di Alessandro Zaccuri

[giornalista culturale per Avvenire, Alessandro Zaccuri è autore dello straordinario saggio su cinema e letteratura Citazioni pericolose, pubblicato da Fazi, oltre che del reportage visionario Milano, la città di nessuno, uscito per l'Ancora del Mediterraneo]
All’inizio Pantera non mi stava molto simpatico. No, detto così non è giusto. Ho un debole per i visionari, i detective sciamanici, gli intuizionisti di ogni tipo. Figurarsi se non mi piaceva un palero con la Colt e senza cinturone. Un personaggio straordinario, ma del quale lo stesso Valerio Evangelisti non sembrava fidarsi sino in fondo. Prendete Black Flag. Lì Pantera finiva ridotto al ruolo di comprimario, mortificato da un intreccio che puntava molto sulla sovrapposizione dei piani temporali, sulla giustapposizione dei generi, sul parallelismo non sempre efficace fra il passato remoto dell’Ottocento e un altrettanto remoto futuro cyberpunk. Troppo Métal Hurlant e troppo poco Metallo urlante, almeno per i miei gusti.
Antracite è un altro discorso. Antracite è Pantera allo stato puro, Ottocento allo stato puro e, quindi, attualità allo stato puro. È come se Evangelisti avesse capito che il contrasto passato/futuro funziona alla perfezione per le indagini di Eymerich (un libro come Mater Terribilis è interamente costruito su questa polarità narrativa e concettuale), mentre Pantera va lasciato dove si trova, vale a dire nel nostro presente.
Una X, un’altra X, poi una I. Messe in quest’ordine le cifre danno l’ordinale romano XXI, che sarebbe il secolo corrente. Ma se si tenta una minima operazione cabalistica, invertendo fra loro la seconda e la terza posizione (sì, come nel gioco delle tre tavolette), ecco apparire il XIX. Quello che, fino allo scorso secolo, per noi tutti era il secolo scorso e che adesso, in modo misterioso e inappellabile, ci si rivela sempre di più come volto nascosto del presente.
Dall’11 settembre 2001 in poi, ogni giorno che passa ci conferma nella sensazione che il Novecento sia stato un gigantesco, doloroso e sanguinario equivoco. Fra tutte le possibilità che aveva a disposizione, la Storia si è ostinata a realizzare le più astruse e improbabili, spesso fallimentari già in partenza (Iosif Brodskij lo diceva in modo pacato e incontrovertibile: il regime sovietico non è caduto con il muro di Berlino, non ha mai funzionato, non poteva funzionare…). Allo scoccare dell’anno 2000 – o, meglio, 2001 – abbiamo dovuto azzerare i cronometri, tornare indietro di un secolo esatto e cercare di capire dove avevamo sbagliato.
Qualcuno, a dire il vero, non ha avuto bisogno di aspettare il cambio di millennio per accorgersene. Ho in mente gli scritti di Luigi Baldacci, forse l’ultimo vero grande critico della tradizione novecentesca, che pure non aveva paura di contraddire se stesso affermando che il XX secolo aveva fallito là dove il XIX continuava a trionfare. Nell’idea che l’arte debba misurarsi con i gusti del pubblico prima che con le pretese degli addetti ai lavori, per esempio, ma anche negli esiti quasi profetici di un autore insospettabile come Giosue Carducci, di cui lo stesso Baldacci aveva rivalutato una frase limpida e inquietante: «La borghesia che si gloria di avere ammazzato l’epopea col romanzo, la tragedia col dramma, finisce anch’essa, finisce con l’operetta di Offenbach. La borghesia positivista, il realismo americano avanza».
Si tratta, né più né meno, dello stesso punto di crisi in cui si colloca Antracite. Che non è soltanto il romanzo del conflitto fra le due Americhe (quella idealista e libertaria degli immigrati contro quella pragmatica e determinista degli industriali), ma è anche e anzitutto un tentativo maturo e convincente di ristabilire il contatto con l’epica attraverso la mediazione del romanzo ottocentesco, che dell’epica stessa (e della tragedia) rappresenta la più recente manifestazione storica.
In questo Evangelisti è tutt’altro che eccentrico o isolato. Basta guardarsi intorno, bastano una serata al cinema o un giro in libreria. Aggiungendo, se si è fortunati, qualche confidenza carpita a critici e scrittori. Anche in Italia, dove c’è chi ha già rifatto I demoni di Dostoevskij e chi si accinge a riscrivere Il conte di Montecristo, chi ammette che più in là di Victor Hugo non siamo ancora andati e chi incappa per la prima volta in Cento anni di Giuseppe Rovani restandone sorpreso e catturato. Per non parlare di quello che succede all’estero, con i fumetti dell’inglese Alan Moore sempre più saccheggiati da Hollywood (From Hell e La leggenda degli uomini straordinari) in modo da suggerire la vertiginosa retrodatazione di due mitografie in apparenza prettamente novecentesche come la caccia a un assassino seriale e la nascita di un’alleanza fra supereroi. E Gangs of New York, certo, nel quale Martin Scorsese mette in scena l’epica nella sua veste più arcaica e degradata, anticipando alcune delle più incisive ossessioni di Antracite, dalla consapevolezza che ogni città si conosce veramente soltanto dalla prospettiva dei sotterranei fino al riconoscimento che la Storia è sempre, sia pure in modo oscuro, Storia sacra. Nei libri di Evangelisti Pantera è nello stesso tempo pistolero e stregone, così come nel film di Scorsese il personaggio interpretato da Liam Neeson è the Priest, il Prete, guerriero e sacerdote. Anzi, guerriero in quanto sacerdote. La modernità di Amsterdam/Leonardo DiCaprio discende da questo connubio ancestrale, lo stesso che in Antracite è rappresentato dai culti celtici che sanciscono il complotto dei Molly Maguires.
In tutte queste narrazioni (come già in Dead Man, l’indimenticabile western lisergico diretto da Jim Jarmusch e sempre presente, come sottotesto implicito, nelle avventure di Pantera) il più macroscopico degli equivoci novecenteschi non si è ancora consumato, ma è già pronto a esplodere. L’illusione, cioè, che a dare forma alla Storia sia quello che si vede, la struttura essoterica replicata all’infinito dai cinegiornali dell’Istituto Luce, dalla prima pagina della «Pravda», dalle breaking news della Cnn, e non piuttosto una trama soltanto a tratti visibile, senza dubbio esoterica, ma non per questo interdetta alla comprensione. Per capirci meglio: possiamo continuare a credere che il nazismo abbia generato le SS Ahnenerbe come stravaganza occultistica oppure possiamo cambiare prospettiva, postulando che la fondazione del Terzo Reich rappresenti la realizzazione pubblica di un progetto a lungo elaborato nelle segrete del pangermanesimo alchemico.
Finora ci sembrava già molto poterci avventurare fino al “Terzo Livello” della realtà, quello politico. Questo, intendiamoci, Evangelisti lo fa molto bene, per esempio quando ci ricorda che già nell’Ottocento il conteggio dei voti in Florida poteva ribaltare il risultato di un’elezione presidenziale. E lo fa benissimo anche Scorsese, quando ci mostra New York bombardata per la prima volta non dai terroristi islamici, ma dalla Marina da guerra degli Stati Uniti. Il vero colpo di scena di Antracite, però, quello che lascia disorientato lo stesso Pantera, è la rivelazione che per i padroni della Nuova America la sua iniziazione al Palo Mayombe è altrettanto preziosa della sua abilità con la pistola. Come dire che c’è un Quarto Livello che non conosciamo e che ci fa paura, che dobbiamo iniziare a esplorare e nel quale possiamo anche rischiare di perderci. Spirituale, non politico. O, meglio, in grado di orientare spiritualmente la politica e l’economia, la cultura e l’intrattenimento di massa. Accettarlo significa chiudere una volta per tutti i conti con il Novecento. E aprire, finalmente, la partita con l’Ottocento prossimo venturo.