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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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PF Majorino: Tantarabbia non ritorna

pfmajorino.gifPresso peQuod, l'editore che fa gli italiani che conteranno, sta per uscire un romanzo di Pierfrancesco Majorino, trentenne, milanese. Apparentemente prestato, per sua sventura personale, alla politica (è segretario milanese dei DS), nonostante sia esordiente (solo in quanto narratore; come saggista, ha pubblicato Giovani anno zero per adnkronos libri), sorprende per la maturità e l'anarchia nel condurre in porto una sorta di Soliti sospetti al contrario. In lui credo fermamente: il suo romanzo è splendido, lucido, pervicace, spettrale, dissennato. Ho chiesto a Majorino su cosa stia lavorando: mi ha inviato un manoscritto che rovescia tutto quanto pensavo di lui - questo è dissennato, spettrale, pervicace, lucido e splendido. Ne anticipo qualche brano.



Regione di Confine, in un punto imprecisato della Zona dei Fermiboschi, nei giorni d’ottobre dell’Anno 57

Mi mangio l’aria, sa di terra colorata, erba, animali morti. Sa di quel grande angelo custode che è l’Esercito dove sono nato, dei miei vestiti unti, tagliati, di questa sciarpa di foglie che ho collezionato strappandomi dei rami dal mio tronco. Sa delle pillole rosse, finite, dolci, dalla scatola vuota, pillole fenomenali, è vero e me l’avevano detto “quando sarai in difficoltà usale, sanno di miele e confettura di more”, sanno anche della vista degli occhi, della stessa vista che quando le ingoiavo mi tornava di colpo e vedevo i ragazzi del battaglione, la sera rinchiusi nei locali notturni della Città Orientale oppure nelle balere e nei pub delle grandi metropoli industriali a sud dei Fermiboschi.
Come lampi, le mie deliziose piccole pastiglie mi hanno fatto vedere i sorrisi delle mani, le mie capovolte ballerine, il cincischiar cantando nelle notti di permesso.
Mi hanno fornito il suo sorriso, ampio, infinito e denti bianchi.
Diavoli miei non vedo niente e sento ancora meno : sto sdraiato dentro il letto scomposto di un ruscello che sa di polvere da sparo.

Mangio da giorni l’aria, mi nutro della terra, delle foglie, delle radici come facevo con le pastiglie. Vedo solo contorni di luce, segni, disegni sulla carta, linee ora lievi ora forti. E’ tutto il mondo che ho davanti ed è qui che mangio l’aria. Poi la sento, l’assaporo e di colpo cambia odore. Adesso mi arriva addosso, arriva fiato di bestia, aria di animale, mi lecca le labbra e il mento, ringhia, urla, ha il pelo oltre la bocca. Un grande cane, gigantesco, cane, mi lecca la faccia. E’ lui, lo sento che chiama qualcuno coi suoi versi, forse i suoi compari oppure i suoi padroni. Poi sono braccia, gambe, parole straniere. Mi prendono da terra trascinandomi lontano. Vedo il pavimento che si muove, tocco il mio braccio che barcolla, il naso dell’uomo che mi porta altrove.
Sono loro che mi trascinano parlando.

Mi danno da mangiare, imboccandomi frettolosamente, una crema tiepida dal sapore di verdure e carne, poi se ne vanno lasciandomi seduto e legato alla sedia. Quando tornano parlano con voci straniere che non mi dicono niente, li sento concitati, che gridano, imprecano, sembrano occuparsi di me. Io intanto continuo a starmene seduto sulla sedia, ogni tanto apro gli occhi ed è chiara la luce e sono troppo chiare le loro sagome. Capisco solo che si tratta di tre persone, mi stanno davanti in piedi, e poi c’è qualcuno dietro, sì c’è qualcuno che ascolta in silenzio, non dice una parola, ogni tanto loro sembrano chiamarlo in causa e rivolgersi a lui, che tace, non parla.
I suoni delle loro parole sono duri, aspri, aspirati, mi grattano come pelle, sono le unghie sulle lavagne, gli incarti delle caramelle in cui soffiare, sono forchette premute contro il piatto.
Poi d’improvviso si fermano e di colpo uno di loro mi spiega di prestare massima collaborazione. Lo fa con la voce meccanica, che riconosco, filtrata attraverso una diavoleria del tempo prima, un rudimentale traduttore simultaneo che fa sembrare il padrone un giocattolo robot.
Mi dice proprio così “cerca di collaborare” e prima mi accorgo che aggiunge qualcosa del tipo “siamo proprio fortunati, abbiamo l’uomo del mistero, ci pagheranno a peso d’oro”, poi prosegue “ora stammi a sentire: tieni gli occhi più aperti che puoi, non respirare, trattieni il respiro, non aprire la bocca per nessuna ragione”.

“Da adesso e dentro il liquido spalanca gli occhi”. Lo faccio, ubbidisco e intanto sento le braccia forti che mi sollevano e mi costringono a camminare per qualche metro, una mano aperta che mi preme sulla nuca e altre che mi stringono sul collo, vedo avvicinarsi qualcosa, è un grande pentolone, un secchio, un catino nel quale mi immergono la faccia. Non respiro ma so che non devo respirare, so che devo rimanere immobile con gli occhi spalancati e allora quando non ce la faccio più mi agito, cerco di farli capire che rischio di morire soffocato, affogato tra questa mistura di braccia, mani e sostanze sconosciute.

“Svegliati, svegliati, ti sei riposato” la voce s’accompagna ad una mano che mi scuote la spalla. Sono sdraiato, in un angolo di uno stanzone spoglio con due piccole finestre, dove una sedia, un tavolo con sopra un catino occupano lo spazio al centro. Non è, quella che ascolto, la voce meccanica del traduttore simultaneo, ma il suono deciso e profondo di un uomo dalla carne scura e dalla barba bianca che si è accucciato di fianco a me per guardarmi da vicino. “Sorpreso? Si, hai riacquistato la vista e senti anche parole che conosci, strano il mondo eh?” . Diomio, angelo custode, è strano davvero. “Non fare quella faccia, ti hanno immerso nel liquido sparinario per tante volte che perfino un cieco avrebbe ripreso a vedere. Oh, allora mi hai sentito o nel frattempo hai perso l’udito?”.
Il suono, la parola, la sedia, i gesti, le mani, la carne. Tutto torna ad avere forma, lo avverto, comprendo che i cinque sensi sono ancora in piedi.
“Beh, se non ti va di parlare poco male, mi hanno solo chiesto di darti una controllata, quando torneranno i capi banda dovrai spiegare tante cose, uomo del mistero, non capiscono che fine devono farti fare, ti consiglio allora di riacquistare il dono della voce, per non perdere la lingua per sempre. Le vostre le fanno sotto sale, dicono che porti bene.”
L’omone, il mio angelo custode, si alza e poi va verso una porta che scorgo alla fine della camera. Apro un po’ la bocca per cercare di rispondergli qualcosa ma non ce la faccio. Ho ancora le mani legate e le corde stringono forte i polsi. Guardando il mio corpo mi accorgo di come sono : ripiegato e pieno di corde che mi immobilizzano fino ai piedi ho i vestiti militari irriconoscibili per il sangue e la terra ovunque, perfino sulle garze di cui sono stato ricoperto. Quelle che mi colpiscono di più sono le dita : tra fasciature e tagli non ne conto più di nove.

Niente lingua sotto sale, questa volta. Rogan, il mio angelo custode, me lo dice due giorni dopo il primo incontro. Mi hanno lasciato là dentro in quello spazio chiuso, non so neppure dove, per due giorni e due notti, affidandomi alle cure occasionali e impaurite di un ragazzo sporco, piccolo, dai riccioli appiccicati e le grandi labbra carnose, grandi come le sopracciglia nere e le guance piene.
Poi Rogan è entrato di colpo, ha aperto una porta, mi ha tirato su, in piedi, alzandomi dal materasso sudato dove stavo a guardare il muro di sopra, in alto, un soffitto con le travi e mi ha detto di avere pochi minuti, "niente, sono dovuti scappare via e non tornano, le loro cerimonie durano troppo a lungo, ti hanno affidato a me, Uomo del Mistero. Devo portarti nella grande città Mercato di
Badhora, un viaggio semplice se fatto a bordo dei jet della tua Nazione, una lunga emigrazione, se fatta piedi come faremo noi".




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 7 Ottobre 2003

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