Saddam su CNN, chiudete gli occhi e provate a pensare cosa avrebbe potuto vedere, ai suoi tempi, il dr. Watson, leggendo il giornale in Baker Street. Pubblico, ringraziando per il permesso autore ed editore, la prefazione che Alessandro Zaccuri ha scritto per questo romanzo di Conan Doyle e che ha un titolo, a mia detta, geniale: Sherlock Holmes e il Nuovo Ordine Mondiale.
Sherlock Holmes e il Nuovo Ordine Mondiale
di Alessandro Zaccuri
«Viaggiai per due anni in Tibet, dunque, ed ebbi il piacere di visitare Lhasa e di trascorrere alcune giornate con il Dalai Lama. […] Attraversai poi la Persia, andai a dare un’occhiata alla Mecca e feci una visita breve ma interessante al Califfo di Khartum, i risultati della quale ho comunicato al Ministero degli Affari Esteri».
(ARTHUR CONAN DOYLE, “La casa vuota”, 1903)
Nel 1898 Arthur Conan Doyle è già famoso come autore delle avventure di Sherlock Holmes, ma non ha alcuna intenzione di risiedere in modo permanente al numero 221B di Baker Street. Si interessa di spiritismo e, in un certo senso, di spiritualità, compone coscienziosi e sfortunati romanzi storici, spende il proprio nome per la nobile causa della Gran Bretagna. La grande occasione arriverà da lì a un anno, nel 1899, con il conflitto anglo-boero e le trecentomila copie del successivo La guerra in Sudafrica (1902). Fin dal 1898, intanto, Conan Doyle intuisce che fra Sudan ed Egitto si è giocata una partita decisiva, capisce che la rivolta del Mahdi è stata non soltanto un fatto di cronaca, ma un’allegoria politica, forse addirittura una visione del futuro, e come tale va rappresentata.
Il risultato di questo esperimento è La tragedia del Korosko, un libro che abbandona presto la finzione del reportage giornalistico per presentarsi come ben congegnata storia d’avventure. In questo caso, però, il risultato non sarà quello sperato dall’autore. Per leggere il “vero” romanzo sulla sollevazione del Mahdi bisognerà attendere – ancora – il 1902, quando l’altrimenti dimenticato A.E.W. Mason pubblica il proverbiale Le quattro piume, onesto feuilleton d’ambientazione africana destinato a un duraturo successo anche cinematografico (la prima pellicola tratta dal libro risale al 1921, la quinta e, per ora, ultima, al 2002). Per ironia della sorte, il 1902 è anche l’anno in cui Conan Doyle è costretto a tornare sui suoi passi con Il cane dei Baskerville, il libro che coincide con la ricomparsa dell’amato-odiato Holmes. Dato per spacciato fin dal 1893 (la sua morte era descritta nel racconto “Il problema finale”), nel Cane dei Baskerville il detective viene presentato in un’avventura che, assicura l’autore, risale a un periodo di molto precedente la sua dipartita. Ma ormai la strada per la “resurrezione” è spianata. Ancora qualche mese e, nel 1903, ecco “La casa vuota”, il racconto del colpo di scena. Sherlock Holmes non era morto, ci eravamo sbagliati, scusate il disturbo. Elementare, Watson.
Non è il solo errore di Conan Doyle, non sarà l’ultimo. Nel 1920 lo scrittore si caccia definitivamente nei guai dando il proprio avallo alle fantomatiche «fotografie» delle fate dello Yorkshire, un clamoroso falso messo a segno da due ragazzine che, a quanto pare, conoscono bene la propensione di sir Arthur per il sovrannaturale declinato in termini non ortodossi. Non per niente anche il ferreo ragionatore Holmes, durante la latitanza seguita al fatale duello con l’arcinemico Moriarty, sconta un periodo di iniziazione nel remoto Tibet, patria designata di ogni arcano segreto e di ogni esoterica sapienza. Affascinato dal buddhismo (e come lui lo saranno, negli anni a venire, il William Somerset Maugham del Filo del rasoio e il Paul Morand di Buddha vivente, per non parlare dell’Hermann Hesse di Siddharta), nella Tragedia del Korosko Conan Doyle si dimostra molto meno comprensivo nei confronti dell’islam, una religione che ai suoi occhi appare cristallizzata in modo irrimediabile. Il VII secolo che fa irruzione nel XIX, ripete più volte l’anonimo cronista del rapimento del colonnello Cochrane, di monsieur Fardet e degli altri passeggeri del Korosko, il battello a forma di ferro da stiro che, partito per un’istruttiva escursione fra le vestigia dell’Antico Egitto, si ritrova nel bel mezzo di una guerra. Peggio, di una guerra tribale.
Il metodo con cui Conan Doyle sceglie i suoi viaggiatori è lo stesso che ancora oggi si adopera per imbastire le barzellette (quelle con il francese, il tedesco e lo scozzese, per intenderci) e questo dimostra che si tratta di un ottimo metodo. Poco prima, nel 1897, Bram Stoker vi aveva fatto ricorso per reclutare la sua compagnia di cacciatori di vampiri, nella quale ritroviamo tutte le possibili gradazioni dell’antropologia anglosassone, dall’avvocato britannico all’americano avventuroso, più un europeo continentale che, nel caso di Dracula, è il sapiente Van Helsing, guida riconosciuta del gruppo nonostante sia non soltanto olandese, ma addirittura papista.
Nella Tragedia del Korosko, invece, i popoli d’oltre Manica non fanno bella figura. A rappresentarli è Fardet, un parigino convinto che nessun aereo sia mai caduto sul Pentagono. Voltairiano e criptocattolico, prova un’istintiva simpatia per qualsiasi ipotesi di complotto che metta in discussione la supremazia dell’Impero anglosassone e lasci invece intatto il buon diritto della Francia al suolo d’Algeria. Per il momento se la prende con la presenza britannica nella valle del Nilo, con il tempo imparerà ad apprezzare le più controverse interpretazioni dell’11 settembre, prima fra tutte quella fornita dal suo connazionale Thierry Meyssan (nessun aereo sul Pentagono, appunto). Non arriva a sostenere che la sollevazione del Mahdi sia stata architettata a Londra, ma non crede che il deserto pulluli di cellule di dervisci pronte a entrare in azione. Guarda la Cnn, il capzioso Fardet, però a forgiare le sue opinioni sono gli editoriali di Le Monde. Pardon, della Patrie.
Il colonnello Cochrane, al contrario, ha le idee molto precise sul trattamento da riservare agli Stati canaglia. Per lui la superiorità morale anglosassone è un dato di fatto, un assioma da cui deriva – come corollario davvero “elementare” – la necessità di impegnarsi in operazioni di polizia internazionale e, quando occorre, in qualche bombardamento intelligente. Fosse per lui ne farebbe volentieri a meno, ma è un inglese e gli tocca questo compito, che presto andrà condiviso con gli americani. Il suo è un mondo semplice e ordinato, nel quale ai francesi spetta il primato della parola e ai tedeschi quello dell’astrazione (terribile competenza, se si considera che la Soluzione finale è stata, in effetti, una forma estrema, e spietata, di astrazione). Un mondo diviso verticalmente in due, con l’Occidente che si fa carico dei progressi della civiltà e l’Oriente impegnato a perpetuare se stesso. Il Mahdi, Osama, Saddam: tutti uguali. Fanatici e sanguinari allo stesso modo. Il colonnello non va giudicato male, perché non è affatto un opportunista. È sincero, almeno quanto può esserlo un soldato che ha paura di invecchiare e si tinge i capelli per sembrare più giovane, indossa il busto per sembrare più dritto. Per ora deve accontentarsi di dare spettacolo sul ponte di un battello, ma in un dibattito televisivo farebbe meraviglie. Il colonnello Cochrane è il volto mediatico della guerra preventiva.
Headingly, il laureato venuto da Harvard, non se ne accorge, ma sta già dalla sua parte. Da bravo ragazzo statunitense, fatica a separarsi dai precetti della dottrina di Monroe: l’America agli americani, l’Europa agli europei, l’Africa agli africani. Ma se una formula di questo tipo non funziona a Monrovia, utopica capitale della liberata Liberia, come sperare di applicarla nel cuore selvaggio del Sahara? Al momento opportuno, infatti, il coraggioso Headingly farà il suo dovere, proprio come aveva previsto Cochrane. Sfiderà le carabine dei dervisci per salvare l’ingrato Fardet, anticipando il sacrificio di tanti soldati Ryan sul suolo irredento di Normandia. Le rovine di Abusir saranno la sua Omaha Beach, il suo Ground Zero. Il giovane Headingly, infatti, continua a morire in Afghanistan e in Iraq, in ogni imboscata o attentato suicida. E, morendo, continua a mantenere fresche le notizie che arrivano dal fronte. I telegiornali provano gratitudine per lui, anche Hollywood inizia a mostrare un certo interesse.
D’accordo, adesso basta con il gioco delle sovrapposizioni temporali, anche se in realtà uno dei maggiori elementi di interesse della Tragedia del Korosko sta proprio nell’opportunità di osservare il nostro XXI secolo attraverso il cannocchiale rovesciato del XIX. Con l’integralismo islamico che già allora fa paura, perché i dervisci sono guerrieri che non si arrendono, piuttosto morire che cedere quartiere, e questo – tutto sommato – neppure il colonnello Cochrane sarebbe disposto a farlo. Il punto di vista del vecchio ufficiale è, senza dubbio, lo stesso dell’autore, che sceglie di suggellare il romanzo con il furtivo, pudico ma a suo modo solenne intrecciarsi di mani fra l’inglesissimo Stephens e l’americanissima Sadie. Sono i fidanzatini dell’Impero, il cui amore rappresenta una trasparente ierogamia geopolitica: da una parte all’altra dell’Atlantico, i popoli anglosassoni sono pronti a compiere il proprio destino manifesto. Oggi come oggi, forse, il tableau vivant dovrebbe essere allestito a parti inverse, con gli Stati Uniti nel ruolo del capofamiglia e la Gran Bretagna in quello della sposa. A meno che non abbia ragione il solito Fardet. A meno che lo stesso Conan Doyle non abbia nascosto – sia pure in modo involontario – un indizio che sembra escogitato apposta per mettere sull’avviso i teorici della cospirazione, persuasi che ancora oggi sia Londra, e non Washington, la madre di tutte le capitali.
Sherlock Holmes, sempre lui. E di nuovo “La casa vuota”, il racconto della sua rentrée. Nel quale l’ineffabile investigatore racconta sì di essere stato ammesso al cospetto del Dalai Lama, ma anche di aver vagato tra la Persia e la Mecca, poi giù fino a Khartum, per un colloquio riservatissimo con il Califfo. Una conversazione di cui il patriottico Holmes, al suo ritorno in Gran Bretagna, ha informato «il Ministero degli Affari Esteri». E una relazione top secret, si sa, può risultate utile anche a distanza di anni o di decenni, forse addirittura un secolo dopo. Inutile scervellarsi: il contributo di Sherlock Holmes al Nuovo Ordine Mondiale è destinato a rimanere un mistero. L’unico che il detective di Baker Street non abbia voluto sciogliere. Ma per questo, in fondo, ci sarà pure un buon motivo.
La citazione da “La casa vuota” è tratta da ARTHUR CONAN DOYLE, 221B Baker Street. Sei ritratti di Sherlock Holmes, a cura di Alessandra Calanchi, Venezia, Marsilio, 2001, p. 167.
La permanenza dell’investigatore in Tibet ha ispirato di recente il romanzo The Mandala of Sherlock Holmes di Jamyang Norbu (New Delhi, HarperCollins, 1999; ed. it. Il mandala di Sherlock Holmes, traduzione di Grazia Maria Riffini, Torino, Instar Libri, 2002).
La prima traduzione italiana di The Tragedy of Korosko apparve anonima nel 1913 presso la Pro Familia di Milano con il titolo Un dramma sul Nilo nella collana “Per tutti” e fu poi riproposta nel 1950 dalla stessa casa editrice tra “I classici del giallo”. L’«unica traduzione autorizzata» di Maria Gallone uscì invece nel 1952 con il titolo La tragedia del Korosko all’interno della collana “I libri per la gioventù” di Rizzoli: si tratta dello stesso testo ripubblicato nei primi mesi del 2003 come ventottesima uscita di “Sherlock Holmes & C. Tutti i capolavori di Conan Doyle”, una collezione dei Fratelli Fabbri destinata alle edicole.