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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Dalle viscere della terra

La parabola di un topos letterario nel romanzo di Valerio Evangelisti "Antracite"

di Wu Ming 4

evangelistiparty.jpgwm4.gifUno straniero senza nome giunge in una città contesa tra gang rivali e si ritrova al centro di complessi intrighi di potere e di morte dai quali uscirà con coraggio e astuzia. Uno di quei canoni narrativi a cui ci si affeziona fin da bambini, e che è stato raccontato da illustri nomi della letteratura e del cinema di genere. Quando nel 1929 Dashiell Hammett scrisse Red Harvest non poteva immaginare che la sua storia sarebbe diventata un archetipo dell'immaginario pop. Siamo negli anni ruggenti che precedono la Grande Depressione. Lo straniero senza nome di Hammett è un investigatore privato spedito in una città corrotta per risolvere un caso. Il padrone delle ferriere, vecchio capitalista esangue proprietario di fabbriche e miniere, ha affrontato il conflitto sindacale con il pugno di ferro e i metodi sporchi, assoldando gangster e mafiosi per fare piazza pulita di sindacalisti e teste calde. Ma una volta stroncati gli scioperi, i gangster hanno preteso una fetta della torta e si sono rivoltati contro il loro stesso mandante, diventandone concorrenti per il controllo degli affari cittadini.

Il nostro anonimo agente si ritrova in mezzo a un'intricata guerra tra cosche che vede coinvolti sindacalisti, malavitosi e imprenditori proprietari di testate giornalistiche, dove è impossibile definire un confine netto tra buoni e cattivi e niente è ciò che sembra. Dovrà risolvere un caso d'omicidio, salvare la pelle e fare piazza pulita dei parassiti. Impresa degna di un antieroe di genere che muove i suoi primi passi.
Nel 1961 Akira Kurosawa trasferisce il topos sul grande schermo. Scarnifica la storia, riduce all'osso il modello e ne indaga le linee narrative e i caratteri, trasformandolo quasi in un dramma shakespeariano. L'ambientazione è quella del Giappone ottocentesco e lo straniero senza nome è un samurai, mercenario senza scrupoli in vendita al miglior offerente. Yojimbo, che in giapponese significa "uomo di trent'anni", è un Toshiro Mifune coriaceo e violento, ma con un fondo d'umanità nel cuore, proprio come l'agente speciale di Hammett. La città in cui giunge è divisa tra due famiglie in lotta tra loro, una produce sake, l'altra seta. Lo straniero sviluppa una complessa strategia del doppiogioco per fregare tutti e fare molti soldi. Ma sarà proprio il principio etico che non riesce ad abbandonare a impedirgli di lucrare davvero sulla situazione, e a spingerlo a fare fuori tutti i cattivi, prima di riprendere la strada, più povero di quando è arrivato.
Quattro anni dopo, Sergio Leone riadatta la storia al selvaggio West americano, girando Per un pugno di dollari. La vicenda è identica, i personaggi gli stessi, ma tutto il film è ammantato di un alone crepuscolare e accompagnato dalle musiche di Morricone, che rendono l'atmosfera romantica e quasi omerica. Clint Eastwood è lo straniero che chiamano "Joe", forte come Achille, furbo come Odisseo.
A metà degli anni novanta un altro regista, Walter Hill, si cimenta nella rilettura dell'archetipo. Hill compie un mixaggio azzardato: recupera l'epoca originaria dal modello letterario, gli anni venti del novecento, e la trapianta sull'ambientazione leoniana della frontiera tra Stati Uniti e Messico. Il protagonista è un goffo e tarchiato Bruce Willis, che si fa chiamare Joe Smith, e che alla fine rimarrà "L'ultimo uomo in piedi" (Last man standing) o, nel titolo italiano, Ancora vivo.
Ci piace leggere Antracite, il terzo episodio narrativo della trilogia di "Metallo urlante" (Mondadori, Strade Blu, 2003) come un'ulteriore tappa di quella che potremmo ormai definire una saga.
Siamo di nuovo in uno scenario western, ma nello stato industriale e minerario della Pennsylvania, East Coast. Soprattutto siamo a un passaggio epocale, quello dello scontro tra due Americhe, all'indomani della Guerra Civile, abilmente tratteggiato da uno dei personaggi: il capitale industriale alleato dei grandi allevatori e sostenuto dal partito repubblicano, contro il capitale latifondista alleato della piccola proprietà agricola e appoggiato dal partito democratico. Il Nord-Est che "colonizza" il Sud-Ovest al ritmo di avanzamento della ferrovia.
La città in cui giunge lo straniero senza nome è divisa da un conflitto di classe: il capitale WASP da una parte, la manodopera immigrata, soprattutto irlandese, dall'altra. Evangelisti recupera l'aspetto "sindacale" e sociale del conflitto e delle trame nelle quali il protagonista si trova coinvolto. Ma anche qui è difficile distinguere i buoni dai cattivi, gli onesti dagli infiltrati. La vera impresa, la vera detection, è ricostruire il quadro, capire chi sta con chi, dove sta il bene, e quello che è meglio fare. Rispetto ai precedenti cinematografici si riprende la complessità della trama e il gusto "noir" del colpo di scena.
C'è poi un inserimento ex novo molto interessante. Lo straniero in questo caso ha un nome, per quanto nome "d'arte": Pantera (già protagonista delle due puntate precedenti della trilogia). E' un personaggio che mantiene le caratteristiche dei suoi predecessori: cinico, ma con un senso etico; mercenario, ma di se stesso. In più però è un meticcio. Pantera è etnicamente e culturalmente un incrocio, allusione effettiva al mondo nuovo nascente, catapultato a sua volta e suo malgrado in una guerra che vede mescolate identità di classe e identità etniche, rivoluzione e tradizione. Di fronte al sangue e all'orrore del Vecchio Mondo, importati e perpetrati in quello Nuovo, è proprio lui la figura più rivoluzionaria. Pantera è mezzo nero e mezzo messicano, sacerdote sui generis di una religione afrocaraibica giunta fino al continente. E' il punto d'arrivo di un percorso che parte dall'Africa e approda nell'America "dei liberi e dei coraggiosi" con il suo bagaglio davvero straniero e che poco o nulla ha a che spartire con gli odi religiosi ed etnici dei bianchi. Solo così può diventare l'unico vero paladino dei paria, di coloro che scavano in fondo alle miniere, negli strati più profondi della terra, secondo una suddivisione verticale che ricalca quella sociale. Laggiù in fondo, dove quasi non arriva la luce, non ci sono più gli uomini, ma i bambini, gli ultimi per davvero, gli ultimi arrivati in un mondo che di "nuovo" ha davvero poco. E' con questi che il reietto Pantera, discendente di schiavi e indios, sancisce la sua implicita alleanza. Con la prostituta bambina che di giorno si spacca le mani in miniera e di notte soddisfa le più sordide voglie di uomini bestiali; con i piccoli minatori cresciuti troppo in fretta, i polmoni già marci di carbonchio; e con le donne, invecchiate prima del tempo e ormai "fuori mercato" anche per i papponi.
Ci sono pagine commoventi in Antracite, che ci restituiscono il senso di un oscuro punto d'origine delle lotte, secondo la celeberrima suggestione di Benjamin: non si lotta per i posteri, ma per gli antenati. Per conservare il senso di un'impresa titanica, quella dell'anonima moltitudine di esseri umani che ha sputato sangue per uscire dalle viscere della terra e aspirare a una vita dignitosa.
Ma il romanzo di Evangelisti ci regala anche un'imprescindibile riflessione sulla modernità. Il carbone, la ferrovia, la trasformazione del paesaggio e del mondo abitato, coincidono con un cambiamento antropologico: creano esseri contaminati dal minerale e dal metallo, che portano sulla pelle e fin nei recessi dell'organismo il marchio mortale del lavoro e dello "sviluppo". L'idea che la terra sia fatta per essere erosa, scavata, triturata dalle macchine, fino a ridurla in cenere; l'idea che la locomotiva ("mito di progresso") e la scavatrice esistano per abolire il concetto stesso di limite alla potenzialità trasformatrice dell'uomo; questa idea nasconde la storia sociale dei fatti ed è intrinsecamente connessa con l'inumanità capitalistica. L'abolizione del limite dello sfruttamento del mondo non può prescindere dallo sfruttamento della specie. Di conseguenza non è possibile limitare l'arbitrio dell'uomo sull'uomo senza limitare quello dell'uomo su ciò che lo circonda. Ma è chiaro che non c'è alcuna fascinazione passatista o pre-moderna nel romanzo di Evangelisti, bensì uno sguardo in avanti, una constatazione indotta fin troppo attuale, anche se colta in un momento originario. Qualcosa che proietta nel presente l'ultima cavalcata di Pantera.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 2 Dicembre 2003

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