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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Evangelisti, cioè Salgari

di Antonio Moresco
morescobn0.jpgevangelistiparty.jpgQuesto intervento non è specificamente dedicato a Valerio Evangelisti nè ad Antracite. Però, a un certo punto, spunta proprio lui, Evangelisti, non tanto improbabilmente accanto a Fogazzaro. Siccome conosco Antonio Moresco e so quanta stima egli nutra nei confronti Evangelisti, gli ho chiesto il permesso di pubblicare qui parte dell'intervento, originariamente apparso su Nazione Indiana.

Mediocrità dominante, logiche economiche che si mangiano tutto, disprezzo per ogni attività artistica e di conoscenza forte, ecc… Sono cose sotto gli occhi di ognuno e di totale evidenza, eppure -lavorati ai fianchi da controargomentazioni intellettuali funzionali introiettate e da altri “antidoti” culturali- sono diventati quasi argomenti tabù, che si esita ad affrontare veramente e fino in fondo, per paura di passare per chissà cosa e di uscire da un’area di accettazione.
Negli ultimi decenni del secolo è avvenuto un rovesciamento speculare, del tutto funzionale alle dimensioni e alle forme che hanno assunto le macchine culturali ed editoriali dell’ intrattenimento di questa epoca e al conseguente bisogno di ridurre anche la “letteratura” e il pensiero a qualcosa di inoffensivo. Prima era il “letterato” o l’editore “di cultura” a guardare dall’alto in basso (spesso senza motivo) lo scrittore cosiddetto “di genere”. Adesso è il contrario. Fa parte ormai di un generale bon ton esibire apprezzamento per le scritture di genere, il cinema di genere ecc… e affettare invece nausea e disprezzo per chi invece voglia, pretenda, abbia necessità di caricare di bisogni forti il proprio lavoro artistico e di conoscenza.

Questa generale operazione di giubilazione di ciò che prima era considerato di serie B è ormai così scoperta, ripetitiva e meccanica -ed è stata già collaudata così tante volte nelle ultime generazioni- che puoi già prevedere che cosa dell’oggi verrà valorizzato domani, se non interverrà uno scombinamento, uno smottamento di piani, una rottura (anche) di questa rete.
Un atteggiamento intriso di superficialità, inconsistenza che, in obbedienza ai bisogni delle macchine economiche e del consenso che producono libri, spettacoli e altri “oggetti estetici e culturali”, tende a fare piazza pulita di ogni possibilità non contemplata, anomalia, diversità, radicalità. All’interno di questa logica e di questo sistema di forze viene selezionato ciò che è maggiormente funzionale alla normalizzazione delle attività artistiche e umane. Compito fatto proprio immediatamente e moltiplicato acriticamente anche dalle schiere asservite di intellettuali funzionari, critici, mediatori, indipendentemente dalla loro collocazione culturale o politico-culturale. Questo giochino ha già funzionato ieri, perché non dovrebbe funzionare ancora? Tanto più che è proprio questo che li mantiene in pallida vita ed elargisce una piccola rendita di posizione e status terminale.
E’ raro, in questi anni - tanto più tra le figure “emerse” o con forte visibilità mediatica- trovare persone che non siano implicate o asservite. Mentre c’è chi crede di sottrarsi a questo gioco solo perché esibisce un piccolo moralismo, anch’esso sintomo inequivocabile di sconfitta e di resa.
Così ognuno fa a gara nel mostrarsi estimatore della letteratura “di genere”. Senza riflettere, senza guardare dentro alle cose. Anche persone intelligenti cadono spesso in questa trappola culturale e si prestano a questo gioco.
Io non disprezzo affatto la letteratura cosiddetta “di genere”. Ero un ragazzo con molte difficoltà di apprendimento (sono ancora così) e sono riuscito a cominciare a leggere solo perché esisteva Salgari, che amo ancora. E anche adesso, sinceramente, tra Fogazzaro e Salgari, scrittori tra loro contemporanei e rappresen-tanti il primo della “letteratura con la L maiuscola” e il secondo di quella “di genere”, preferisco Salgari. Come anche oggi sono molti gli scrittori cosiddetti “di genere” che leggo con abbandono e passione, più che altri autori di libri di letteratura in posa da letteratura. Non solo americani e di altri paesi, ma anche italiani, come Valerio Evangelisti, per fare un esempio, i cui libri “di genere” sono a volte carichi di un’invenzione e di una passione - anche di conoscenza - impossibile da trovare nei libri di tanti abatini della scrittura letteraria, per non parlare dei molti cialtroni che credono di esibire il proprio status spalmando marmellata sopra le loro pagine.
Però dietro questa operazione di inclusione e esclusione in atto in questa epoca sta passando qualcosa d’altro, qualcosa di enormemente importante, che bisogna avere il coraggio di individuare e affrontare, perché stanno cercando di ingabbiare tutta la potenza del dicibile in una rete di narrazioni artefatte schematizzate. Forse non si è fatta ancora sufficiente attenzione alla natura genocida di questa operazione, sul piano artistico, di conoscenza e di specie. Accettare questo stato di cose, per uno scrittore, è un gesto di resa senza condizioni.
Partiamo dal problema del “pubblico”. Agli scrittori viene detto che, se non impugnano l’arma del “genere” e delle sue collaudate regole industriali, non riusciranno mai ad arrivare al “pubblico”.
In realtà quello che chiamano “il pubblico” non è un’entità astratta e sempre uguale a se stessa, è il risultato di un lungo lavoro di normalizzazione. Anche Dickens, anche Hugo arrivavano al “pubblico”, addirittura al “grande pubblico”. Ma con che libertà, che coraggio, che potenza sperimentale e di conoscenza potevano arrivarci coi loro libri! Parlando in questo modo del “pubblico” si passa sotto silenzio il concorso delle enormi forze (economiche, tecnologiche, culturali e sociali) che hanno agito perché le cose andassero così, perché arrivassero al punto in cui sono infatti arrivate. Hanno castrato, lobotomizzato e rimbecillito il “pubblico” e poi ci vengono a dire: “Ecco, vedete, il pubblico è rimbecillito, noi non possiamo dargli che quello che ci chiede e si merita! Non è colpa nostra se il suo stomaco digerisce solo cibi predigeriti.”
Va avanti così da tempo. E’ un serpente che si morde la coda. Ma è anche un cerchio che si deve spezzare! Bisogna continuare a ripetere e a ricordare che sono state compiute delle azioni concrete, da singole persone, da gruppi, che sono state portate avanti delle operazioni finalizzate al fatto di arrivare a questo punto. Non è un risultato astratto, una sorta di calamità naturale senza responsabilità e senza agenti, di fronte alla quale non si può fare niente. Faccio un esempio. Quando ero ragazzo io (parlo di poco più di una trentina di anni fa, non di secoli) sono usciti per la prima volta in edicola gli Oscar Mondadori, che prima si trova-vano solo in libreria. Operazione ardita e, mi risulta, largamente premiata dal “pubblico”. Bene, provate ad andare a vedere che scrittori venivano proposti, fin dai primi titoli, al “grande pubbli-co” (Gogol, Hemingway, Sartre, Faulkner, Pirandello, Verga, Nabokov, Miller, Maupassant, Koestler, Fitzgerald, Bellow…). E adesso provate a fare un confronto coi titoli di un’analoga operazione “di massa” messa in atto dallo stesso editore una trentina di anni dopo con “I Miti”. Dovrete faticare molto a trovare qua e là qualche scrittore tra la ressa dei Grisham, Smith, Rosamunde Pilcher, Sveva Casati Modignani, Forattini, Ezio Greggio, Gino & Michele, Io speriamo che me la cavo, Fichi d’India
Sono passati solo trent’anni, il cervello degli uomini e dei lettori non può essersi degradato biologicamente fino a questo punto. Eppure che enormità sembra essere successa in uno spazio di tempo così breve! Che violenza è stata messa in campo contro le capacità di percezione, di attesa!
Altro esempio. Sempre quando ero ragazzo io, persino registi come Fellini, Bergman, Antonioni, Ferreri, Buñuel, Pasolini… potevano raggiungere il “grande pubblico”. Ora faticherebbero a trovare un produttore disposto a produrre i loro film. Ci viene detto solo che le cose stanno così, che il “grande pubblico” vuole solo merda confezionata e quindi non resta che dargliela. Non è così! E’ stato costruito qualcosa e poi ci viene detto che si tratta di un evento naturale immutabile che non si può cambiare.
Ma se si è operato in un senso, si può anche operare in un altro, non accettare un simile stato di cose.
Per non parlare di un altro problema. La “legge” dei grandi numeri -che non è affatto una legge ma, anche quella, il risultato di una concentrazione mirata di forze- tende continuamente a cancellare, attraverso mille meccanismi, gli scrittori anomali e non allineati che non arrivano - o non vengono fatti arrivare - al “grande pubblico”. Oggi nessun grande editore pubblicherebbe Kafka, ad esempio, i cui primi libri pubblicati in vita vendevano duecento copie, e anche uno scrittore come Faulkner, i cui primi libri vendevano (nel corso di molti anni e nell’intero territorio degli Stati Uniti) intorno alle duemila copie, avrebbe qualche proble-ma. Quanto a Dostoevskij, ho letto che vendeva, nell’immensa Russia e quando non esisteva ancora la televisione e altri media e quasi tutto passava ancora attraverso il romanzo, seimila copie, ma questo solo negli ultimi anni della sua vita, quando era ormai uno scrittore di grande successo.
Ora ci mettono davanti parametri e tabelle di cifre che dicono una cosa sola: che in buona parte non sono più editori, che non sanno neanche più cosa vuol dire essere editori. Che, dal giusto rispetto per le cifre e per il ritorno economico, sono passati a qualcosa di molto diverso, che non ci viene detto.
Non allargate le braccia, non siete innocenti! Tutto quello che è successo non è avvenuto in un vuoto pneumatico, è stato il risultato di azioni, di forze, di funzionalità, asservimenti, carriere… di cui ora si vedono pienamente i frutti.
Cosa ci interessa che resti o meno in piedi questa baracca?
C’è poi un’altra cosa da dire. Molto spesso i libri “di genere” contengono delle verità, a volte anche terribili (basta vedere i medical thriller, ma anche altri di altro argomento). Verità che raramente si incontrano con la stessa chiarezza negli articoli dei giornali a grandi tirature e per un pubblico ancora più vasto, perché dietro queste verità ci sono delle forze e queste forze controllano spesso, direttamente o indirettamente, gli stessi media. Vengono messe avanti così, introdotte così, dietro lo schermo del divertimento, dell’intrattenimento, della “fiction”. In questo modo si introducono di soppiatto, creando accettazione, assuefazione, depotenziando la loro carica esplosiva e di critica, ed entrando così, lentamente, a cerchi concentrici, prima piccoli poi sempre più grandi, nel tessuto sociale. Che è esattamente ciò che serve alle macchine dei poteri di questa epoca, che operano con una logica ormai direttamente criminale, anche attraverso un narcotizzante meccanismo “democratico” ormai solamente di facciata.
Ma torniamo al “pubblico”.
Ci sono delle regole – ci viene detto - per riuscire ad arrivare al “grande pubblico”. Personaggi così, storia cosà, plot un po’ così e un po’ cosà… Voi scrittori non dovete fare altro che imparare queste regole. E allora vedrete che sfonderete, alla fine, ci saranno un po’ di briciole anche per voi. Il messaggio che editori e mediatori rivolgono allo scrittore di questa epoca è questo: non ostinatevi a considerare “la letteratura” come un terreno di pas-sione e di conoscenza e ricerca. Ormai non è più quel tempo. Abbiamo stravinto noi. Non caverete un ragno dal buco! Scrivete libri - o fate film - che non impegnino più di tanto la testolina del lettore o dello spettatore, che non gli creino vera inquietudine, tormento, lucidità, che vendano immediatamente e portino un bel po’ di quattrini a noi e quindi anche a voi. E poi lo dicono anche le riviste mediche che per vivere a lungo bisogna stare allegri e senza pensieri! Rinunciate ai vostri sogni, alla vostra difficile libertà, arrendetevi, mettetevi tutti in questo soffice vicolo cieco. Fate la letteratura “di genere” (giallo, nero, verde, quello che volete voi, anche rosa, se volete specializzarvi nel guadagnare quattrini gabbando le donne, oppure c’è il thriller, il legal thriller, il serial killer, il comico, il fantasy, il genere religioso…). Ficcateci dentro un po’ di macchiette, di personaggi seriali, e il gioco è fat-to. Vedrete che sfonderete. Cazzo, non avete visto Simenon! Imparate a stare al mondo! E’ così che si fa! E poi alla fine chissà che non possa toccare anche a voi di venire giubilti da una casa editrice raffinata, che vi darà persino la targhetta di grande scrittore.
(...) La diffusione pervasiva pilotata dei “generi” generizza anche la “letteratura”, con il mantenimento di spazi, sia pur terminali, per una scrittura evocativa della letteratura, formalmente accurata ma senza più nulla dello smottamento e dell’invenzione e dell’immersione, della crudeltà e dell’incanto che attraversano la letteratura, ma che può dare anch’essa le sue piccole soddisfazioni.
Non bisogna stare in queste gabbie. Né in quella del “genere” né in quella del “genere letteratura”. Occorre un movimento che attraversi da parte a parte sia la “letteratura di genere” che il “genere letteratura”.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 22 Ottobre 2003

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