
Il 12 aprile 1989 moriva a Roma Antonio Porta, intellettuale che aveva fatto della vocazione all'eclettismo una missione a vantaggio della società in cui viveva. Precocissimo, si arruolò nelle file del Gruppo '63, mutando tuttavia poetiche e stili nel corso degli anni. Da La palpebra rovesciata a Invasioni a Il giardiniere contro il becchino, fino all'ultimo Yellow, che è stato pubblicato postumo nello Specchio Mondadori (è il libro qui a fianco), Antonio Porta (pseudonimo di Leo Paolazzi) ha lasciato in eredità una sperimentazione continua sul proprio sé, psicologico e letterario, che, prescindendo dalla discontinuità dei risultati, appare come un'eccezione e uno scandalo nel contesto della tradizione poetica italiana. Organizzatore culturale geniale ed entusiasta (da il verri ad Alfabeta a MilanoPoesia, per fare alcuni esempi soltanto), Porta lavorò a un allargamento della conoscenza e della sensibilità poetica nel nostro Paese. Pubblichiamo un suo testo storico, risalente al '58, Europa cavalca un toro nero, e un bellissimo saggio del poeta Fabio Pusterla dedicato alla figura e all'opera di Antonio Porta e apparso nell'ultimo Almanacco del Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna.
Europa cavalca un toro nero
di Antonio Porta
1.
Attento abitante del pianeta,
guardati! dalle parole dei Grandi
frana di menzogne, lassù
balbettano, insegnano il vuoto.
La privata, unica, voce
metti in salvo: domani sottratta
ti sarà, come a molti, oramai,
e lamento risuona il giuoco dei bicchieri.
Il taglialegna impazzito
di Fabio Pusterla
Non ho conosciuto se non fuggevolmente (perché ero un po' troppo giovane e un po' troppo stupido per fare altrimenti) Antonio Porta; però l'ho letto molto, quasi freneticamente, proprio quando ero così giovane e così stupido. Ed è stata una lettura appassionata, dettata dall'ansia di chi vuole capire cosa sta succedendo e proprio nelle poesie di Porta (e naturalmente di altri suoi compagni di strada) trova un modello, un esempio di linguaggio poetico estremamente vivace e contemporaneo: un modello che gli è stato additato come "importante", certo; ma in cui riesce d'acchito a riconoscersi. Come se quel linguaggio contenesse anche qualcosa di immediatamente riconoscibile. Poiché immagino che queste affermazioni possano sembrare strane, oggi, ho pensato che potrebbe essere interessante cercare di ricordare cosa capivo allora leggendo Porta, cosa mi sembrava di capire, e come poi negli anni successivi ho cercato di rielaborare quelle prime impressioni. Però per fare questo dovrei essere capace, e credo che la cosa non sia facile e forse neanche giusta, di isolare il Porta poeta dall'insieme della sua personalità intellettuale, dal grande fascino magnetico di questo personaggio così complesso e così difficilmente smembrabile, in cui si annodavano l'agire poetico, l'intervento culturale e il significato politico. Credo insomma che non sia facile, se si vuole ricostruire il senso della lettura di allora, parlare soltanto (soltanto?) di "poesia", lasciando da parte il resto. Anzi, penso che proprio la figura di Antonio Porta, vista nel suo insieme, possa costituire una smentita serena e tranquilla (per quanto si possa essere sereni, per quanto si possa essere tranquilli) di una delle ultime stupidaggini che negli ultimi mesi ci propinano le pagine culturali dei giornali, con il loro regesto delle "parole da dimenticare", tra cui spiccherebbe quella di "intellettuale". Davvero un bel dibattito.
Quanto a Porta "operatore culturale", di cui accennerò soltanto un aspetto, penso anch'io subito all'antologia La poesia degli anni settanta, che continuo a considerare un libro eccezionale e, più in particolare, un libro che in un certo senso non ha avuto nessun seguito. È vero che, come è stato osservato, forse già nel titolo è implicito il limite di quest'opera: il fatto che essa tenda a siglare un decennio affidandolo ai posteri come concluso e irripetibile. Però facendo questo, accettando questo limite, mi pare che Porta proponga qualcosa di molto importante, che va al di là della qualità dei testi e degli autori antologizzati (non sempre eccelsa, senz'altro), e che propone un mutamento sociologico, quasi antropologico della poesia: la poesia che esce da questo libro non è più la poesia che c'era prima di questo libro. E' cambiata, sta cambiando. Non credo che a Porta piacesse, parole sue, "la cattiva poesia", che malauguratamente ha infestato ogni epoca; credo però che si rendesse conto che era necessario, componendo un'antologia come quella, fare spazio a qualche cosa che si trovava quasi al confine della poesia, a qualche cosa di imperfetto, persino di brutto, ma di urgente, di radicato negli anni. Ecco l'esempio forse più ovvio: siccome faccio anch'io l'insegnante, e poco fa Scalise ricordava di come la poesia di Porta reggesse quando veniva letta ai giovani nei licei, posso dire che pochi giorni fa mi è capitato, come mi capita con una certa frequenza, di proporre oltre a Porta qualche testo tratto dalla sua antologia. E un autore che assolutamente tiene sempre, e che ogni volta suscita la stessa domanda ("ma questa qui è poesia?") e lo stesso fascino si chiama Eros Alesi, i cui frammenti molti (spero) ricorderanno. Un testo eccezionale, secondo me, ma di fronte al quale ci si può certo chiedere, e la risposta non è facilissima, "ma questa qui è poesia?". Però ci si può chiedere anche un'altra cosa: in quali altre antologie della poesia italiana successive a quella di Porta il testo di Eros Alesi sarebbe stato pubblicato? Io credo: in nessuna. E proprio qui sta, a mio avviso, il valore di quel libro, e anche il valore di Porta operatore culturale, nel rifiutare, come dire, ogni irrigidimento, ogni tentazione gerarchizzante, per accogliere invece le cose, le voci, perché era più urgente accogliere quelle cose, quelle voci, e ci sarebbe stato tempo più tardi, se proprio si doveva, per agire da contabili o da vigili urbani.
Quanto all'aspetto politico, mi sembra ancora più difficile spiegarlo, perché credo faccia parte di quel bagaglio di sensazioni e di esperienze che a fatica si possono trasferire da una generazione all'altra. Chi ha vissuto gli ultimi anni settanta e i primi ottanta ricorda, io penso, perfettamente come la poesia di Porta, anche per chi non la conosceva bene, anche per chi poteva restare stupito o non capire del tutto, sembrasse parlare un linguaggio che era di quegli anni, e come questo avvenisse non solo (e non tanto) nei testi più tematicamente o programmaticamente "politici", cioè quelli che denunciano alcuni degli aspetti più incredibili della catastrofe contemporanea; non solo in quei testi, ma anche in tutti gli altri, perché era, appunto, il linguaggio stesso, il modo di concatenare le immagini, che si accordava con quella sensazione di violenza e repressione drammaticamente introiettata da tutti, con la velocità degli accostamenti, con la crudeltà della vita quotidiana, con i frantumi di una speranza a forma di imbuto.
E c'è un testo che mi colpisce sempre, e che ho riletto questa mattina, sul treno per Bologna; è una sorprendente poesia di Passi passaggi, molto famosa e ambientata a Francoforte, durante una fiera del libro; appartiene alla serie delle Brevi lettere '78 e reca in calce l'indicazione Francoforte-Milano, 20.10-11-11.1978. Eccone i versi finali:
"il capitalismo,
mi dice, scrivilo, è in festa solo sui giornali o lì si mette
in lutto solo per finzione. Ma come può resistere sorretto
portato sulle spalle da un esercito di schiavi e la metà di
questi schiavi sono donne, scrivi, che puliscono i cessi con i cazzi
che gli escono dagli occhi e la merda dal naso e sono loro
che preparano da mangiare e versano da bere. E allora?"
Scrivo nel momento in cui sembra che tutto vada per il meglio
la Felicità ci rivolge la parola con le foglie notturne della biloba
ma precipita la notte quando incontri chi la dà via
per non so quanti marchi e ti ferma per chiederti dov'è una strada
inesistente con in mano la pianta della città e si fa tutte le notti
di corsa su e giù per i quartieri deserti dove sembrano scomparsi
i clienti di giorno tutti fermi in posizione di lettura
parlano almeno quattro lingue…
(qui da noi, al ritorno, a un tavolo vicino o in un'aula di tribunale
sento uno che dice: "sono un ladro, io, signor presidente,
ho soldi, io, non vado certo a lavorare…")
Ora, qui c'è un precedente abbastanza ovvio col quale Porta dialoga, cioè l'anche più celebre poesia "francofortese" di Sereni , Nel vero anno zero; in cui la denuncia degli ultimi memorabili versi ("tutto s'ingoiano le nuove belve, tutto - / si mangiano cuore e memoria queste belve onnivore. / A balzi nel chiaro di luna s'infilano in un night") è rivolta a quella contemporaneità così cieca e cinica da divorarsi il ricordo di Sachsenhausen, degli orrori nazisti, della storia più cupa del nostro secolo. Mi pare invece molto diverso il modo in cui Porta affronta le cose. Qui la denuncia non è più quella del presente che si mangia la propria storia, ma del presente trasformato in una sorta di bolgia infernale, dove la belve onnivore di Sereni hanno già azzannato altre prede, e la facciata in rovina del "consesso civile" mostra attraverso i suoi squarci le iniquità di un nuovo, impunito e impavido schiavismo. Porta non poteva allora conoscere un saggio molto importante del pensiero sociologico e politico contemporaneo, cioè il volume di André Gorz dedicato alle Metamorfosi del lavoro che sarebbe stato scritto un decennio più tardi, e tradotto in italiano solo nel 1992, da Bollati Boringhieri. Ma c'è in quel libro una pagina di impressionante chiarezza che spiega cosa, secondo l'autore, sta avvenendo nelle società capitalistiche avanzate, cioè la creazione di una doppia classe di individui, una specie di serie A e serie B basata sull'accesso al mercato del lavoro, e sulla sempre maggiore separazione tra queste due categorie: quella inferiore, obbligata a sopravvivere ai margini, viene impiegata dall'altra per soddisfare una serie di bisogni primari. I servi, insomma; o come diceva Porta, l'esercito di schiavi;
"L'ineguale ripartizione del lavoro della sfera economica e l'ineguale ripartizione del tempo liberato dall'innovazione tecnica, fanno sì che gli uni possano acquistare un supplemento di tempo libero dagli altri, e che questi siano ridotti a mettersi al servizio dei primi. Questa stratificazione della società è diversa dalla stratificazione in classi. A differenza di quest'ultima, essa non riflette le leggi immanenti al funzionamento di un sistema economico le cui esigenze impersonali si impongono tanto ai gestori del capitale, agli amministratori dei imprese, quanto ai salariati; per una parte almeno dei prestatori di servizi personali si tratta ora di una sottomissione e di una dipendenza personale nei confronti di coloro che si fanno servire. È la rinascita di una classe servile, che l'industrializzazione, dopo la seconda guerra mondiale, aveva abolito".
Ho fatto questo esempio per dire come sia difficile, ripensando a quegli anni, e alla forza e alla disperazione politica che circolava tra di noi, togliere di mezzo tutto questo e parlare semplicemente del testo poetico. Ma adesso dovrò cercare di farlo. Le prime poesie di Porta che ho letto credo siano state quelle inserite nell'antologia dei Novissimi. E mi hanno colpito subito. Se provo a chiedermene la ragione, oltre al motivo della violenza (del linguaggio, delle immagini) cui ho accennato poco fa mi sembra di poterne identificare altri due.
Intanto, il modo in cui vengono utilizzate e sviluppate le immagini, un modo brusco, rapidissimo, che le collega d'improvviso l'una all'altra con un procedimento di "avanzamento binario". Se ricordo bene, Mengaldo nel suo Poeti del Novecento accenna giustamente ad un'atmosfera surreale nelle poesie di Porta; tuttavia penso che questa specie particolare di surrealismo sia piuttosto l'effetto, la conseguenza quasi inevitabile di un meccanismo immaginifico, piuttosto che un obiettivo coscientemente ricercato. Lo smembramento del discorso operato da Porta agisce a tutti i livelli, ritmico, sintattico, narrativo, e ha l'effetto di spiazzare continuamente le attese del lettore: perché queste attese ci sono, sopravvivono, anzi sono volutamente lasciate sopravvivere, proprio per poterle cogliere in fallo.
L'altro aspetto a cui penso oggi probabilmente non mi era molto chiaro allora, se non come vaga sensazione: quella che mi spingeva a considerare Porta, in quell'antologia, come l'autore più ospitale, che mi pareva di capire meglio, di sentire più vicino, e dal quale forse avrei potuto trarre maggiore aiuto per metabolizzare ciò che stava avvenendo. Oggi penso che forse quella sensazione si possa spiegare riflettendo sulla questione dell'io lirico. Il rifiuto di questa ingombrante figura, di questo personaggio, accomuna certo tutti i Novissimi, e più in generale tutta la neoavanguardia; eppure penso che sia stata affrontata da Porta in modo particolare. Inoltre, credo che tale questione sia centrale non solo nei Novissimi e nella neoavanguardia, ma nella poesia contemporanea in generale, dal dopoguerra in poi, e che ci siano moltissimi modi per tenerne conto nella propria scrittura. Quando anni fa mi è capitato tra le mani l'ampio volume del critico John Jackson, La question du moi, in cui la faccenda è esaminata considerando come campioni della poesia novecentesca Eliot, Celan e Bonnefoy, ho cominciato a pensare che il discorso sull'io lirico, che in quegli anni la neoavanguardia sembrava voler reclamare come esclusivamente proprio, fosse qualcosa di molto più variegato e complesso. E' in questo contesto che la poesia di Porta mi sembra, ancora una volta, quella ad un tempo più rabbiosa e meno irrigidita in una formula fissa, quella insomma più in grado di collaborare con altri cammini poetici a lei contemporanei o posteriori.
Infine, un'ultima immagine che mi ha fortemente colpito, ma che non si trova nelle poesie di Porta. Tra il '64 e il '66 Porta è stato tra i non moltissimi corrispondenti di uno dei giovani scrittori più interessanti e promettenti del periodo, uno che ha scritto poco ed è sparito in fretta di scena, o meglio ha scelto di sparire, di togliersi di mezzo, rinunciando alla scrittura. Sto pensando a Massimo Ferretti, autore di una notevolissima raccolta di versi, Allergia, poi passato alla prosa, e negli anni di amicizia con Porta tutto preso dalla composizione di un complesso romanzo, Il Gazzarra. Le lettere fra i due, pubblicate una ventina di anni fa nell'epistolario di Ferretti a cura di Massimo Raffaeli, sono per molti aspetti di grande interesse (Ferretti, negli anni precedenti, aveva dialogato soprattutto con Pasolini, maestro o fratello maggiore; poi, una rottura irrimediabile avrebbe interrotto quel carteggio; ed è più o meno a quel punto che Porta diventa un interlocutore quasi fisso). Una di esse, di Ferretti a Porta, del 30 maggio 1966, dice: "Mi scrivi di continuare (che tu continui) a lavorare come un vecchio asino attorno al pozzo o un taglialegna impazzito. Ebbene sono convinto che pochissime volte è stata descritta con tanta precisione la condizione reale dello scrittore moderno". L'asino attorno al pozzo, il taglialegna impazzito: due immagini che la descrivono così bene, quella condizione, che mi domando se Ferretti non le abbia fraintese, o meglio se, estrapolandole da una lettera di Porta che non conosciamo, non le abbia forse involontariamente rese fin troppo semplici, fin troppo chiare per un poeta così abile e così attento ad usare le immagini in modo non convenzionale. Può darsi che l'asino e il taglialegna non volessero dire soltanto un dato sociologico, un banale stress da civiltà letteraria contemporanea; e possiamo divertirici a immaginare che Porta le riferisse a qualcosa di più profondo, di più fitto nella scrittura. Sono solo ipotesi, quasi fantasticherie. Però recentemente ho ritrovato, con un certo stupore, l'immagine del taglialegna impazzito nella poesia di un poeta francese che Porta non poteva conoscere e che con ogni probabilità non ha mai letto Porta; il poeta in questione si chiama Hédi Kaddour, e credo che sarebbe potuto piacere ad Antonio Porta. È a lui, e al suo lungo testo intitolato La salamandra che affido, oltre alla conclusione, il compito di dare corpo alla fantasticheria di poco fa; perché in questa poesia, che è anche una poesia sul fare poesia, rimbalza per uno degli scherzi del caso l'eco della discussione tra Ferretti e Porta. Rimbalza, e viene approfondito e continua ad esistere.
La salamandra
La salamandra, la vera, gialla e nera,
la passionale, sopravvive al fuoco
e viene qui a crepare nel mattino d'ottobre
tra il cielo girgio-azzurro dell'asfalto e la ruota
del trattore a Desclos, ma tutto questo ancora
sono colori, e grida, e gente, quando invece
sgrana il perverso al centro del suo odio
silenziosamente i suoi amori decomposti;
dove lo trova ancora il piacere infinito
dello scoprire gallinacci nel vecchio tronco dell'olmo,
la prova che qualcosa come una respirazione,
come verità nei visceri, rimane aperta
alla brama superba
del cerchio di iride
e memoria? Sarebbe forse un modo di riemergere
per tale squarcio via dal finto specchio,
dalle pronte idiozie, di girare la testa sul serio
una buona volta verso Icaro, per dire,
mentre scivola sopra la fine e si sforza
di credere a battiti dolci, o verso quella certa
Ninfa, un po' viva. Ma la poesia mio caro
ha due millenni e rotti di ritardo sulla rappresentazione
e neanche arriva a quei due giovani in piedi barbuti
che in cima al glande ritto hanno una bella
compagna divertita, rosea, cotta agli indispensabili
gradi d'amore e d'arte vasaria del quarto secolo,
la poesia è giunta all'orribile
destino, alla notte scellerata, alla tristezza,
all'eterno crepaccio iniziale: centomila
indenni fantaccini non fanno una storia. La poesia
chiama, ma le amanti ormai ridacchiano, portando
sacchetti di salva-slip nelle borsette, mentre entrano
sole dentro le splendide città e la gola manca
di vocativi, anche se qualche furbo ha saputo salvare
un pezzettino dell'antica maschera di Dio
e della Notte, per ritornare a volte in tono maggiore
in mezzo a molto grafiche anarchie strutturali. Ma poi
cos'è, anche dentro il lutto, una dissonanza prevista?
E nelle povere parole,
cosa può fare un ma, salvo il lavoro
folle della ripetizione, come il taglialegna che inverte
per meglio tagliare tra due colpi l'angolo d'attacco
mantendendo la stessa cadenza nella foresta in cui storpia
in quindici anni, credendo di resistere, la forza
che gli viene da antiche paure erciniane: è terribile
che sia il dolore a ricondurci alla voglia
di essere semplici mentre semplice è anche l'astio
e la stupefacente connivenza tra la bassezza e la vittima
fino alla riva di un abisso senza rive in cui le cose
comunque tendono a noi come in prova l'immagine
ocra dolce della loro semplicità. I gallinacci, allora,
per mezzogiorno, con quello che rimane del pommard.
[dal Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna]